Di rebetiko, Petròpulos, manghes e buzuki (parte II)

hqdefault

Parte II (qui la Parte I)

1. Rebetiko, identità nazionale e Grecia antica

Nel già citato articolo di Francesco De Palo e in un altro articolo dello stesso autore intitolato «Grecia, Imam Baildì e il rebetiko 2.0» (17/9/2014), il rebetiko viene accostato a tutti i momenti critici della storia greca: il rebetiko sarebbe il genere che, dalle Termopili fino alla crisi economica, meglio descrive le ardenti passioni del popolo greco, concepito evidentemente come una massa omogenea nel tempo e nello spazio, e privo di differenze e complessità al suo interno. Le canzoni rebetiche sarebbero canzoni di speranza e di resistenza; addirittura, oggi sarebbero «il motore per una rinascita intellettuale», e avrebbero caratterizzato fortemente la società ellenica tra la guerra civile e la fine della Dittatura dei Colonnelli, fino alle «speranze post troika». Questo è in parte vero: durante la guerra italo greca e l’occupazione nazifascista, come durante la guerra civile, sono state scritte molte canzoni rebetiche di successo come Ο σαλταδόρος, di Michalis Ghienitsaris. I σαλταδόροι (saltadori) saltavano di nascosto sui carri tedeschi per rubare generi alimentari, benzina, e tutto ciò che vi trovavano. Naturalmente rischiavano la vita. Spesso il bottino veniva rivenduto al mercato nero. Molte canzoni scritte in questo periodo hanno effettivamente un’evidente connotazione “patriottica”, o diventano veri e propri canti di resistenza contro gli occupanti.

ksypolito-tagma71414486517

Le parole di De Palo però sembrano presupporre l’esistenza di uno spirito nazionale greco che ispira le canzoni rebetiche, che avrebbero addirittura una relazione diretta con le Termopili e con la rivoluzione contro il dominio ottomano del 1821, e che dunque il rebetiko, come “genere musicale”, sia espressione di una coscienza nazionale ellenica. Probabilmente De Palo non ha mai sentito parlare del razzismo dei greci di Grecia nei confronti dei greci della diaspora. Il rebetiko nasce proprio per via del cosmopolitismo dell’area balcanica e dell’Asia Minore durante l’Impero Bizantino e soprattutto durante quello Ottomano, come spiegato prima. Inoltre, nelle canzoni rebetiche non c’è praticamente alcun riferimento alla Grecia antica, tranne che per alcune eccezioni, come il riferimento ad Achille ed Ettore nella canzone Ο ισοβίτης, o nelle canzoni che parlano dell’Ade e di Caronte. Nonostante i dogmi della chiesa ortodossa, nelle canzoni rebetiche è infatti Caronte ad accogliere le anime dei morti, e l’inferno continua a essere chiamato «Άδης», proprio come nei μοιρολόγια.

Gran parte degli elementi presenti nel rebetiko, dai versi alla musica, dal gergo dei rebetes alle loro stesse usanze e costumi, sono il risultato di fusioni di elementi provenienti da diverse culture. Il rebetiko ha avuto un’epoca di grandissima diffusione in Grecia, specialmente in quartieri popolari come Karaiskakis, Trumba, Bara, ecc. Ma in Grecia la coesistenza delle etnie non cessò immediatamente dopo la liberazione dall’Impero Ottomano, e dopo il 1922 il Paese subì un forte incremento demografico dovuto all’afflusso di profughi provenienti dalla Turchia, che si stabilirono soprattutto proprio ad Atene e Salonicco. Il rebetiko travalica i confini degli Stati-nazione. Iovàn Tsaus arrivò al Pireo con la Catastrofe del ’22, e sembra che non sapesse parlare bene il greco. Roza Eskenazi era un’ebrea di Istanbul, Marika Ninu era armena, Michalis Ghienitsaris era arvanita, la religione della famiglia di Markos Vamvakaris, nato a Syros, era il cattolicesimo. Anche se, a quanto pare, nessun rebetis era zingaro, ατσιγγάνες e γυφτοπούλες sono le protagoniste di alcune canzoni rebetiche.

Se interpretate correttamente, le canzoni rebetiche sono una miniera di informazioni per comprendere il mondo di una parte della società greca del XIX e del XX secolo nelle grandi città come Atene e Salonicco, o per studiare gli incroci e le relazioni tra etnie e culture che hanno interessato l’area balcanica e la penisola anatolica per secoli, ma con le Termopili non hanno nulla a che fare.

2. Rebetes, malavita e rivoluzione

I manghes non hanno nessuna ideologia politica, ed è impossibile collocare le canzoni rebetiche all’interno di una determinata categoria politica. Alla fine dell’800 i kutsavàkides venivano utilizzati dai partiti come picchiatori e provocatori. Durante la dittatura di Metaxàs, Ghienitsaris venne spedito al confino sull’isola di Ios, e molti rebetes vennero confinati a Salonicco. La polizia perseguitava i rebetes, visti come dei teppisti, immorali e drogati, e chiudeva i tekès. I rebetes hanno legami con la malavita, ma non tutti i rebetes sono criminali:

«(…) La malavita e la casta dei rebetes sono come due cerchi sovrapposti che non combaciano del tutto. Propongo l’assioma “uno scassinatore può essere, o non essere, un rebetis; un rebetis può essere, o non essere, uno scassinatore”, perché voglio evidenziare che fare lo scassinatore è un mestiere, mentre il rebetis ha un’identità particolare. L’identità del rebetis rispecchia la sua qualità. La qualità sociale di un rebetis si esprime mediante il comportamento di quest’ultimo. In ultima analisi, il rebetis ha rivendicato il Diritto alla Diversità. Lo scassinatore era stato emarginato dalla società, mentre il rebetis aveva scelto l’emarginazione».

(tratto da Ρεμπετολογία)

I rebetes sono una sorta di casta che comunica in un gergo basato sul neogreco, ma con parole che vengono dal turco, dall’albanese, dal veneziano. Hanno scelto di vestirsi in maniera particolare, di fumare hashish, di non sposarsi; anche se nelle canzoni chiamano le donne «τσαχπίνες» (tsachpines, seduttrici) e soffrono a causa loro, tendenzialmente sono sessisti e disprezzano le donne, eccezion fatta per le rebètisses. Durante il giorno i manghes spesso passano la giornata girando per le strade o andando a fumare il narghilè nei tekè o in zone isolate, come Keratòpirgos (a Keratsini, vicino al porto del Pireo, dove pare che fosse la «caverna del drago» in cui sbarca la ciurma Deliàs/Batis/Paghiumtzìs nella canzone di Ghiorgos Batis Ζεμπεκάνο Σπανιόλο). A volte le barche venivano trasformate in tekès improvvisati. La sera andavano a divertirsi al Fàliro, in taverna, o nei locali fuori città, gli σκυλάδικα (skylàdika). Alcuni manghes, come ad esempio Ghiorgos Batis e Vassilis Tsitsanis, diventarono proprietari di taverne o locali.

607

I rebetes sanno di non appartenere alla classe dominante, ma non contestano il potere politico per fare la rivoluzione. L’opposizione dei rebetes al potere è individuale e piuttosto ingenua, ed è più che altro un conflitto culturale/morale. I rebetes si oppongono dunque alla morale comune, o alla guardia che vuole sequestrargli il fumo e il narghilè, o i dadi per il gioco d’azzardo, ma non a un nemico etnico o di classe – almeno, non in maniera del tutto consapevole. Il colpevole delle pene di un rebetis in genere è la «società» in generale, o l’amore per una donna – per un mangas nel caso delle rebètisses. Per dimenticare le «amarezze» della vita la soluzione è quasi sempre il narghilè, o addirittura l’eroina («πρέζα», preza). Gli eroinomani («πρεζάκηδες») sono disprezzati dai χασικλήδες (chassiklìdes), e vengono emarginati dagli altri rebetes. Nelle canzoni rebetiche si finisce in galera per l’hashish, per un furtarello  o per amore ma mai, che io sappia, per motivi ideologici o politici.

rebet1

In alcune canzoni rebetiche vengono espressi veri e propri deliri di megalomania, come il desiderio di diventare primi ministri o dittatori (Ο Μάρκος προθυπουργός e Είμαι πρεζάκιας). Durante la guerra italo-greca, l’occupazione e la guerra civile, come ho già detto, circolavano canzoni rebetiche “patriottiche” o di resistenza, oppure canzoni rebetiche satiriche su Mussolini e l’esercito italiano, senza però riferimenti ideologici o politici precisi. Durante la Guerra Civile l’esercito democratico diffondeva tramite megafono alcune canzoni rebetiche come Κάποια μάνα αναστενάζει per colpire emotivamente i soldati dell’esercito nemico e farli disertare. Sotirìa Bellu era comunista e venne torturata e imprigionata durante l’Occupazione nazista di Atene. Sembra che Bithikotsis sia stato il primo interprete dell’Inno della giunta dei colonnelli, nel 1967. Nikolaos Muschundìs, noto ufficiale della gendarmeria di Salonicco, era un grandissimo collezionista di dischi rebetici e un fan di Vassilis Tsitsanis, di cui era amico e «compare». Conosceva personalmente anche altri famosi rebetes, come Vamvakaris, Paghiumtzìs e Papaioannu (cfr. Νίκος Μουσχουντής, in Το Άγιο Χασισάκι).

2011110600167-preview

Nikos Muschundìs (1906 – 1958)

3. Il rebetiko oggi

L’elettrificazione degli strumenti e del palco, l’evoluzione della società, l’industria discografica, l’introduzione di nuovi strumenti nelle orchestre rebetiche, la depurazione delle canzoni dagli elementi considerati immorali o sconvenienti e infine la scomparsa degli ultimi rebetes sono fattori che hanno portato a un rapido e radicale mutamento del rebetiko, e poi alla sua «estinzione». Dal capitolo Μακρά τείχη (Lunghe mura) di Ρεμπέτικα τραγούδια:

«Il rebetiko si è sviluppato costretto all’interno di lunghe mura: dal momento della sua comparsa a quello della sua sparizione è stato ritenuto pericoloso come la lebbra. La censura lo ha castrato. Le case produttrici lo hanno corrotto. Le vecchie genuine canzoni rebetiche hanno una libertà d’espressione caratteristica. Negli anni successivi le canzoni rebetiche con versi sospetti (…) non circolavano su disco. I letterati della cosiddetta generazione del ’30, che tanto hanno offerto alla Grecia, hanno ignorato il rebetiko, ma neanche le generazioni letterarie successive lo hanno studiato.

(…) I particolari di vita vissuta contenuti nelle canzoni rebetiche (…), se analizzati, ci forniscono un panorama della Grecia nel periodo 1900 – 1950. Il crollo del rebetiko inizia all’incirca nel 1950, con le prime composizioni di Chiotis, anche se la prima rottura, dieci anni prima, si era verificata con l’ingresso nella compagnia rebetica della chitarra, e poi della fisarmonica. Comunque è triste constatare che il rebetiko si è estinto quando i suoi interpreti erano ancora giovani».

Le canzoni rebetiche, in particolare quelle sull’hashish (χασικλίδικα, chassiklìdika), erano illegali. La canzone Ένας μάγκας στο Βοτανικό, un vecchio successo degli anni ’30, fu incisa da Spiros Zagòreos negli anni ’70 in un gergo inventato e assolutamente incomprensibile ai più, proprio per evitare di incappare nelle maglie della censura. Verso la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 si verificavano episodi paradossali: da una parte, come abbiamo spiegato, la censura ha colpito l’autore di una delle prime opere sul tema, cioè Ilias Petròpulos e la prima edizione di Ρεμπέτικα Τραγούδια (1968); dall’altra parte, come testimonia il video nell’articolo di De Palo del gennaio 2015, Tsitsanis veniva intervistato e suonava in televisione nel 1972 – cioè l’anno prima dell’irruzione dell’esercito nel Politecnico occupato. In questo video Tsitsanis e Theodorakis cantano insieme la già citata Κάποια μάνα αναστενάζει. A partire dalla fine degli anni ’60, lo “sdoganamento” del rebetiko, depurato da tutti i riferimenti più “sconvenienti” come quelli all’hashish e alle droghe, ha praticamente coinciso con la perdita della sua originalità.

Sin dagli anni ’70   sono stati pubblicati molti studi sul rebetiko, naturalmente non solo di Ilias Petròpulos, e moltissime biografie di rebetes. Sempre a partire dagli anni ’70 alcuni cantanti hanno reinterpretato i più grandi successi del rebetiko, e musicisti come Manos Chatzidakis hanno composto brani influenzati da questo genere musicale. Altri musicisti, come Dionissis Savòpulos, Manos Loizos e Thanassis Papakonstantinu, hanno scritto canzoni su ritmo zeibèkiko. De Palo cita Imam Baildì, ancora più recenti, ma che con la crisi non c’entrano nulla, visto che sono attivi dal 2007. In una delle canzoni del gruppo hip hop Τα μάτια των πνιγμένων, intitolata Το Μινόρε, è stato utilizzato un brano della serie televisiva Το μινόρε της αυγής.

Negli anni ’80, un periodo non di crisi ma di “sviluppo” per la Grecia, sono stati prodotti film e serie televisive di successo come Ρεμπέτικο (Rembetiko) di Kostas Ferris (1983, con la colonna sonora di Stavros Xarchakos) e Το μινόρε της αυγής, andata in onda sul canale pubblico ERT tra il 1983 e il 1984 (qui una clip con uno zeibèkikos di Michalis Ghienitsaris, interpretato dallo stesso Ghienitsaris). Nonostante alcune imprecisioni e anacronismi, il film di Ferris è comunque di discreta qualità. Il supposto rinnovato interesse riservato in Grecia a questo genere musicale a causa della crisi economica del XXI secolo è dunque tutto da dimostrare. La povertà e la miseria ricorrono spesso nelle canzoni rebetiche ma, a quanto so, l’unica canzone che parla esplicitamente delle conseguenze di una crisi economica è di Kostas Rukunas (ed è un sirtòs, cosa rarissima nelle canzoni rebetiche).

maxresdefault

Una scena del film «Ρεμπέτικο» di Kostas Ferris

Ormai però parte dei versi delle canzoni rebetiche sono quasi incomprensibili, anche per i greci. Nessuno usa più il gergo classico dei manghes, anche se alcuni termini sopravvivono ancora. Per gli ascoltatori di oggi (scrivente compreso, ovviamente) è difficile interpretare correttamente molte delle immagini o delle scene presenti nelle canzoni rebetiche, perché descrivono situazioni quotidiane e contesti particolari ormai lontani da quelli dei nostri tempi. Alcuni esempi, tratti anche dal libro Rebetiko – vita, musica, danza tra carcere e fumi dell’hashish a cura di Epaminondas Thomos e pubblicato nel 2013 da Nautilus:

  1. i versi «όταν συμβεί στα πέριξ φωτιές να καίνε / πίνουν οι μάγκες ναργιλέ» della canzone di Tsitsanis nota con i titoli Όταν συμβεί στα πέριξ o Της μαστούρας ο σκοπός (qui interpretata da Stratos Paghiumtzìs) vengono tradotti «quando i fuochi brillano in giro / fumano i manghes il narghilè». Credo che una traduzione più corretta sia «quando bruciano fuochi nei dintorni della città / sono i manghes che fumano il narghilè». L’espressione «στα πέριξ» probabilmente in questo caso non significa «in giro», ma «intorno», o «nei dintorni». I manghes andavano a fumare l’hashish nei dintorni delle città, spesso sui monti. Questa è una scena descritta anche in altri brani rebetici. Nella canzone Ο Μάρκος μαθητής troviamo i versi «μ’έστελν’ η μανούλα μου σχολειό μου να πηγαίνω / κι εγώ τραβούσα στο βουνό με μάγκες να φουμέρνω» cioè «mammina mi mandava a scuola a studiare / e io salivo sul monte con i manghes per fumare»;
  1. il testo della canzone Ο ισοβίτης (disco del 1936), interpretata da Markos Vamvakaris, è trascritto male. L’errore ovviamente si riflette nella traduzione in italiano: la parola «χύτης», cioè operaio di una fonderia, viene invece trascritta «Χίτης», ossia membro dell’Organizzazione X (Chi), un gruppo di collaborazionisti fondato durante la seconda guerra mondiale, e tradotta con la parola «fascista». Il curatore non ha tratto il testo della canzone dall’antologia di Ρεμπέτικα Τραγούδια, dove ovviamente la parola è trascritta correttamente. Inoltre è evidente che la parola «Χίτης» è anacronistica nel testo di una canzone incisa nel 1936;
  1. secondo Petròpulos (cfr. il capitolo Η ακατανοησία in Το Άγιο Χασισάκι) la canzone Συννεφιασμένη Κυριακή (Domenica nuvolosa) di Vassilis Tsitsanis, non si riferisce a un episodio accaduto durante l’occupazione nazista di Atene, come scritto nel libro curato da Thomos (che, però, in questo caso fa forse riferimento a quanto scritto dallo stesso Petròpulos nell’antologia di canzoni di Ρεμπέτικα τραγούδια). Nell’Atene dei “vecchi tempi” una domenica nuvolosa poteva essere una catastrofe per un mangas squattrinato, che passava la domenica gironzolando all’aperto per risparmiare. Συννεφιασμένη Κυριακή è comunque «un pezzo molto poetico, che va oltre il semplice evento prosaico».

Ovviamente questo non significa che le vecchie canzoni rebetiche non siano ancora ascoltate e conosciute, o che siano del tutto anacronistiche, anzi. In Grecia può capitare di assistere allo spettacolo di un gruppo persone riunite in uno stanzone che cantano ininterrottamente per un pomeriggio intero, e fino a sera inoltrata, canzoni rebetiche, improvvisando e scambiandosi gli strumenti, in maniera spontanea e per puro divertimento e μεράκι; i musicisti sono contemporaneamente anche ascoltatori, e gli ascoltatori sono contemporaneamente anche musicisti o cantanti, quasi come nelle vecchie taverne. È possibile ancora osservare qualcosa di simile anche in alcuni locali (taverne, mezedopolìa, tsipouràdika, ecc.). Per le strade del centro di Atene capita spesso di sentire ragazzi che suonano musica rebetica per rimediare dai passanti – turisti compresi – qualche soldo. La maggior parte delle volte vengono suonate le vecchie canzoni rebetiche, ma può capitare di ascoltare canzoni “nuove”. In Italia è attivo il gruppo Evì Evàn.

Il canale youtube Papakonstantopoulos raccoglie moltissime canzoni rebetiche nella loro versione originale. Il sito rebetiko.sealabs.net permette di accedere a uno sconfinato archivio di registrazioni originali di canzoni rebetiche, incise a partire dal 1905.

Conclusione

Le canzoni rebetiche sono inscindibili dal contesto sociale in cui sono state create e gran parte del contenuto dei versi, in particolare quelle che circolavano negli anni ’30/’40, è inscindibile dalla vita degli interpreti che hanno creato quelle canzoni, spesso autobiografiche. Inoltre è pressoché impossibile oggi replicare il contesto e l’atmosfera in cui si ballava e si cantava il rebetiko.

Le approssimazioni o le semplificazioni intrise di retorica sono un ostacolo alla comprensione del rebetiko. Per quanto riguarda la questione delle origini, liquidarla stabilendo il 1922 come data di nascita del rebetiko a causa della Grande Catastrofe è un modo piuttosto grossolano di risolvere il problema. Ciononostante, è importante sottolineare l’influenza della cultura turca e ottomana nel rebetiko e in generale nella cultura della Grecia moderna.

di Michele Cortese

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Per i brani di Ilias Petròpulos tradotti in italiano il copyright è di Ilias Petròpulos. Le foto provenienti dal suo archivio possono essere riprodotte purché si citi come fonte l’Archivio Ilias Petròpulos, Gennadios Library, Atene.

1 comment for “Di rebetiko, Petròpulos, manghes e buzuki (parte II)

  1. ange
    marzo 16, 2017 at 1:07 pm

    Articolo eccezionale, grazie!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


2 + sei =