Con il cancro e senza assicurazione sanitaria

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Tasos Simanoglou

Oggi, per un malato di cancro la Grecia della crisi finanziaria, della precarietà lavorativa, della disoccupazione e del crollo del sistema sanitario pubblico è un carcere senza ferri. Perché al contesto già appesantito – intenzionalmente o per ignoranza – è stato aggiunto in questi ultimi anni lo stereotipo anti-scientifico della “maledizione” o “della malattia ripugnante” per cui i malati vengono trattati come futuri morti. L’austerità è una condizione che delinea di nuovo dei limiti di vita assai limitati. I malati di cancro qui, diventano ormai oggetto di disprezzo o nei casi migliori di filantropia e di pietà. Mai però soggetti di diritti. 

In realtà il cancro è una malattia difficile e dura. Spesso è curabile – basta che ci sia un accesso tempestivo e completo ad un sistema medico-sanitario ben organizzato, nonché al sostegno psicologico. Condizioni che oggi non sussistono, visto che un cittadino su tre ha perso la sua assicurazione sanitaria. 

“Solo lo scorso anno si sono rivolti da noi 600 malati di cancro sprovvisti di assicurazione sanitaria. Proprio oggi ho chiamato all’ospedale Metaxas per una signora senza assicurazione sanitaria, con un cancro alle mammelle in stadio avanzato. E pensa che noi ne vediamo solo l’1%. C’è gente che muore a casa sua, senza aiuto” mi dice Anastasia Lagàri. È una volontaria al KEFI (Associazione di amici volontari dei malati di cancro). L’associazione è stata fondata nel 2004 soprattutto per offrire sostegno psicologico ai malati e alle loro famiglie, attraverso il programma di psicoterapia di gruppo e sessioni individuali. In Grecia, la maggior parte del personale medico non è specializzato in questo senso, i servizi sociali degli ospedali sono sotto organico. Spesso i medici hanno più paura dei malati. “Dicono che è stato loro diagnosticato il cancro e perdono la terra sotto i loro piedi. La tua quotidianità cambia, insieme al tuo corpo” aggiunge Katerina Didaskàlou, psicologa dell’Associazione. Poi è arrivata la crisi finanziaria come una forza distruttrice e ormai il KEFI cerca di organizzare il sostegno per chi è povero e senza assicurazione sanitaria. 

Anna Bourani è una di loro. La prima cosa che ha fatto, appena l’abbiamo incontrata in un bar in Amfiali [Pireo, ndt] è stata di farmi vedere delle vecchie foto che porta nel suo portafoglio, quando aveva i capelli neri e lunghi. “È allora che ho subìto un grande shock, quando i miei capelli iniziano a cadere per la chemio. Li tenevo sempre lunghi”. Anna è una donna affascinante di 62 anni. Le è stato diagnosticato il cancro alle mammelle nell’aprile 2012. È stata operata presso l’ospedale Ippokrateio e avrebbe dovuto cominciare la chemio. Visto però che aveva dei debiti presso il Fisco e TEVE [Istituto di Assicurazione dei Liberi Professionisti, ndt] perché aveva intestato a suo nome un piccolo furgone di uso pubblico, noleggiato da una grande società che non la paga ormai da un anno, il suo libretto sanitario è scaduto. “Ho raccolto tutti i miei gioielli d’oro, li ho venduti e così sono riuscita a rinnovare il mio libretto sanitario per due mesi e sottopormi ad otto terapie. Poi mi hanno detto che dovevo sottopormi a 30 radiazioni e assumere il farmaco Herseptin per un anno. Non ho fatto niente. La mia assicurazione sanitaria è scaduta, non ho i soldi e ho lasciato perdere. Assumo una pillola che costa 150 euro, me la danno gratuitamente dall’Ambulatorio Sociale di Elliniko“.

Anna da due anni non segue né la sua terapia, né dei controlli per vedere la situazione della sua salute. Quando è stata sottoposta a mastectomia, le hanno messo una valvola al seno, che doveva essere tolta alcuni mesi dopo. Anche questa è ancora là. “Quando al Centro di Certificazione delle Invalidità mi hanno chiesto di alzare la maglietta mi sono messa a piangere”. Anche adesso si mette a piangere. “Non mi fotografate ora. Non voglio pietà” mi dice e fuma in continuazione. Poi si mette a ridere. “Questo furgone mi ha causato il cancro. Non so cosa farne. Non posso venderlo, né trasferirlo. Non mi danno i soldi e non posso pagare il mio debito alle Casse. Quindi non posso prendere nemmeno una pensione per gli invalidi, né un libretto sanitario per i poveri”. Anna vive con la pensione di 600 euro di suo marito. Sono in ritardo di 3 affitti e suo marito ha seri problemi motori. “Mi sveglio la mattina e ho dolori dappertutto. Non so nemmeno che cosa ho. Non ce la faccio vivere così. È meglio morire. Penso solo a mio marito, che in passato era un gigante ed eravamo felici. Che non lo buttino da qualche parte, se io me ne vado”.

Chrysanthi Tousé

Anna ha scritto la sua storia al GIP. Di recente l’Associazione dei Medici ha fatto un ricorso di risarcimento per il male subito dai cittadini senza assicurazione sanitaria, per la loro incapacità di accedere al sistema sanitario pubblico. Tra l’altro le viene ancora la pelle d’oca, quando legge la cosa impensabile detta dal ministro della sanità Adonis Georgiàdis al Washington Post, “si sa che il cancro non è un caso urgente, a meno che il paziente non si trovi nello stadio terminale della malattia”. Quello che è noto, però, è l’esatto contrario. Il cancro ha molte più probabilità di essere battuto prima dello stadio terminale. Dopo lo scalpore causato e il bombardamento di messaggi su twitter, il ministro dichiarò “lost in translation” sostenendo che “i malati di cancro ricevono sin dal primo momento la dovuta cura, anche se non hanno un’assicurazione sanitaria”.

Anna Bourani

Il caso di Tassos Sismanòglou, smentisce il Ministro. Mi aspetta su una panchina davanti al Tribunale di Atene. “Prendo il sole” mi dice mentre mi saluta. Ha 53 anni, aveva anche lui un’impresa, un laboratorio di intaglio del legno, chiuso a causa della crisi con un debito di 26.000 euro verso la Cassa per i Liberi Professionisti. Quando era giovane era un musicista di strada. Girava le città suonando la musica. Al contrario di come succede in genere, ha visto la malattia come un’occasione per cambiare vita. “Non mi ha spaventato. Il giorno che ho preso la biopsia ho guardato di nuovo il cielo. Ma quando sono andato in ospedale ho perso tutto. Non ho sentito nulla”. Gli è stato diagnosticato un linfoma non Hodgkin. È stato ricoverato all’ospedale Evaggelismos per la chemio. “Mi addebitavano le spese e non me ne ero reso conto. Durante la terza chemio ho trovato presso la Cassa un conto di 13.000 euro che sarebbe stato trasferito al Fisco”. Si è voluto rendere noto ai media il suo caso per un intervento del ministro della sanità con la promessa che il debito sarebbe stato cancellato, cosa che lui stesso non ha ancora confermato. Prende i farmaci necessari gratuitamente dalla Farmacia dell’Associazione Medica.

Si è recato al Servizio per la Certificazione delle Invalidità per ottenere la certificazione della sua invalidità e gli hanno detto che per ottenere il 67% dovrà trovarsi allo stadio terminale, cioè sottoporsi ad un trapianto di midolo osseo. “Ci mancherebbe altro, meglio non prenderla mai”. È separato e ha due figli. “Dico a mia figlia di scappare via appena cresce. Dove c’è terra, là c’è anche patria. Io ormai mi sento straniero in questa città. Le peggiori tossine, figlia mia, sono quelle che secerniamo noi per la paura o la rabbia. Tutta questa gente che si chiude in casa con la depressione, mi puoi dire cosa farà?”. Tassos è favorevole alla medicina alternativa e contrario alle chemio. “Voglio sopravvivere, rivendicando la qualità della vita”. In questi giorni sta accordando il suo basso di nuovo e si prepara a suonare dal vivo con la sua banda.

Litsa e Makis

Il costo della chemio e della terapia del cancro è circa 20.000 euro. Ci sono dei farmaci che costano 3.000 euro a bottiglietta. È ovvio che chi non ha un’assicurazione sanitaria ed è senza reddito non può pagare. Ci sono però grandi difficoltà anche per coloro che hanno un’assicurazione sanitaria, visto che il loro reddito è ridotto in modo orizzontale e diffuso, mentre al contrario è cresciuto il costo della partecipazione economica ai farmaci e agli esami dei pazienti. Litsa e Makis appartengono alla seconda categoria. Hanno (ancora) una copertura sanitaria e nella loro sfortuna sono stati fortunati, visto che quando stavano bene lavoravano e avevano un contratto di assicurazione privata che oggi copre le chemio necessarie. Entrambi hanno il cancro. Avevo sentito dire che questa cosa succede nelle coppie. Si ammalla prima uno, il suo compagno lo sostiene e poi – forse per la pressione psicologica – si ammalla anche l’altro.

Mi accolgono nella loro casa a Maroussi. Davanti a loro c’è Nella, il loro cane. “Quando mi metto a letto e soffro molto, lei viene e si siede al mio fianco guardandomi. Se qualcuno si avvicina, lei abbaia in modo severo cacciandolo via” mi spiega Makis. Litsa ha 53 anni. Dieci anni fa le è stata diagnosticato un liposarcoma all’utero. C’è stata una metastasi al polmone. Ha lottato e ce l’ha fatta. Ad ottobre è apparso di nuovo il cancro alle mammele. Adesso viene sottoposta alle chemio e a terapia ormonale. “Metà della terapia è la psicologia buona. Ho vissuto per tanti anni perché Makis mi ha offerto una vita bella. Ci sono uomini che scappano via da queste situazioni. Chiedevo una parucca e me ne portava 2-3 per scegliere. Faceva di tutto per rendermi felice. Adesso prendiamo entrambi degli anti-depressivi. Vado dal Centro Odierno in piazza Syntagma per essere vista da un psichiatra gratuitamente. Ma ultimamente non ho nemmeno i soldi per i biglietti”. Mi fa vedere la bolletta dell’ENEL con l’avviso del taglio dell’elettricità. Vivono entrambi con la pensione di invalidità di Makis, visto che è stato lui per primo ad ammalarsi di cancro alla prostata con una metastasi ossea nel 2010. Il triennio è passato, si è recato presso il Servizio per la Certificazione delle Invalidità per rinnovarla, ma non prende la pensione da ottobre. “Ecco, è così che si prende il protogenes pleonasma. Dai soldi che non vengono dati a Makis. Ho fatto anche io domanda per la pensione di invalidità e sono in attesa. Rischiamo di perdere la nostra assicurazione sanitaria, se la certificazione non arriva. Versiamo solo 200 euro al mese per la partecipazione al costo dei nostri farmaci e abbiamo anche un figlio minore. Ho tanta rabbia dentro di me”.

Paris Papafloratos

Quasi tutte le persone che incontro mi parlano di Giorgos Vichas, un medico che li ha sostenuti quando lo stato ha girato le spalle, facendo rivivere il vecchio modello popolare del curatore dedicato alla sua funzione e che aiuta chiunque ne ha bisogno. Le loro parole sono emozionanti. Il giorno successivo vado dall’Ambulatorio Metropolitano Sociale di Elliniko per conoscerlo da vicino. Da qui sono passati più di 150 malati di cancro senza assicurazione sanitaria. I volontari dell’Ambulatorio somministrano loro i farmaci, li seguono, li inviano agli ospedali pubblici. Ci sono delle Amministrazioni che rigettano le loro richeste, chiudono la porta a chi non ha un’assicurazione sanitaria. Mi denunciano che c’è un ospedale che non accetta i pazienti che hanno un libretto sanitario per i poveri. Una brillante eccezione è solo l’ospedale Sotiria, dove i medici ogni mercoledì rimangono oltre il proprio orario e sottopongono a delle chemio gratuite i pazienti senza assicurazione sanitaria sotto la supervisione del direttore dell’Unità Ongologica, Konstantinos Syrigos.

A Novembre, l’ambulatorio metropolitano di Elliniko, ha presentato uno studio su 126 malati senza assicurazione sanitaria, al Convegno di Oncologia. Secondo questo studio, il 60% dei pazienti è riuscito a recarsi all’ambulatorio solo 3-4 o perfino 5 mesi dopo la diagnosi iniziale della malattia. In tutti i casi, il tumore si è espanso, alcuni casi erano particolarmente avanzati. Infine 10 di questi pazienti hanno perso la vita. “Non so se la morte fosse dovuta alla malattia. La cosa certa, però, è che sono arrivati in ritardo e che il cancro non era più nella forma in cui era comparso. Abbiamo fatto vedere delle foto in vari congressi internazionali, con dei tumori abbandonati che non si vedevano da anni in Europa” riporta il signore Vichas. Chiedo a lui di raccontarmi la scena più emozionante avvenuta all’ambulatorio metropolitano. “Era venuto un giovane di 29 anni affetto di leucemia, al quale serviva Glivex (2000 euro a confezione). Abbiamo fatto un appello, perchè non ce l’avevamo. Si sono presentate due signore, una da Edipsos [167km da Atene, ndt] e l’altra dall’isola di Kythira affette dalla stessa malattia e si sono offerte di dare una parte delle loro dosi della terapia. Mi ricordo che la signora di Kythira ci ha detto che se qualcuno deve morire, preferisce che sia lei e non il ragazzo giovane che ha solo 29 anni”.

Vaggelis Athanasopoulos

Tutte le storie che pazienti e medici condividono con me sono dolorose, ma i loro protagonisti hanno lo sguardo di un orgoglio ripreso. Molti sono riusciti a trasformare la malattia in una lotta per la vita. Paris Papafloràtos con il libretto sanitario per i poveri e il numero 1950 per i Servizi di Certificazione delle Invalidità, aspetta per otto ore in fila per vedere il suo oncologo, nel frattempo fa amicizia su Facebook con altri pazienti ed escono tutti insieme. Chrysanthi Tousè disoccupata, lei e suo marito, con due figli, ha dato tutto il suo patrimonio all’ospedale IASO, la prima volta che si è ammalata. Adesso il cancro è ritornato. Mi offre un dolce. “Ecco, è proprio qui che sfogo il mio stress” mi dice e si ricorda che quando si era recata per la prima volta all’Associazione si era seduta lontana, temendo che gli altri l’avrebbero trattata male perché era straniera. “E là che ho imparato a non dare peso a chi mi guarda bene o male, ma di tirare dritto”.

Vaghèlis Athanassòpoulos “per modo di dire avvocato” come si dichiara, mi offre tsipuro in via Mourià, ad Exarchia, mentre lotta con una sigaretta elettronica per sostituire i quattro pacchetti di sigarette che fumava prima di ammalarsi. Ha tagliato da solo i capelli, appena hanno ripreso a cadere per la chemio. “È stato un campanello quello che è successo a me. Ringrazio però il mio medico, Konstantinos Syrigos ed il suo gruppo. Credo che vincerò perché ho troppa voglia di vivere” mi dice prima di salutarci.

Un intero mondo di solidarietà viene costruito là dove lo stato si ritira. Nella mia mente mi vengono le parole dalla conferenza del psicoterapeuta Yannis Augoustàtos a KEFI. Una conferenza sul “ragazzo ferito” che tutti portiamo dentro di noi e sul “ragazzo magico interno”. Quello che si identifica nella spontaneità, la fantasia e il gioco. “Noi qui viviamo la nostra utopia. Ci concentriamo sull’offerta e non sulle bruttezze che vediamo al TG delle otto. I media non si interessano dell’esempio positivo”, commenta. Uno dopo l’altro, i partecipanti prendono la parola. Zoi Grammatòglou, presidente dell’Associazione ed ex paziente, scrive l’epilogo con ottimismo. “Dobbiamo vivere. Quando mi sono ammalato, non ho abbassato la testa. Non ho fatto un’operazione di ripristino del seno. Mi interessava solo vivere”.

Di Maria Louka, foto di Alexandros Katsis.

Fonte: vice

Traduzione di AteneCalling.org

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