Come potrebbero essere lasciate libere le nuove colonie del debito, Grecia e Argentina? / How could Greece and Argentina – the new ‘debt colonies’ – be set free? [ITA-ENG]


Se gli stati potessero andare in bancarotta come le aziende ne beneficerebbero tutti, specialmente i più poveri della società.
Ha-Joon Chang
domenica 25 novembre 2012
Il colonialismo è tornato. Almeno secondo i leader politici dei due più famosi paesi debitori. Commentando l’incapacità dell’Unione Europea di mettere fine all’accordo nonostante i selvaggi tagli alla spesa realizzati dalla Grecia, Alexis Tsipras, il leader del partito di opposizione Syriza, ha detto la scorsa settimana che il suo paese sta diventando una “colonia del debito”. Un paio di giorni dopo, Hernán Lorenzino, il ministro argentino dell’economia, ha usato l’espressione “colonialismo giudiziario” per denunciare la sentenza della Corte degli Stati Uniti secondo cui il suo paese deve pagare per intero un gruppo di “fondi avvoltoi” che hanno tenuto duro dalla ristrutturazione del debito seguita al default del paese del 2002.
Mentre il loro linguaggio era deliberatamente provocatorio, questi due politici rendevano estremamente importanti due punti. Tsipras chiedeva perché la maggior parte del peso dell’aggiustamento causato da prestiti cattivi deve cadere sui paesi debitori e, al loro interno, sui membri più deboli. Ed ha ragione. Come sostengono loro, ci vogliono due persone per ballare il tango, per questo chi condanna la Grecia per l’indebitamento imprudente dovrebbe anche condannare i prestatori imprudenti che hanno reso possibile tutto ciò.
Lorenzino chiedeva come possiamo permettere ad una corte che detta le regole in un paese straniero a favore di un piccolo gruppo di creditori (che hanno comprato il debito nel mercato secondario) di far deragliare un piano di risanamento nazionale dolorosamente costruito. L’assurdità di questa situazione diventa chiara quando ricordiamo che in parte è grazie al default e alla conseguente ristrutturazione del debito che l’Argentina, che cresce ogni anno circa del 7%, è stata l’economia dell’America Latina con una crescita più forte tra il 2003 e i 2011. 
Ma qui ci si gioca molto di più che i welfare nazionali di Grecia e Argentina, per quanto importanti essi siano. Il problema del debito greco ha trascinato verso il basso non solo la Grecia, ma l’intera eurozona, e con essa l’economia mondiale. Se il debito greco fosse stato velocemente ridotto a un livello gestibile attraverso la ristrutturazione, l’eurozona sarebbe oggi in una condizione molto migliore. Nel caso argentino, stiamo rischiando non solo la fine del recupero, ma un nuovo round di disordine nel mercato finanziario globale a causa di una discutibile decisione della corte statunitense. 
In molti sostengono che, per quanto possano essere spiacevoli, queste situazioni sono inevitabili. Comunque, quando si verificano rispetto a problemi di debito all’interno delle nostre frontiere, di fatto non lasciamo sviluppare la stessa situazione. Tutte le leggi nazionali sulla bancarotta permettono alle aziende con problemi di debito troppo grandi di dichiarare loro stesse il fallimento. Una volta che viene dichiarato il fallimento, l’azienda debitrice e i suoi creditori sono obbligati a lavorare insieme per riorganizzare gli affari dell’azienda, secondo regole chiare.
Per prima cosa, viene imposto un congelamento dei rimborsi del debito – per la durata di sei mesi nel caso della legge americana sulla bancarotta, una legge amichevole con i debitori. In secondo luogo, in base all’accordo della maggioranza (o in alcuni paesi di una super-maggioranza di due terzi), ai creditori è richiesto di accettare un programma di riduzione del debito in cambio di una nuova strategia di gestione aziendale. Questo programma può includere una riduzione completa (o perfino la cancellazione) dei debiti, attraverso la riduzione dei tassi di interesse e l’estensione del periodo di rimborso. Terzo, le cause dei creditori individuali sono interdette finché non c’è un accordo, in modo che i creditori individuali non possano interrompere il processo di ristrutturazione. Quarto, sono prese in considerazione anche le richieste degli altri stakeholders dell’azienda, con una priorità tipicamente garantita ai salari rispetto ai debiti.     
Sfortunatamente, non esistono meccanismi come questo per gli stati. E’ questo ad aver reso la crisi di sovranità del debito così difficile da gestire. Siccome gli stati non hanno nessuna protezione legale dai creditori nei periodi di difficoltà, pospongono la necessaria ristrutturazione delle loro economie affidandosi a nuovi debiti nella (generalmente delusa) speranza che la situazione si risolverà da sola, in qualche modo. Questo rende il problema del debito più grande del necessario.  
Inoltre, siccome non possono andare in bancarotta ufficialmente, gli stati affrontano una dura scelta. O falliscono e rischiano l’esclusione dal mercato finanziario internazionale (nonostante potrebbero comunque superarla velocemente, come fecero Russia e Malaysia alla fine degli anni ‘90) o devono optare per un fallimento de facto, in cui fingono di non essere falliti rimborsando i loro attuali prestiti con soldi presi in prestito da organismi pubblici, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea, mentre cercano di negoziare la ristrutturazione del debito.  
Il problema di questa soluzione è che, in assenza di regole chiare, il processo di rinegoziazione del debito diventa prolungato, e può spingere l’economia del paese in una spirale verso il basso. Abbiamo visto ciò in molti paesi dell’America Latina durante gli anni ’80, e lo stiamo vedendo oggi in Grecia e in altre economie periferiche dell’eurozona.
Nel frattempo, l’assenza di regole simili a quelle che proteggono le richieste salariali nella legislazione sulla bancarotta aziendale determina il fatto che le richieste degli stakeholders più deboli – pensioni, sussidi di disoccupazione, sostegni al reddito – sono le prime ad essere deluse. Questo crea malcontento sociale, che in seguito minaccia la ripresa scoraggiando l’investimento.
Non è perché la gente ha perdonato i fallimenti di per sé che si è giunti a introdurre la legge sulla bancarotta aziendale. E’ stato perché è stato riconosciuto che, sul lungo termine, i creditori – e le economie estere – hanno buone probabilità di trarre maggiori benefici riducendo il peso dei debiti delle aziende in difficoltà, al fine di poter ottenere un nuovo inizio, che lasciandole disintegrare in maniera disordinata.
E’ giunto il momento d applicare gli stessi principi ai paesi e di introdurre una legge sovrana sul fallimento.

  How could Greece and Argentina – the new ‘debt colonies’ – be set free? 

If nations were able to go bankrupt like companies it would benefit everyone, especially society’s poorest.

Ha-Joon Chang

sunday 25 November 2012


Colonialism is back. Well, at least according to leading politicians of the two most famous debtor nations. Commenting on the EU’s inability to deliver its end of the bargain despite the savage spending cuts Greece had delivered, Alexis Tsipras, the leader of the opposition Syriza party, said last week that his country was becoming a “debt colony”. A couple of days later, Hernán Lorenzino, Argentina’s economy minister, used the term “judicial colonialism” to denounce the US court ruling that his country has to pay in full a group of “vulture funds” that had held out from the debt restructuring that followed the country’s 2002 default.
While their language was deliberately incendiary, these two politicians were making extremely important points. Tsipras was asking why most burdens of adjustment for bad loans have to fall on the debtor country and, within them, mostly on its weaker members. And he is right. As they say, it takes two to tango, so those who condemn Greece for imprudent borrowing should also condemn the imprudent lenders that made it possible.
Lorenzino was asking how we can let one court ruling in a foreign country in favour of one small group of creditors (who bought the debt in the secondary market) derail a painfully engineered process of national recovery. The absurdity of this situation becomes clear when we recall that, partly thanks to the default and subsequent debt restructuring, Argentina, expanding at close to 7% per year, has been the fastest growing Latin American economy between 2003 and 2011.
But there is far more at stake here than the national welfares of Greece and Argentina, important though they are. The Greek debt problem has dragged down not just Greece but the whole eurozone, and with it the world economy. Had the Greek debt been quickly reduced to a manageable level through restructuring, the eurozone would be in a much better shape today. In the Argentinian case, we are risking not just an end to Argentina’s recovery but a fresh round of turmoil in the global financial market because of one questionable US court ruling.
Many people argue that, regrettable as they may be, such situations are unavoidable. However, when it comes to debt problems within our borders, we actually don’t let the same situation develop. All national bankruptcy laws allow companies with too big a debt problem to declare themselves bankrupt. Once bankruptcy is declared, the debtor company and its creditors are forced to work together to reorganise the company’s affairs, under clear rules.
First, a standstill is imposed on debt repayments – for as long as six months in the case of the debtor-friendly American bankruptcy law. Second, subject to the majority (or in some countries a super-majority of two thirds) of them agreeing, creditors are required to accept a debt reduction programme in return for a new company management strategy. This programme could involve outright reduction (or even cancellation) of debts, lowering of interest rates, and extension of the repayment period. Third, lawsuits by individual creditors are banned until there is an agreement, so that individual creditors cannot disrupt the restructuring process. Fourth, the claims of other stakeholders on the company are also taken into account, with wages being typically given “seniority” over debts.
Unfortunately, no mechanism like this exists for countries, which is what has made sovereign debt crises so difficult to manage. Because they don’t have any legal protection from creditors in times of trouble, countries typically postpone the necessary restructuring of their economies by piling on more debts in the (usually unfulfilled) hope that the situation will somehow resolve itself. This makes the debt problem bigger than necessary.
What’s more, because they cannot officially go bankrupt, countries face a stark choice. Either they default and risk exclusion in the international financial market (although countries can overcome it quickly, as Russia and Malaysia did in the late 1990s) or they have to opt for a de facto default, in which they pretend that they have not defaulted by making full repayments on their existing loans with money borrowed from public bodies, like the International Monetary Fund and the EU, while trying to negotiate debt restructuring
The problem with this solution is that, in the absence of clear rules, the debt renegotiation process becomes lengthy, and can push the economy into a downward spiral. We have seen this in many Latin American countries in the 1980s, and we are seeing it today in Greece and other eurozone periphery economies
Meanwhile, the absence of rules equivalent to the protection of wage claims in corporate bankruptcy law means that claims by weaker stakeholders – pensions, unemployment insurance, income supports – are the first to go. This creates social unrest, which then threatens recovery by discouraging investment.
It is not because people condoned defaulting per se that they came to introduce the corporate bankruptcy law. It was because they recognised that in the long run, creditors – and the broader economy, too – are likely to benefit more from reducing the debt burdens of companies in trouble, so that they can get a fresh start, than by letting them disintegrate in a disorderly way.
It is high time that we applied the same principles to countries and introduced a sovereign bankruptcy law.

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