Atene Catastroika di Filippo Ortona

Atene Catastrojka
La nave Corsara approda al Pireo per raccontare ai lettori il Moloch del nostro tempo
Sulla Grecia vigono una serie di mitologie. Nell’unico mito disponibile agli europei non greci, cioè quello dei media che raccontano la crisi greca, il paese è rappresentato lungo quattro direttrici: buco nero dell’euro; massimo sviluppo negativo della crisi finanziaria; massimo sviluppo della crisi storica della politica novecentesca; punto più alto, pericoloso e nichilista del conflitto sociale. In una frase, la Grecia è diventata lo spettro che s’aggira per l’Europa, assillando le menti di governanti e governati con la sua profonda e apparentemente irrimediabile crisi sociale. Ancor più brevemente, la Grecia è diventata l’Argentina d’Europa. 
Ad Atene abbiamo incontrato persone che da questa mitologia sono escluse; il cui racconto è molto raramente riportato nei giornali, e che appaiono solo negli scontri di piazza come figure a tratti incomprensibili, coperte da cappucci e intente a lanciare molotov. Il loro posto nella fiaba è raccontato come puro limite afono. Ma con molotov e incendi hanno poco a che fare, e tante cose da dire. 
Exarchìa è il nome del quartiere semi-universitario di Atene, in cui hanno sede le numerose realtà antagoniste della città. Ad Exarchìa non ci sono banche. Ogni sera il perimetro della zona è pattugliato da poliziotti in antisommossa. E’ il luogo dove hanno ucciso Alexandros (Alexis) Grigoropolous nel dicembre 2008. Ed è anche il posto dove incontriamo Iannis, Giorgos e Nikolas, attivisti in svariati collettivi di tendenza anti-autoritaria. Iannis e Nikolas sono due lavoratori, il secondo è immigrato dall’Albania quando aveva 11 anni. Giorgos lavora in un’Università fuori Atene, è precario della ricerca a Scienze Politiche. Secondo loro le rivolte che seguirono la morte di Alexis “hanno definitivamente sigillato la crisi del sistema pre-crisi”. Il movimento che seguì a quell’uccisione, spesso intriso di scontri di piazza, vide un’enorme partecipazione e la costruzione di svariate assemblee e momenti costruttivi. Un esempio è il parco in via Navarinou, occupato tra il 2008 e il 2009 dagli abitanti del quartiere per combattere una speculazione edilizia. Ora è pieno di alberi, ed è completamente autogestito. Giorgos, Iannis e Nikolas parlano a lungo della crisi del debito, e del dibattito interno alla sinistra radicale. Secondo loro, la crisi che si vive è una rottura sistemica e storica, che si inquadra “nella crisi della riproduzione capitalistica” e che riguarda tutti i settori: dall’industria ai saperi. Dopo Alexis e le rivolte di quel dicembre di 3 anni fa, è cambiato il panorama politico – il PASOK è in profonda crisi, oggi i sondaggi lo danno intorno al 15-20% -, è cambiata la situazione economica e quella sociale è stravolta. Una situazione di fatto ingestibile, che produce scatti in avanti, tentativi – spesso fallimentari – e innovazioni, ma anche disastri e delusioni. “Vi è una generalizzata risposta all’austerity, spesso autorganizzata… ricorda da questo punto di vista alcuni refrain degli anni ’70 italiani, l’autorganizzazione dal basso”, dice Iannis col suo inglese strascicante. Da pochi mesi vengono praticate diverse forme di auto-riduzione molto popolari (come il mancato pagamento dell’ICI “nascosta” dal governo nella bolletta elettrica) e fioriscono più o meno ovunque esperimenti sociali (come le farmacie collettive, dove volontari smistano i medicinali inutilizzati). “Ma sono esempi che pur promettenti non portano con sé alcuna strategia, sono risposte impulsive, dettate dall’emergenza, che le persone mettono in piedi per campare”. L’emergenza domina il discorso politico nazionale, anche nei movimenti. E ad essa si accompagna la discussione sulla nazione. Secondo Giorgios “la destra parla esplicitamente in termini nazionalisti, mentre la sinistra enuncia patriottismo”. Il terreno di gioco è lo stesso, cambia la sola angolatura. “Non è peraltro del tutto erroneo, è evidente che la sovranità nazionale è messa in discussione… il problema è che tutto ciò porta a percepire gli avvenimenti in termini di occupazione, di liberazione nazionale, e non di difesa dei lavoratori né di disegno di una società libera dallo sfruttamento”. Tento di esplorare una possibile pars costruens: da noi, in Italia, i movimenti greci vengono spesso citati ad esempio di future lotte e modus operandi. Ma i tre attivisti sono piuttosto scoraggiati: “non c’è ad oggi una strategia comune, e la crisi, per quanto unisca le persone e produca un sentimento di rabbia, non fa che schiacciare i movimenti. Ci sono ottimi e grandi esempi di lotta dal basso, di autorganizzazione… ma non c’è l’unità e l’incisività dei movimenti”. 
E’ nel parco occupato di Navarinou che incontriamo Katherina, avvocato impegnata nei no-borders. Katherina ha 36 anni, ha vissuto a lungo in Italia, e la sua attività consiste nell’aiutare i migranti (con o senza papiers) che attraversano la Grecia (e non solo). Per lei la crisi è un assillo, che ricorda da vicino la dinamica della violenza domestica: “prima l’insulto, la demoralizzazione, il convincimento che non vali nulla. Poi l’isolamento, la colpa, il sentimento di dominio instillato giorno per giorno. Infine, la violenza”. La crisi “è profondamente sociale, più che economica”. Katherina conosce i margini di Atene, le situazioni legate ai vagabondi che spesso si mischiano a quelle dei migranti più disperati. “Fino a non molto tempo fa la Grecia era uno stato di passaggio, quindi per quanto dura la repressione poliziesca della migrazione non era così terribile. Con la crisi vi è stata un’evoluzione autoritaria, violenta”. Ci racconta di migranti che preferiscono tornare ai propri paesi d’origine, spesso rischiando la vita, piuttosto che subire le sevizie delle questure greche.
Se nell’Atene urbana le condizioni di ricchezza sopravvivono, è ai margini della società che si deve ricercare l’asprezza della Trojka. Lì la violenza e la disperazione hanno raggiunto livelli allarmanti: “durante gli scontri di febbraio, ho visto senzatetto sottostare ai gas e alle flashbangs e alle cariche pur di non mollare il proprio posto letto”, dove quest’ultimo è spesso un androne di un portico, o la soglia di un marciapiede. Dal suo punto di vista, Katherina è pessimista: “in Grecia non si può più parlare di equilibri, ma solo di squilibri”, come una tavola che ondeggiando produce schizzi di innovazione e derive nichiliste e violente. Le occupazioni degli ospedali, il “movimento delle patate” e lo sciopero trimestrale di una fabbrica [VEDI GLOBAL PROJECT] sono tutti esempi di iniziative molto degne, “ma a cui manca una vera volontà di fare rete, di promuovere una visione generale. Sono forme anti-crisi”. Chiedo a Katherina, conoscitrice dell’Italia dei movimenti, quanto siano fondate le analogie tra la Grecia e il nostro paese. “Voi siete chiaramente i prossimi. Le cose che stanno facendo da voi ora sono le stesse che fecero da noi qualche anno fa. Ma voi starete infinitamente peggio: noi non abbiamo mai avuto le industrie… Ma voi, perderete le industrie. Perderete tutto”. Le somiglianze, effettivamente, si sprecano. Governo tecnico, blocco mediatico, schiacciamento dei movimenti e incomunicabilità: tutti fattori che accomunano i due versanti dell’Adriatico. “Mia madre è contenta, perché dice che dopo lo swap a giugno arriveranno gli aiuti della BCE, così potrà pagare i debiti”, dice Katherina. I debiti. Lo scenario argentino. Tutto si richiama e si riavvolge. “La situazione sta esplodendo, letteralmente. Facciamo previsioni fosche, forse. Ma non è possibile che abbiamo tutti gli incubi”. 
Alla facoltà di Legge incontriamo alcuni studenti dell’EEAK, una formazione di sinistra radicale e indipendente. Parliamo con Iannis e Christos, studenti. Ci dicono che il movimento studentesco “affronta una fase difficile”, di risacca. La crisi tende a schiacciare anche le frange studentesche. Durante l’estate il governo ha approvato una nuova riforma dell’istruzione che cancellerà, tra le altre cose (forme di diritto allo studio, innalzamento delle tasse e altro che in Italia conosciamo bene), il cosiddetto “asilum”, ovvero il divieto per la polizia e l’esercito di entrare nelle facoltà. “E’ il diritto delle persone di organizzarsi e utilizzare un luogo libero e liberato, e verrà cancellato”. 

Allo Tseki in via Tsamadou (un luogo in affitto utilizzato dai movimenti dei migranti, dove si tengono corsi di lingua e molto altro), la via pedonale di Exarchìa, incontriamo la sera tardi Nikos, 42 anni, libraio, attivo nei movimenti da 25 anni. “il ’73 [la rivolta del Politecnico di Atene, ndr] è stato il nostro capitale politico per 40 anni. Abbiamo marciato su quello, la nostra comunità di movimento si è costruita su quello. Siamo giunti al punto, oggi, che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo”. Nikos parla un inglese misto a spagnolo e greco, e si esprime con calma e molta umiltà. Vede chiaramente l’evolversi di una situazione poco gestibile, perché “le persone non vogliono una nuova società, oggi. Non intendono aspettare il prossimo ciclo di espansione del capitale. Vogliono il livello di vita, le merci, che avevano sino a due anni fa. E lo vogliono ora”. I movimenti non sembrano in grado di rispondere organicamente alla crisi. “Il livello delle decisioni che viene messo in campo è troppo in alto, finché saremo solo noi greci non cambierà niente. Così come non sono per nulla convinto da chi dice che la soluzione è l’uscita dall’euro o dall’EU… la strada albanese o nordcoreana non è la soluzione, non è quello il punto. Il problema è che devono essere anche i lavoratori tedeschi, i francesi, a muovere un nuovo modello. E’ lì che si prendono le decisioni, è lì che deve essere rimesso in discussione questo modello di sviluppo”. A dimostrazione di questo pessimismo della ragione, che aleggia in tutti gli ambiti di movimenti, Nikos è convinto che “ancora non abbiamo visto nulla. A maggio ci saranno le elezioni, da allora in poi ne succederanno delle belle”. Si riferisce alla probabile vittoria della destra (e la possibile presenza in parlamento dell’estrema destra per la prima volta), e allo slitteranno del dibattito pubblico dall’economia al razzismo, alla violenza e alla repressione. “Non mi aspetto alcun colpo di stato o cose simili, né derive autoritarie particolari… ma, probabilmente, sarà il periodo più buio dagli anni della dittatura”.
Sulle analogie con l’Italia, “noi abbiamo il vantaggio di non avere alle nostre spalle alcuna sconfitta storica, niente di paragonabile ai vostri anni ’80. Ma voi siete i prossimi, non si discute”. Già. Noi siamo i prossimi. Grecia catastrojka chiama Italia.  

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