Aghios Panteleìmonas: ritorno sul luogo del delitto

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Non sapevo che questo fosse il vecchio quartiere dei mercanti di Atene, e non lo conoscevo neanche come il quartiere multiculturale che è diventato. L’ho conosciuto come scenario di uno spettacolo da osservare alla televisione qualche anno fa, quando un finto gruppo di cittadini indignati manifestava contro la criminalità e la presenza di migranti nella zona. Le stesse persone che più tardi sarebbero apparse negli elenchi dei candidati di Alba Dorata alle elezioni. Oggi molti di loro si trovano in prigione. Nel frattempo hanno messo in atto un’occupazione strategica degli spazi pubblici e hanno scatenato le loro squadracce, formate sul modello di quelle del Partito Nazionalsocialista tedesco, contro i corpi vulnerabili dei migranti. Alba Dorata ha usato Aghios Panteleìmonas come un grimaldello per assaltare la Democrazia. L’assalto è fallito ma la democrazia è  stata ferita e i segni del trauma sono ancora visibili in un quartiere che lotta timidamente per riprendersi dallo shock della violenza.

Christos Roubanis ci accoglie in via Filìs. I venditori ambulanti smontano lentamente i banchi del mercato popolare. Donne mussulmane con il velo, migranti dai paesi balcanici e alcune greche fanno gli ultimi acquisti. Agli angoli alcune persone aspettano gli avanzi di cibo. Ogni giorno la chiesa distribuisce generi alimentari, dai 17 ai 20 pasti al giorno. Sui muri gli slogan di Alba Dorata sono stati cancellati sbrigativamente con una mano di vernice bianca. Saliamo a casa sua. Indica fuori dalla finestra: <<qui davanti per molto tempo c’è stato un dormitorio per i migranti. Ci dormivano a decine, pagavano dieci euro a testa. D’inverno ci pioveva dentro>>. Christos è un insegnante in pensione e un membro attivo del Movimento dei residenti della sesta circoscrizione, fondato nel novembre 2008, che organizza manifestazioni aperte a tutti per ostacolare la diffusione della retorica intollerante nel quartiere. <<Vedevamo che le cose andavano sempre peggio. Nel 2009 abbiamo presentato in piazza il libro di Gazmend Kaplani. Io ero al microfono quando sono arrivati gli albadorati, che ci hanno picchiati e ci hanno cacciati. La polizia era là e non ha fatto nulla. Poi hanno iniziato a dare la caccia armati di coltello agli stranieri. Il giorno dopo hanno chiuso il parco giochi. Ma noi non ci arrendiamo. Siamo arrivati fino all’Europarlamento>>.

Mai, prima del parco giochi di Aghios Panteleìmonas, un luogo di innocenza e spensieratezza era diventato un simbolo così importante. Il 19 gennaio 2009 alcuni albadorati hanno chiuso il parco giochi con la forza e la violenza. Quando Petros Tasoulas ha provato a entrare con suo figlio è stato arrestato. Allora i residenti non hanno smesso un momento di rivendicare la riapertura del parco giochi. Nell’agosto del 2012 il sindaco Ghiorgos Kaminis dichiara che <<in città non verrà accettata l’esistenza di luoghi inaccessibili>> e riferisce dell’esistenza di un piano di ristrutturazione di piazza Aghios Panteleìmonas e piazza Attikì che prevede anche la riapertura del parco giochi. Il piano di ristrutturazione di piazza Attikìs e piazza Aghios Pantelemonas – Acharnòn e il loro collegamento mediante via Agorakritou era stato inserito nel Programma Circoscrizionale per le Opere 2007 – 2013. Ma qualche mese fa, nel giugno 2013, con una decisione del presidente del municipio Ghiannis Sgouroù, il progetto è stato escluso dal P.C.O. dell’Attica 2007 – 2013 perché presentava un ingiustificato ritardo di diciotto mesi nella sua realizzazione. Ciononostante il sindaco ha promesso al consiglio comunale che il parco giochi riaprirà il 31 marzo.

Passiamo davanti alle case di tolleranza di via Filìs, accanto alle case e alle scuole. Dietro le inferriate della finestra si distingue l’ombra di una donna di origine africana. Nel sesto dipartimento ci sono più di 60 – 70 case di tolleranza, ma solo tre hanno i permessi. Il comune prova a chiuderle da tempo, ma riaprono dopo poche ore. <<Il crimine più grande nella zona è questo, la tratta delle donne, che avviene sotto il naso della polizia>> dice Christos Rubanis. La verità è che Alba Dorata, che proclamava di impegnarsi nella lotta contro la criminalità nel quartiere, non è mai stata turbata da questa forma di criminalità. Per la precisione, alcuni membri del partito partecipavano a questi traffici. Il caposezione della zona Ghiorgos Vathis, che durante un telegiornale andato in onda sulla rete NET il 22/5/2013 aveva dichiarato, come rappresentante delle squadre di sorveglianza della piazza, <<proteggiamo i greci qui intorno. E io sono una persona con un figlio>>, era il proprietario di un negozio di antiquariato a via Michail Voda. Nel 2006 il negozio è stato chiuso quando è stato scoperto che l’antiquariato era una semplice facciata e che in realtà si trattava di un ufficio illegale di collocamento per donne straniere che venivano obbligate a prostituirsi.

Arriviamo in piazza lasciandoci alle spalle le vetrine vuote di via Aghios Meletios e i cartelli di “affitasi”. La caffetteria – covo di Alba Dorata davanti all’entrata della chiesa,  là dove abbiamo ascoltato sbalorditi le dichiarazioni rilasciate dai membri più in vista dell’organizzazione che si dicevano pronti <<ad aprire i forni>> nel documentario <<I purificatori>> di Konstantinos Gheorgousis, è semivuota. <<Una volta quando passavo per la piazza mi insultavano. Ora non succede più, e di notte non si verificano più accoltellamenti di stranieri. Sicuramente nel frattempo sono scappati dal quartiere più della metà dei migranti. Dico ai proprietari dei negozi di denunciare il fatto che Alba Dorata vendeva loro protezione, ma esitano>>, mi spiega Christos. Prendiamo un po’ di coraggio e camminiamo con più tranquillità. Mi mostra il punto dove un tempo si trovava una delle più note taverne di Atene. <<Ha chiuso anche questa. Noi abbiamo smesso di andarci perché avevamo paura. L’unico posto dove potevamo andare era il locale di un ex poliziotto, che però era democratico>>.

Alcune anziane si scaldano al sole e accanto un gruppo di uomini gioca a domino. <<Qui troverai ragazze dalle dieci del mattino alle dieci di sera. È la disoccupazione, nessuno ha un lavoro. Io ho nove bocche da sfamare >> dice Spiros. Viene dall’Albania e ha una bella casa in via Aghious Saranda. Ma d’inverno vive qui. Parla greco perfettamente. I suoi colleghi si sono accorti che non era greco solo quando è stato licenziato e ha dovuto sistemare i documenti per la cassa integrazione. Abbassa la voce e ammette con circospezione ed evidente imbarazzo: <<purtroppo anche alcuni dei nostri figli sono andati con loro>>. Con Alba Dorata, intende: una denuncia che faranno quasi tutti coloro che ho intervistato in questo reportage.

 

In ogni caso in piazza si sentono voci infantili in tutte le lingue del mondo. I bambini ridono e giocano a palla, i più vivaci si infilano nei buchi della rete che circonda il parco giochi. I bambini hanno anticorpi più forti contro il razzismo, iniziano a crescere insieme già nelle incubatrici. E crescendo insieme non percepiscono nemmeno il razzismo delle squadracce, forse neanche il razzismo “temperato” che non riconosce ai bambini nati in Grecia la possibilità di ottenere la cittadinanza greca. Lo conferma la professoressa di Fisica Anghelikì Ilìa: <<le nostre scuole hanno più del 50% di alunni stranieri. Ma parlano molto bene greco e i bambini hanno buoni rapporti tra loro.

Esistono anche coppie miste. Solo l’anno passato c’è stata un po’ di tensione in una classe a causa di Alba Dorata. Il problema non  è culturale secondo me, ma di classe: la colpa è della povertà, che osservo nei vestiti e nel fisico dei bambini. Quest’anno la nostra scuola è entrata a far parte del programma per la distribuzione di generi alimentari della Fondazione Niarchos. Questo li ha fatti molto felici perché hanno mangiato tutti insieme. Ma le cose sono diventate più difficili a causa della crisi. C’è tensione in classe e mantenere la disciplina  è sempre più difficile. La paura ha inaridito questo quartiere. Dopo le dieci di sera non esce più nessuno. La compagnia teatrale del Movimento dona un po’ di vita al quaritere quando mette in scena una rappresentazione. Dovremmo tornare a fare manifestazioni in piazza e a diffondere libere espressioni di pensiero coinvolgendo le scuole.  È importante sentirsi liberi nel proprio quartiere>>. I professori del liceo si muovono in questa direzione: provano a costruire una sala multimediale e una biblioteca per dare ai loro studenti la possibilità  di passare creativamente e collettivamente il loro tempo libero. Poco prima di salutarci la professoressa mi racconta di un litigio avuto con una donna  di Alba Dorata  che si vantava di aver tirato dello yogurt ad Alavanos durante la sua campagna elettorale per le scorse elezioni amministrative.

Inizia a fare buio e il traffico per le strade si dirada. Solo una caffetteria all’angolo è piena di uomini presi da qualche partita. Le serrande di un grande condominio di fronte alla piazza, un tempo frequentata dai migranti, sono abbassate . Solo tre luci sono accese e una bandiera greca ondeggia fiacca con orgoglio ferito. Gli albadorati hanno fatto in tempo a diffondere la paura. Alcuni migranti hanno abbandonato il quartiere, che in un modo o nell’altro ha cambiato fisionomia. Ormai è abitato solo da anziani e da alcuni migranti provenienti dai paesi dell’Europa dell’est. La causa del degrado è la mancanza d’infrastrutture; non c’è neanche un asilo comunale. Il quartiere è stato abbandonato al degrado ed è diventato una sorta di ghetto, circostanza che ha portato a una caduta verticale dei prezzi degli immobili. È stato lasciato spazio all’estremismo di Alba Dorata e al real estate “inquinato”, perché i mediatori immobiliari comprano immobili a prezzi stracciati, con l’obiettivo di guadagnarci quando il dogma della gentrification la farà da padrone anche qui.

Abbiamo appuntamento con Chalaf in piazza. È un migrante proveniente dalla Siria che si trova in Grecia dal 2008.  Fabbrica scarpe in un negozio a Dafni e frequenta la scuola per migranti per imparare il greco; è un vecchio studente e dà una mano al funzionamento della scuola. Non vuole che ci sediamo in piazza. Si sente a disagio. <<Tutti i migranti conoscono Alba Dorata. Hanno ancora paura, anche se meno di prima. Prima gli stranieri dopo le sette di sera non uscivano neanche per andare a comprare il pane, si barricavano in casa. Ora possono circolare, anche se la polizia gli dà ancora la caccia. Io sono stato preso una volta a Laikì, ma avevo i documenti e sono stati costretti a lasciarmi andare>>. Sulla via di casa ci mostra i negozi degli stranieri che hanno chiuso. <<Gli albadorati arrivavano con i motorini e dopo entravano a rubare gli incassi. Avevano legami con la polizia. Andavano spesso alla caserma di polizia di Aghios Panteleìmonas>>.

 

La caserma di polizia di Aghios Panteleìmonas è luogo di crudeltà – lo dimostra la sua storia dal 2004, quando è stato scoperto che un gruppo di poliziotti torturava con la fàlanga i migranti nei sotterranei, mentre fino a poco tempo fa i migranti che andavano a denunciare le aggressioni Alba Dorata venivano minacciati di espulsione. Non è un caso che sia stato aperto un procedimento giudiziario a carico dell’ex dirigente della caserma per aver sostenuto attivamente Alba Dorata con una serie di reati. Ma alcune cose non cambiano in fretta. Il centro di detenzione di Aghios Panteleìmonas rimane un luogo che nulla ha a che fare con il concetto di “umanità”. Qualche giorno fa il vescovo Kiprianòs è stato costretto a visitare il luogo e da allora dichiara di <<aver perso il sonno>>. Decine di migranti e profughi sono ammassati in 15 metri quadri senza luce, senza letti, tra il fetore insopportabile e gli insetti.

Incontro il regista Ghiorgos Korras a casa sua in via Aristomenous. Vive qui da quarant’anni e conosce il quartiere come le sue tasche. Nel suo condominio venticinque appartamenti su quaranta sono abitati da famiglie di migranti. Lui non ha alcun problema. Ha sempre avuto buoni rapporti con loro, li ha difesi dai picchiatori di Alba Dorata ed è stato preso di mira lui stesso. È stato testimone d’accusa contro Skordeli nel processo per l’aggressione contro alcuni afghani che si è concluso con otto rinvii per insanità mentale dell’accusata. <<Io non conoscevo queste persone. Le ho conosciute in questi ultimi anni perché me le sono trovate davanti. Avevano legittimato l’uso della violenza  agli occhi dei ragazzi del quartiere. Mobilitavano ladruncoli e tossicodipendenti della zona per aggredire i migranti, che conoscendomi venivano feriti a casa mia  per salvarsi dalle coltellate. C’era la vita prima di tutto questo, la piazza era piena di gente. Li hanno cacciati. Hanno chiuso tutte le taverne>>.

Passiamo per il punto dove prima si trovava la moschea, in uno scantinato in via Aristomenous. Le tracce dell’incendio si notano ancora, così come l’identità degli autori viene rivelata dagli adesivi sbiaditi di Alba Dorata. Hanno chiuso tutti i luoghi che i mussulmani avevano creato per esercitare i loro doveri religiosi. Il più vicino ormai è a Omonia. E il piano per la creazione di una moschea ufficiale ad Atene cozza continuamente contro l’incapacità della Società di risolvere una questione fondamentale per i diritti.

 

In via Remundou, un piccolo vicolo traversa di via Pergamou, ci imbattiamo in una serie di magnifici edifici neoclassici risalenti agli anni ’20 – ’30. Erano le abitazioni dei vecchi commercianti che andavano con  i loro carri a vendere la merce a Omonia. In uno di questi edifici ci aspetta il noto pittore e professore dell’Accademia di Belle Arti Pavlos Samios. <<Abito qui da dieci anni. L’edificio era in rovina e l’ho ristrutturato>>, ci dice. Saliamo una bellissima scala a chiocciola di legno. Su ogni gradino c’è un paio di scarpe col tacco. <<Cosa stai pensando? Che ogni signora che viene qui lascia le sue scarpe e se ne va scalza? No. Mio padre era un calzolaio e le scarpe col tacco sono un tema per i miei quadri>>. Ci sediamo nell’atelier in una sala con il soffitto alto. <<La delinquenza c’è, effettivamente. Ho visto strappare catenine e borse alle donne. Ma quando non hai da mangiare, qualcosa devi fare. I prezzi degli immobili sono crollati. Queste case sono una grande eredità e andranno in rovina. Il comune doveva assumersi l’incombenza di ristrutturarle>>. E poi ci racconta di una volta in cui gli albadorati hanno aggredito i migranti. Gli chiedo se ha mai pensato di andare via: <<no, perché dovrei andarmene?>>.

Avrei bisogno di altre migliaia di parole per riferire tutte le storie che mi hanno raccontato le persone incontrate ad Aghios Panteleìmonas. Alcuni con indignazione per l’ostruzionismo dello stato alla soluzione del problema, altri con il timore che giorni simili potrebbero tornare, altri ancora con vergogna perché il loro quartiere è stato stigmatizzato come la roccaforte dell’estrema destra. L’odio è passato da qui ed ha lasciato ovunque le sue tracce. Alla fine, la vita che riappare timorosamente in piazza vincerà. E noi torneremo qui per un caffè e per giocare a palla al parco giochi con i ragazzini.

Testo di Maria Louka, foto di Alèxandros Katsìs

Fonte: vice.com

Traduzione di AteneCalling.org

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