A chi interessano i rifugiati?

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Le infrastrutture di welfare per i rifugiati funzionano grazie agli attivisti sociali auto-organizzati spontaneamente, non grazie ai beneficiari dei pacchetti di aiuto dell’UE.

Come molti studiosi dell’attuale crisi migratoria e delle frontiere europee, ci siamo inizialmente sorpresi dell’accordo tra l’Europa e la Turchia per quanto riguarda i flussi migratori, per molte ragioni.

Per prima cosa, questo accordo, invece di affrontare una crisi umanitaria internazionale, di fatto la delega a una regione fuori dal nucleo Europeo. I leaders europei hanno preso la decisione politica di mostrare il volto inumano dell’Europa e sono del tutto ignari di cosa ne sarà di questi rifugiati, purché se ne stiano lontani dall’Europa.

Secondo, L’Europa ha scelto di stringere un nuovo accordo con la Turchia, nel momento stesso in cui questa ha dichiarato una nuovo guerra nel Medio Oriente contro i curdi. Che i curdi si aggiungeranno al resto del flusso migratorio, è solo una mera questione di tempo.

Ad ogni modo, quello che colpisce di più è l’accordo europeo di “investire” più denaro nella sicurezza delle frontiere, in aggiunta ai milioni che già costano quotidianamente le operazioni di NATO e Frontex. Nei fatti, la maggior parte dei fondi internazionali per la crisi migratoria finiscono nella sicurezza delle frontiere, la quale è direttamente collegata alla crisi migratoria perchè spinge letteralmente i rifugiati tra le braccia dei trafficanti. La sicurezza delle frontiere è ciò che uccide i rifugiati. Ciò che l’Europa sta finanziando è, letteralmente, l’eccidio dei rifugiati. Pochi giorni prima dell’accordo, la guardia costiera turca ha freddato nove rifugiati siriani nel loro tentativo di attraversare il confine. Questo massacro era di fatto un messaggio per l’UE, voleva dimostrare che la Turchia è veramente determinata a fare tutto quanto in suo potere per fermare il flusso migratorio qualora Erdogan riceva quello che vuole. Uno dei vantaggi è che questi rifugiati non moriranno nelle frontiere europee, come sta succedendo ora, il che mette al salvo i leaders europei da un bel mucchio di pensieri.

D’altra parte, il di gran lunga inferiore finanziamento destinato all’aiuto e al welfare dei migranti, incanala denaro verso i soliti noti dell’industria umanitaria, che nei fatti contribuiscono ben poco. La gran parte del welfare -e di gran lunga quello meglio funzionante- per i migranti, così in Grecia come lungo tutto il corridoio balcanico, è portato avanti da attori sociali auto-organizzati e spesso in modo del tutto spontaneo, come piccole associazioni locali, persone locali e internazionali che arrivano sul posto e si organizzano da sole. Anche piccole (o povere) municipalità (come ad esempio quelle di Kozani o Drama) sono riuscite ad mettere in atto politiche di accoglienza e di integrazione molto più efficaci di quelle messe in piedi dagli esperti dell’industria umanitaria che da mesi operano nel paese.

I milioni di euro che l’UNHRC e l’Europa ha destinato ai rifugiati sono praticamente invisibili sull’isola di Lesvos. Al punto di attracco, ad esempio, fino a due mesi fa c’erano attivi due campi. Il primo organizzato da un gruppo autogestito di anarchici chiamato “Platanos”, e l’altro da una piccola ONG svedese in costruzione chiamata “Lighthouse”. Questi due gruppi organizzavano squadre di soccorso, di prima accoglienza, supporto medico, gruppi di cucina, logistica e distribuzione di vestiti asciutti, l’ospitalità, l’interpretariato e il trasporto da un luogo all’altro dell’isola. Nessuno di questi servizi era fornito dal personale specializzato e stipendiato delle grandi organizzazioni. Ma hanno avuto successo grazie a persone con nessun altro scopo se non quello di aiutare i meno privilegiati, o che ritengono che il diritto alla mobilità appartenga a tutti. Senza questi attivisti a recuperare le misere imbarcazioni sull’orlo del naufragio e a prendersi cura delle persone in ipotermia, le morti sarebbero state molte di più. Nonostante ciò, anche se per il momento si tiene botta, non c’è la garanzia che questo possa continuare e che i volontari continuino ad avere l’energia e le risorse per andare avanti. Alcuni di questi attivisti autorganizzati, si trovano sul luogo da molti mesi, vivendo in tenda e impegnandosi giorno e notte.

In diverse circostanze, a Lesbos, i rifugiati hanno chiesto agli anarchici di Platanos se fossero dell’ONU, semplicemente perchè l’invisibilità dell’ONU è stridente. Al momento in cui raggiungono Idomeni, la sigillatissima frontiera tra Grecia e Macedonia, dove l’assemblea solidale No Border “ADM Kitchen” offre circa 8000 pasti al giorno, la maggior parte dei rifugiati ha capito perfettamente come stanno le cose. Come ha riassunto alla perfezione un rifugiato a Idomeni, parlando di una delle grosse organizzazioni “presenti” sul posto: “Prima accendono le telecamere e poi offrono aiuto, per soldi. Quando le telecamere finiscono le batterie se ne tornano nei loro uffici”.

Mentre si stava tenendo il summit tra l’UE e la Turchia, una chiamata autorganizzata per la raccolta di beni per i rifugiati che stanno camminando dappertutto nel paese o che si trovano al momento imbottigliati al confine greco-macedone ha portato circa 30.000 persone a piazza Syntagma ad Atene. I beni di prima necessità richiesti dagli organizzatori, tra i quali tende, sacchi a pelo e cibo, sono arrivati a tonnellate. Allo stesso tempo, circa 100 punti di raccolta autogestiti sono operativi dappertutto in Grecia.

Anche se i negoziati tra i leaders dell’Europa stanno riducendo questa crisi umanitaria a una questione di soldi e sicurezza, le persone continuano a morire nelle acque dell’Egeo. L’obiettivo dell’UE è di tenere i migranti lontani dall’Europa, ma questo, non importa quanto denaro “investiranno” per farlo, non avverrà.

Il punto è: le persone in Europa reagiranno almeno a quello che sta già succedendo o semplicemente continueranno a guardare l’elenco dei morti e dei bambini affamati accalcati alle loro preziose frontiere? Migranti o no, fare gli spilorci con la nostra umanità e solidarietà non fa che peggiorare la situazione di tutti noi.

Dimitris Dalakoglou (professore di antropologia sociale alla Vrije Universiteit di Amsterdam)

Antonis Alexandrides (dottorando in antropologia sociale alla Vrije Universiteit di Amsterdam)

Fonte: opendemocracy

Traduzione di AteneCalling.org

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