Bulut Yayla: ero sicuro che mi volessero uccidere

ΜΠΟΥΛΟΥΤ ΓΙΑΙΛΑ

La sera del 30 maggio 2013 una macchina si ferma all’incrocio tra via Bòtasi e via Sòlonos e, secondo le testimonianze, cinque uomini in borghese scendono dalla Peugeot grigio metallizzato e fanno salire con la forza sull’auto targata ZKI 8462 il 26enne Bulut Yayla, richiedente asilo. Il suo sequestro viene denunciato alla polizia e in seguito a contatti tra il deputato di Syriza D. Tsoukalà e il capo della polizia viene reso noto il numero di targa dell’automobile, che risulta essere un mezzo di servizio della polizia operante al di fuori dell’Attica; la polizia però nega di sapere dove fosse Bulut Yayla e persino di essere a conoscenza della sua presenza nel paese, per poi smentirsi il giorno successivo, dichiarando di sapere che il Consiglio Greco per i Rifugiati rappresentava Bulut Yayla.

Tre giorni dopo il suo sequestro, il Comitato di Solidarietà viene informato della detenzione di Bulut Yayla all’Antiterrorismo di Istanbul. A causa del clamore suscitato da questa notizia, viene ordinata un’indagine preliminare dal PM Charalambos Lakafòsin, che incontra però molti ostacoli: Yayla è detenuto in isolamento e gli avvocati greci non possono ottenere un’autorizzazione, inoltre alcuni mesi dopo la sua avvocatessa non potrà presentarsi al PM perché non le verrà concesso il visto.

Pochi giorni fa Bulut Yayla è stato scarcerato ed è stato intervistato telefonicamente dalla redazione del giornale “Avgi”. Pubblichiamo l’intervista e un estratto della lettera che Yayla aveva inviato ai suoi avvocati in Grecia, a pochi giorni dal suo sequestro, in cui rivelava di avere la certezza di essere ucciso.

Intervista di Elli Zotou

Prima di tutto, voglio chiederti come stai. Quando sei stato scarcerato esattamente?

Sto bene. Sono un po’ confuso, ma felice. Mi aspettavo che le accuse sarebbero cadute, ma non mi aspettavo che sarebbe accaduto così presto. Adesso cerco di abituarmi alla vita fuori. Sono stato scarcerato il 27 marzo.

Cosa ti ha fatto sentire di dover andare via dalla Turchia e venire in Grecia?

Sono un rivoluzionario, socialista. Faccio parte del movimento studentesco per l’istruzione gratuita. Ho iniziato a impegnarmi nel 2005, quando frequentavo l’università Uludağ di Prusa. Ero iscritto alla facoltà di Lettere.

L’8 maggio 2012 c’è stata una grande operazione a Istanbul contro molte organizzazioni democratiche. Con questa operazione alcuni avvocati che erano anche militanti, studenti e rivoluzionari sono stati arrestati e incarcerati. E’ stato emesso un mandato di cattura anche nei miei confronti, ma non mi hanno trovato. Ed è per questo che sono stato dipinto dai media come un kamikaze, una “bomba umana”. Tutti coloro che non hanno potuto arrestare sono stati inseriti in una lista, “bombe umane”, e hanno appeso manifesti in tutte le caserme e ovunque con scritto “ricercati,  vivi o morti”.

Quali sono esattamente le accuse? Sappiamo che sono state accusate per lo stesso caso circa 15 persone, tra cui anche tuo fratello. Lui quando è stato arrestato?

Mio fratello è stato arrestato durante l’operazione. Ci accusano di essere membri dell’organizzazione terrorista DHKP-C. Nei fascicoli non ci sono elementi precisi. All’inizio ero stato accusato di essere uno dei capi dell’organizzazione e poi l’accusa è cambiata, sono diventato un semplice membro. Quindi cambia anche la pena. E le accuse riguardano attività democratiche, come la partecipazione alla festa del Primo Maggio, non c’era altro.

Ad Ankara sono imputato come capo, a Istambul come un semplice membro. Gli avvocati chiedono che i due procedimenti diventino uno solo. Così verrò giudicato in base ad un’unica imputazione.

Arrivi in Grecia. Da quel che ci hanno comunicato i tuoi avvocati qui, hai cercato di presentare domanda di asilo. Cos’è successo esattamente dopo?

Non ho fatto immediatamente domanda d’asilo, avevo paura che inviassero una segnalazione all’interpol. Poi sono andato al Consiglio Greco per i Rifugiati e ho chiesto aiuto agli avvocati; da lì la mia richiesta è stata inviata con un fax, me ne hanno fornito una copia. Mi hanno sequestrato prima di andare all’appuntamento in questura

I giorni prima del tuo sequestro avevi notato qualche movimento strano?

Pochi giorni prima alcuni poliziotti sono venuti al ristorante dove lavoravo. Due erano in divisa e uno in borghese. Hanno chiesto immediatamente il mio nome, quello di mia madre e quello di mio padre. Volevano portarmi in caserma per arrestarmi. Ho chiesto aiuto ai compagni nel ristorante. Avevo detto loro che ero venuto qui per chiedere l’asilo politico e che stavo per andare in questura, per cui perché avrei dovuto andare con quei poliziotti?

Parlavano in continuazione al cellulare e poi se ne sono andati senza portarmi via. L’avvocatessa Eleni Spathana era intervenuta telefonicamente e li aveva informati della mia volontà di chiedere l’asilo politico. Hanno preso i miei dati e se ne sono andati. A parte questo non mi sono accorto di nulla  di particolare, nulla di strano.

Arriviamo al giorno del tuo sequestro. Cosa è successo di preciso?

La sera del 30 maggio sono uscito dal ristorante intorno alle 9.30. C’erano circa 5-6 persone lontane dal negozio, uno da dietro ha cercato di chiudermi gli occhi e di afferrarmi le braccia, ma ce ne erano anche altri. All’inizio hanno cercato di buttarmi a terra. Ho urlato molto, ho chiesto aiuto, ma non ho potuto farlo a lungo. Mi hanno buttato in macchina e mi portato via.

Erano a volto coperto?

No, non avevano nulla.

Tu potevi vedere? Siete passati per qualche caserma della polizia o siete partiti direttamente, cosa è successo dopo?

Ero sdraiato sul sedile posteriore e due persone erano sopra di me, uno sulle mie gambe e l’altro mi teneva le mani, per non farmi muovere. Un’ora dopo, prima di cambiare macchina, mi hanno messo un cappuccio e  le manette. Ho visto i loro volti, posso riconoscere tre di loro.

Ti hanno parlato durante questi primi minuti?

All’inizio, quando mi hanno catturato, urlavano qualcosa in greco. Anch’io urlavo. Tutto qui.

Parlavano tra di loro?

No.

Dopo aver cambiato macchina cos’è successo?

Dopo un’ora si sono fermati da qualche parte e mi hanno portato in un’altra macchina. Mi hanno subito messo un altro cappuccio, uno di quelli che portano le unità speciali, ma senza quei fori sulla bocca, sugli occhi e sul naso. Loro non parlavano proprio; ho trascorso la maggior parte del tempo assieme a loro. Molte ore.

Circa due ore dopo mi hanno tolto il cappuccio e mi hanno messo una cosa simile a degli occhiali, però non erano occhiali, perché non potevo vedere nulla, erano neri, grandi. Hanno scattato una foto, l’ho capito dal flash, ho sentito il suono e ho visto il bagliore attraverso i bordi degli “occhiali”. Poi mi hanno messo di nuovo il cappuccio. All’inizio me ne hanno messo uno sottile, come quelli che vediamo in tv, come un sacco. L’altro era un capuccio normale, che si chiudeva del tutto.

Ho viaggiato insieme a loro per circa 7-8 ore. Poi si sono fermati da qualche parte e hanno preso da mangiare. L’ho capito perché stavano mangiando affianco a me. Questa è stata l’unica volta che ci siamo fermati.

E poi?

Prima del cambio successivo, mi hanno tolto uno dei due cappucci. Mi hanno portato da qualche parte, ho capito che era un bosco e là mi hanno consegnato a un’altra automobile. Ho capito dall’odore che c’era l’erba, fiori, qualcosa come un bosco. In quest’auto abbiamo viaggiato per circa 4 ore. Non parlavano proprio, non ho sentito nulla. Prima di fermarci mi hanno tolto il capuccio. Il primo capuccio che mi avevano messo era sottile, non potevo distinguere i colori, ma potevo intuire le sagome delle persone e in quel momento ho capito che stavamo seguendo un’altra macchina che si trovava di fronte a noi, l’ho capito dalle luci, perché le vedevo.

A parte me, c’erano altre quattro persone in macchina. La strada era asfaltata, a da ambedue le parti c’erano degli alberi. Poco a poco diventava giorno. Poi siamo entrati in una strada secondaria e la macchina ballava. Venti minuti dopo che avevo capito che stavamo seguendo quella macchina si sono fermati. L’uomo accanto al conducente ha fatto un segnale e tutti hanno alzato il giubotto e l’hanno chiuso fino a coprirsi il viso. Tutti portavano dei giubotti. Siamo scesi da qualche parte, doveva essere il confine, perché c’erano dei segnali come quando c’è una zona militare. Dall’altra parte ho visto 10-15 persone incappucciate. Mi hanno abbassato la testa e mi hanno consegnato agli altri. Penso che sia stato allora che ho attraversato il confine. Quelli che mi hanno preso mi hanno tolto il capuccio e le manette e li hanno dati agli altri e poi mi hanno messo delle fascette di plastica ai polsi e un altro capuccio.

Durante la consegna hai notato qualcosa?

Mentre mi cambiavano il cappuccio ho visto che avevano tutti cappucci color militare, tipo verde scuro, cachi. Ho capito che mi trovavo in un campo.

Chi portava la divisa militare? Quelli che ti hanno consegnato o gli altri che ti hanno preso?

Quelli che mi hanno preso indossavano divise militari.

E poi cos’è successo? 

Uno alla mia sinistra e un altro alla mia destra mi hanno preso per le braccia e uno, da dietro, mi teneva per i pantaloni e abbiamo proceduto a piedi, mi hanno fatto girare a destra e a sinistra per circa venti minuti e credo che uno ha detto in turco “veloce, veloce”. Quelli che mi hanno consegnato hanno detto <<ok, bye>>. Poi è arrivata una macchina, penso fosse una jeep, e mi hanno messo di nuovo sdraiato sul sedile posteriore per non vedere fuori. Abbiamo passato in questa macchina circa 15-20 minuti. Ci siamo fermati da qualche parte, poi mi hanno portato fuori dalla macchina con la forza. Siamo saliti per due piani, mi hanno messo in una stanza, c’era un divano. Mi sono seduto là. In Grecia ero ammanettato con le braccia davanti, dopo la mia consegna in Turchia ero ammanettato con le braccia dietro la schiena, e così mi hanno portato là. Ammanettato e incappucciato.

Sono rimasto seduto lì circa un’ora. Cercavano di farmi chinare la testa in continuazione. Questa cosa mi faceva soffrire. Poi mi hanno tolto il cappuccio e le manette  e mi hanno detto <<Bentornato a casa>>.  Io ho gli ho detto che mi avevano portato via dalla Grecia e loro mi hanno in preso in giro: <<Chi? Quando è successo, raccontaci>>. E hanno fatto un documento falso, secondo cui mi avevano arrestato al confine.

Prima di arrivare in Turchia mi hanno sequestrato qualsiasi cosa avessi con me. Nella caserma in Turchia mi hanno preso con la forza le impronte digitali per effettuare un controllo dell’identità,  poi hanno scritto che ero stato arrestato in Turchia. C’era un gruppo dell’Unità Antiterrorismo di Istanbul. Sono stati loro a prendermi e portarmi ad Istanbul, presso la Questura. Il secondo giorno ho potuto parlare con il mio avvocato, raccontando tutta la storia. Così ho potuto sapere della falsa registrazione avvenuta. In questo documento dicevano che ero stato arrestato al confine, a Edirne, che stavo preparando degli attacchi terroristici ecc.

L’arresto dov’è avvenuto? 

A Istanbul. La registrazione è avvenuta a Edirne, mi hanno portato ad Istanbul, là sono stato interrogato – all’Unità Antiterrorismo – e da lì sono stato portato al tribunale al processo per direttissima. Prima, ovviamente, sono passato per la Procura e ho raccontato la storia del mio sequestro, c’è nel fascicolo. E dopo il processo per direttissima sono stato messo in carcere.

Per caso sai se le autorità giudiziarie greche si sono messe in contatto con quelle turche? Perché sappiamo che qui è stata avviata un’indagine preliminare. 

No, non lo so.

In quale carcere sei stato portato? 

Sono rimasto a Istanbul, al carcere Metris, e poi sono stato trasferito al carcere di tipo F Tekel Dar, vicino ad Edirne. Ci sono due tipi di carceri F lassù, io sono rimasto nel primo, dove le celle sono per tre persone. Eravamo solo in due però, io e mio fratello.

In base a quale sentenza sei stato scarcerato? 

Veniamo processati da Tribunali Speciali, ma per colpa della loro abolizione, il tribunale è stato definito a “tempo indeterminato”. Gli avvocati hanno presentato domanda di scarcerazione, perché se il processo viene definito a “tempo indeterminato” si violano la legge e i diritti umani e saremmo rimasti ingiustamente per mesi nel carcere. Il Tribunale ci ha lasciati liberi. In totale, tredici persone sono state rimesse in libertà.

Estratti dalla lettera 

Avevo difficoltà a respirare e lottavo per non addormentarmi (…) E mentre succedeva tutto questo, cercavo di trovare risposte alle mie domande. Mi domandavo <<cosa sta succedendo? Cosa sta succedendo?>>. Cercavo di non addormentarmi e di tenere la mente sveglia (…). Ormai ero sicuro che mi avrebbero ucciso. Tutto faceva capire che si trattava di un’operazione organizzata.

Sentivo che era arrivata la fine. Ho fatto un breve resoconto della mia vita. Dicevo a me stesso <<nel bene o nel male hai vissuto 26 anni, hai vissuto la vita che volevi, hai fatto le tue scelte>>. Sentivo la morte così vicina… 

Mi hanno messo un cappello e mi hanno fatto scendere dalla macchina. Mi sono tolto il cappello perché desideravo vedere quante più cose potevo in questi ultimi momenti della mia vita. E proprio quando il mio cuore avrebbe dovuto aumentare i suoi battiti, iniziava a battere più lentamente…

Fonte: avgi.gr

Traduzione di AteneCalling.org

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