Comunicato dello spazio autorganizzato Resalto sulla manifestazione antifascista di giovedi 18/9 a Keratsini

7a

La manifestazione antifascista che si è svolta giovedì 18 settembre 2014 a Keratsini, a un anno dall’assassinio di Pavlos Fyssas, ucciso dalle lame delle squadracce neonaziste di Alba Dorata, si è distinta per la partecipazione di molte migliaia di manifestanti e per l’applicazione di un piano repressivo basato sulla frammentazione e dispersione del corteo da parte dei plotoni dei MAT e delle squadre Delta.

Molti blocchi di manifestanti sono stati assaliti dalle forze di repressione e, a causa dell’asfissiante pressione della polizia, mentre alcuni gruppi proseguivano dritto per via Salaminos, altri sono stati costretti a svoltare a destra o a sinistra senza poter più ricompattarsi con gli altri. Indicativo è il caso dell’attacco al blocco dell’ EEK (partito operaio rivoluzionario, n.d.t.) che ha portato al ferimento alla testa e alla frattura di un braccio del manifestante che reggeva lo striscione per colpi di manganello. Tuttavia il gruppo che ha subito la maggior pressione, con ripetuti attacchi che avevano come obiettivo lo scioglimento del blocco stesso e con i successivi fermi e arresti delle decine di manifestanti con accuse inventate (come al solito), è stato quello dei movimenti autogestiti del quartiere, l’Assemblea di piazza Keratsini-Drapetsona e lo spazio autorganizzato di solidarietà e lotta Resalto.

La pianificazione repressiva della tolleranza zero” contro il corteo ha potuto essere messa in atto anche grazie a ripetute azioni portate avanti da gruppi che affiancavano il blocco della protesta, molti dei quali hanno scelto obiettivi controversi e addirittura di carattere antisociale, con culmine l’attacco al KEP (centro di servizi al cittadino, n.d.t.) su viale Salaminos in orario di apertura degli sportelli, mentre all’interno erano presenti dipendenti e cittadini. Lì sono rimasti feriti alcuni manifestanti di un blocco di sinistra che fischiavano contro un assalto che comportava rischi evidenti, mentre un’altra manifestante è stata trasportata in ospedale con ferite alla nuca e perdita temporanea della vista (i gruppetti in questione hanno proseguito e compiuto azioni simili nella zona di Tabouria, nelle piazze Kyprou e Laou e nelle strade limitrofe, in alcuni casi insultando e minacciando i residenti).

Con questo pretesthanno fatto la loro comparsa ai lati del corteo molteplici cordoni di MAT, all’incrocio tra le vie Salaminos e Konstantinoupoleos, intorno al blocco di protesta dell’Assemblea di Piazza Keratsini-Drapetsona e del centro autorganizzato di solidarietà e lotta Resalto. Le pietre e le bombe molotov lanciate contro i MAT dai gruppi esterni ai blocchi del corteo che cadevano sulle teste dei manifestanti, sui gruppi di protezione del corteo e su chi reggeva gli striscioni (con lievi ferimenti di compagni) sono state la giustificazione finale per l’assalto dei cordoni di polizia al blocco dei manifestanti che, anche con l’utilizzo di grandi quantità di lacrimogeni, hanno spezzato in due parti il corteo nel momento in cui svoltava in direzione Tabouria.

Dopo la prima carica in via Salaminos e la dispersione del blocco dei collettivi locali autorganizzati – sostenuto dalla presenza fisica e dai gruppi di “protezione” organizzati di altri progetti autonomi delle zone del Pireo e di tutta Atene ovest e della regione dell’Attica – la testa si è diretta verso piazza Kyprou (sede del Comune). Lì ha subìto ulteriori attacchi dalle squadre Delta che in moto si sono riversate sulla folla, investendo un compagno che è stato successivamente fermato e arrestato con le accuse di possesso e uso di molotov, incendio doloso e uso di esplosivi, successivamente trattenuto a Gada (caserma centrale della polizia, n.d.t.) e chiamato a rispondere alle accuse lunedì 22/9 , rischiando la carcerazione.

Accuse fabbricate ed infondate, non solo perché il compagno non ha commesso alcun reato tra quelli che gli sono contestati, ma soprattutto perché alla sede del Comune in piazza Kyprou e dintorni non è stata lanciata alcuna molotov.

La coda del blocco dei manifestanti, non potendo più svoltare verso Taburia dopo la carica iniziale della polizia, si è ricompattata in via Salaminos; uno degli striscioni laterali è stato spostato in testa e in questo modo si è spostata in direzione di Nikaia, girando a destra in via Psarron (direzione sud) nel tentativo di arrivare fino a piazza Laou a Tabouria.

La pressione delle forze repressive era insostenibile e mentre il blocco marciava circondato dai MAT nel tentativo di svoltare in via Aghialou per raggiungere piazza Laou ha subito un altro violento attacco sia dai MAT che dalle squadre Delta, che hanno prima sciolto il blocco, poi nelle vie circostanti hanno inseguito, accerchiato e ferito i manifestanti che sono poi stati presi e radunati in via Ypapantis di fronte all’omonima chiesa, subendo una violenza verbale continua e vedendosi negato il diritto alle cure mediche.

È a questo punto che ha avuto luogo il fermo di massa tramutato poi in arresto di decine di compagni e compagne, ai quali sono state attribuite gravi accuse e che sono stati rilasciati dopo due giorni di detenzione; il processo è fissato per il 2 ottobre. Ciò che bisogna sottolineare è il modo in cui sono state attribuite le accuse ai 61 fermati di via Ypapantis. Dopo averli riuniti, sotto il controllo del centro operativo di polizia , hanno iniziato arbitrariamente a disporli in gruppi di cinque o sei persone, scelti casualmente e senza criteri definiti, per poi registrare ogni gruppo come separato dagli altri, con accuse simili ma leggermente diverse affinché risultasse plausibile lo scenario di molteplici arresti in più punti vicini dove i gruppi <<compivano atti illegali>>. Esempio lampante dell’immotivata aggressione e degli ingiustificati arresti è il rilascio di due manifestanti che, dopo essere stati fermati in un primo momento, sono stati rilasciati poco dopo poiché i veicoli della polizia giunti sul posto per trasportare gli arrestati risultavano già pieni. Inoltre la squadra Delta, muovendosi verso i manifestanti che confluivano da via Psarron, ha respinto violentemente un gruppo di poche unità di compagni/e di Keratsini che sorreggevano lo striscione principale all’incrocio tra le vie Aghialou e Venizelou (vicino a piazza Laou) mentre tentavano di riposizionarsi in testa al corteo, ferendo una compagna con manganellate alla testa.

Durante la manifestazione di giovedì 18/9/2014 a Keratsini è stato palesemente applicato un piano repressivo di “tolleranza zero” ben pianificato e stabilito dallo stato di emergenza , in base alla dottrina del law and order e della teoria degli estremismi riemersa nelle dichiarazioni del ministro della pubblica sicurezza Kikilias in merito alla manifestazione antifascista sulla <<determinazione nell’impedire che la democrazia greca si trasformi nella repubblica di Weimar>>. Con la mobilitazione di 4 mila agenti di polizia, l‘esaltazione dell‘imprevidenza, con scelte scriteriate e addirittura autistiche come rompere qualche vetrina di obiettivi controversi o inutili, ha fornito l’indispensabile pretesto per l’applicazione del piano repressivo. <<Logiche>> e <<pratiche>> che non solo ci sono estranee ma anche nemiche, in quanto prendono in considerazione nient’altro che loro stesse, screditano i processi collettivi, svalutano unilateralmente le decisioni prese in collettività e sono caratterizzate da atteggiamenti provocatori e comportamenti antisociali.

Non siamo però disposti al sacrificio per l’applicazione della teoria degli estremismi come non lo siamo per alcun altro metodo repressivo. Tutti gli arrestati e le arrestate di via Ypapantis e del comune di Keratsini appartengono al blocco dell’Assemblea di piazza Keratsini-Drapetsona e dello spazio autorganizzato di solidarietà e lotta Resalto – eccetto due persone (una delle quali minorenne) che sono state arrestate separatamente e a cui è stata rivolta l’accusa di <<disturbo della quiete pubblica>> con l’aggravante del <<travisamento>>, comunque detenute a Gada e che verranno portate lunedi 22/9 di fronte al giudice per rispondere del reato commesso. E mentre da una parte è certo che al processo dei 61 arrestati di via Ypapantis lo scontro politico sarà acceso, quello che ora bisogna sottolineare è che non deve essere neanche presa in considerazione l’eventualità della detenzione per il compagno Nikos A., arrestato fuori dal comune di Keratsini e a cui sono state addossate gravi accuse di tipo penale, e neanche per i due manifestanti a cui hanno attribuito accuse grazie alla legge sul travisamento, con unica imputazione il <<disturbo della quiete pubblica>>.

La lotta di classe sociale autorganizzata contro le atrocità dei fascisti, il totalitarismo dello stato e la desertificazione capitalistica continuerà, a Keratsini come in tutti gli altri quartieri, e le autorità giudiziarie dovranno affrontare un corpo di prigionieri politici, in quanto la maggioranza di essi appartiene a collettivi organizzati (gruppi politici, centri sociali, occupazioni, assemblee di quartiere).

COMUNITA’ AUTORGANIZZATE DI LOTTA, CREATIVITA’, SOLIDARIETA’ IN OGNI QUARTIERE

SOLIDARIETA’ AI MANIFESTANTI ANTIFASCISTI ARRESTATI GIOVEDì 18/9 A KERATSINI

NESSUNA DETENZIONE

RITIRO DI TUTTE LE ACCUSE

Fonte: anarxiko-resalto.blogspot.gr

Traduzione di AteneCalling.org

 

1 comment for “Comunicato dello spazio autorganizzato Resalto sulla manifestazione antifascista di giovedi 18/9 a Keratsini

  1. Gianni Sartori
    ottobre 8, 2014 at 11:59 am

    Un contributo al laicismo in chiave antifascista, ciao
    GS

    “GUERRE SANTE” (da bin Laden a Anders Behring Breivik) e possibili sbocchi reazionari della crisi europea.
    (Gianni Sartori – 2012)
    La sua personale “guerra santa” Osama bin Laden l’aveva dichiarata ancora nel 1998, prima degli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania e molto prima di quello del 2001 (11 settembre). Dalla lettura della fatwa si poteva comprendere che i futuri atti di violenza terroristica venivano considerati come “risposte ad una dichiarazione di guerra contro Dio, il Suo messaggero e i musulmani”. Si riferiva, ovviamente, alle operazioni militari degli Usa in Medio Oriente. Quella di bin Laden non è stata l’unica dichiarazione di guerra proclamata da attivisti che dicono di ispirarsi alla religione. In genere si pensa a figure del mondo islamico come lo sceicco Ahmed Yassin e Abdul Aziz Rantisi, rispettivamente fondatore e leader politico di Hamas, entrambi uccisi dai servizi segreti israeliani. Ma esempi di “terroristi in nome di Dio” (come li definisce la traduzione italiana del libro di Mark Juergensmeyer) non mancano tra i sikh del Punjab (attentato all’aereo dell’Air India nel 1985), gli induisti (la Rashtriya Swayamsevak Sangh negli anni venti in India, in parte le Tigri tamil nello Sri Lanka) o perfino i buddisti. Shoko Asahara, leader della setta Aum Shinrikyo responsabile dell’attentato con gas nervino alla metropolitana di Tokio nel 1996, rappresenta sicuramente un caso limite, ma suggerisce che nemmeno la dottrina dell’ahimsa rende del tutto immuni (una conferma che nessuna religione è intrinsecamente “buona” è venuta dal genocidio compiuto pochi anni fa dai buddisti cingalesi ai danni dei tamil). Anche molti esponenti di quella che viene definita “destra ebraica” si consideravano attivisti religiosi. Personaggi come Baruch Goldestein (autore del sanguinario attacco alla Tomba dei Patriarchi nel 1994 a Hebron), Yoel Lerner e il rabbino Meir Kahane, ammazzato nel 1990. Yigal Amir, responsabile dell’uccisione del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, sostenne di essere stato influenzato dalle opinioni espresse da alcuni rabbini. Il suo gesto veniva “legittimato dal decreto del persecutore” che obbliga moralmente un ebreo a fermare chi rappresenta un “pericolo mortale” per il suo popolo. La colpa di Rabin era di aver negoziato con l’Olp di Arafat.
    E i cristiani? Probabilmente si sentivano profondamente tali alcuni seguaci di Ian Paisley che militavano nei gruppi paramilitari filoinglesi in Irlanda del Nord (Ulster freedom fighters, Ulster protestant volunteers, Ulster protestant action group, Ulster volunteer force…), responsabili di numerosi omicidi settari nei confronti della popolazione cattolica. Diverso, va detto, l’atteggiamento della maggior parte dei militanti repubblicani. Questi ultimi, pur altrettanto violenti, erano in genere molto più “laici”, non settari (in genere colpivano soltanto protestanti legati alle milizie lealiste o alla polizia filobritannica).
    Alcuni significativi esempi di terrorismo cristiano li troviamo negli Stati Uniti, tra organizzazioni e milizie di destra come Christian Identity, Christian Army of God, Michigan Militia (a cui era legato l’autore della strage del 1995 di Oklahoma City, Timoty McVeigh), Posse Comitatus, Aryan Nations.
    Militanti fanatici formatisi tra le interpretazioni dei testi biblici opera di Hal Lindsey (The Late Great Planet Earth e The Promise of Bible Prophecy) e la lettura di testi razzisti, dall’apocrifo I protocolli dei savi di Sion al romanzo fantapolitico di William Pierce The Turner Diaries, oltre a numerosi bollettini propagandistici antigovernativi come Spotlight o Patriot Report, infarciti di teorie della cospirazione e di antisemitismo. O guardando e riguardando The Big Lie (il video prodotto da Linda Thompson sul mortale assalto contro i Branch Davidians a Waco) durante le pause dell’addestramento paramilitare in campi comunitari come The Covenant, the Sworrd and the Arm of the Lord, in Arkansas. Anche il norvegese reo-confesso della strage di Utoya, Anders Behring Breivik, ossessionato dall’immigrazione e dal multiculturalismo, venne definito dai media “cristiano fondamentalista”. Con alle spalle una militanza nel FramstegsPartiet (Partito del Progresso), si trovava molto probabilmente sulla stessa lunghezza d’onda dei gruppi suprematisti statunitensi e non è da escludere che proprio gli esempi di oltre oceano lo abbiano suggestionato. La tecnica con cui aveva preparato l’auto-bomba è simile a quella utilizzata da McVeigh contro un edificio federale a Oklahoma City (quasi duecento vittime) mentre l’attacco al campeggio dei giovani laburisti evocava i ricorrenti massacri di studenti nelle università degli Usa, in particolare quello di Columbine. Se la “teoria dell’imbuto” (utilizzata da Joel Dyer, autore di “Harvest of Rage”, per spiegare l’incremento di azioni terroristiche compiute dalle milizie statunitensi) non vale solo per gli Usa, ma anche per la vecchia Europa sarebbe il caso di preoccuparsi. Da molti anni stiamo assistendo al diffondersi di una estrema destra razzista (spesso antisemita) che non esita nel richiamarsi apertamente al fascismo e al nazismo.
    In Norvegia il FramstegsPartiet (FrP), tanto xenofobo quanto neoliberista, con il 22,9% dei voti è diventato la seconda forza politica del Paese. Altrettanto a destra, il partito conservatore Hoyre. In Svezia la Sverigedemokraterna (Democrazia svedese, erede di un movimento filonazista) di Jimmi Aakesson, con il 5,7% dei voti aveva superato lo sbarramento entrando in Parlamento con 20 seggi. Varie formazioni neonaziste sono presenti a Stoccolma, Goteborg e Uppsala. Tra queste la Vitt Ariskit Motstand (“Resistenza Bianca Ariana”) che usa la runa “dente di lupo”, il “nodo di rune” utilizzato negli anni settanta da Terza Posizione e più recentemente da alcuni gruppi ucraini e polacchi. Durante la seconda Guerra mondiale designava la Das Reich, divisione SS responsabile di eccidi come quello del 1944 a Oradour-sur-Glane (oltre 650 morti accertati, in maggioranza donne e bambini.
    In Finlandia i voti a favore del partito Perussuomalaiset (Veri Finnici) arrivano quasi al 20% (con una quarantina di seggi). Non a caso Anders Behring Breivik aveva inviato il testo del suo memoriale ad un parlamentare di Perussuomalaiset. Ancora nel 2007 il Dansk Folkparti (Partito del popolo danese) con il 13,8% dei voti aveva conquistato 25 seggi nel Folketing (parlamento danese) diventando la terza forza politica del Paese, indispensabile per l’appoggio esterno al governo conservatore. Analogamente in Olanda una coalizione di centrodestra ha governato con l’appoggio esterno del Partij voor de Vrijheid. Il “Partito per la libertà”, guidato da Gert Wilders, nel 2010 aveva ottenuto 24 seggi con il 15,5% dei voti. In Austria il Fpo, guidato da Heinz-Christian Strache, era arrivato al 27% nel 2010 (municipali di Vienna). In Svizzera il Partito del popolo, di destra, è arrivato al 28,9%. In Francia, già nelle amministrative del 2010 il Fronte Nazionale di Marine Le Pen aveva guadagnato il 15% al primo turno per poi fermarsi al 12% al secondo. Dopo i buoni risultati già ottenuti nelle presidenziali francesi nel 2012, la figlia del fondatore del Fronte Nazionale appariva destinata a qualificarsi ulteriormente. Sempre in Francia, alla destra del FN proliferano i gruppi cosiddetti “identitari” che recuperano in chiave strumentale tematiche spesso “trascurate” (eufemismo) come l’autodeterminazione dei popoli (gruppi identitari sono sorti sia in Bretagna che in Occitania, sicuramente più difficile con i baschi di Iparralde…), l’ecologia e la giustizia sociale. In Italia, le principali formazioni di estrema destra tricolori rimangono Casapound (i cui militanti in genere votavano per il Pdl) e Forza Nuova (citata nel memoriale di Anders Behring Breivik). Stessa musica nell’est dell’Europa. Aumenta sia il numero dei sostenitori di Jobbik in Ungheria (16,7%) che del partito della Grande Romania (8,66%) e di Atika in Bulgaria. Alimentate dalla crisi economica, le proposte politiche delle destre europee in difesa delle identità nazionali (ma a scapito delle minoranze, ca va sans dire) e di contrasto all’immigrazione (strumentalizzando le paure diffuse tra gli strati popolari, i più esposti alle contraddizioni della globalizzazione) trovano un terreno fertile. Una situazione preoccupante che ricorda fin troppo un film già visto, la Germania degli anni venti e trenta.
    Tutta colpa delle religioni? In parte, almeno. Sicuramente contribuiscono ad alimentare le derive irrazionali e totalitarie. Sia con la sacralizzazione della morte (è un fatto che molti fascisti sono sostanzialmente dei necrofili) che con il culto delle gerarchie (una caratteristica comune di quasi tutte le religioni, in particolare di quelle monoteiste). Non sarà un antidoto universale (esiste anche un totalitarismo di matrice laica), ma sicuramente un poco di sano ateismo ogni tanto non guasterebbe.
    Gianni Sartori (2012)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


otto − = 5