Governo e movimenti dopo la vittoria di Syriza

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Il giorno dopo il risultato elettorale, abbiamo intervistato nelle strade di Exarcheia Nikos Giannopoulos (Diktyo – Rete per i diritti politici e sociali).

 

Concludevi l’intervista che ti abbiamo fatto a luglio dello scorso anno con tre possibili prospettive politiche per Syriza. È chiaro che molte cose si capiranno strada facendo, ma siccome oggi [lunedì 26 gennaio, ndr] è stato annunciato il nuovo governo, ci sono già degli elementi di discussione da cui possiamo partire. Definivi così le tre possibili strade per il partito oggi al governo: la prima, “una fine tragica”, con il suo riassorbimento nell’area di centro sinistra; la seconda, “una fine dignitosa”, con un programma veramente popolare ma reso inapplicabile dalla pressione dei grossi interessi nazionali e internazionali; la terza, la possibilità che il partito lasci aperta una comunicazione continua con i movimenti e con la popolazione e che tenga fede al programma. Alla luce del governo che si è formato e dell’alleanza con ANEL quali di queste tre strade ti sembra quella più attuabile.

Giannopoulos: Siccome è molto presto, non posso esprimermi con certezza su tutto. Quindi dirò alcune cose su cui ho maggiore sicurezza e altre su cui esprimo solo delle possibilità.

Primo. La percentuale raggiunta da Syriza e i 149 seggi sono una grande vittoria di quella che chiamiamo in generale la “sinistra”. Questo successo politico è basato sulle lotte fatte dai movimenti negli anni precedenti, nonostante negli ultimi 2 anni non ci siano stati, per diversi motivi, movimenti di massa. Questo risultato avrà per certo delle conseguenze politiche molto serie, anche se ad oggi non possiamo essere sicuri dove esso porterà.

Secondo (e di questo sono sicuro). Anche per via della coalizione con Anel, ci sarà un conflitto molto duro per liberare il popolo dalle misure imposte dai Memorandum. Syriza lotterà per alleggerire le misure di austerità e nel farlo lancerà un messaggio sia all’interno, alla base dei suoi elettori per soddisfarli, sia all’esterno, cioè ai movimenti sociali europei e anche a quelli “di sopra”, a quelli che governano. Il messaggio è che le lotte possono portare ad ottenere risultati positivi.

Terzo. Sicuramente la formazione di un governo di coalizione tra Syriza e Anel è un problema politico. Sia da un punto di vista simbolico, ma anche nella sostanza della politica che può essere fatta in questa condizione. Le difficoltà emergono sin dal fatto più semplice, che non è poi così semplice, cioè che non potremo dire “governo della sinistra” ma “governo Syriza-Anel”. Soprattutto però, le difficoltà riguarderanno alcune materie, come la questione dell’immigrazione e della repressione della polizia, che non sarà molto facile gestire. Nonostante ciò, la scelta dei ministri sembra equilibrata e positiva, anche se non sappiamo ancora come andrà.

Quarto. Alla luce del governo appena formato, tutte e tre le prospettive iniziali sono aperte: che si adatti a una politica più conservatrice, che faccia una fine gloriosa o che applichi un programma politico di sinistra. Ci sono segnali positivi e altri negativi. ‘Per esempio, un fatto molto importante è che sia stato creato il Ministero per le Politiche Migratorie, che prima non esisteva in Grecia, è che sia stato assegnato a Tasia Christodoulopoulou, che è un avvocato molto preparato, che proviene dai movimenti e che si è sempre esposto nelle lotte in quest’ambito’ (aggiunge Kiriaki Klokiti, anche lei membro del Diktyo). Dall’altro lato, però, i Ministeri della Difesa e degli Affari Esteri sono stati consegnati al nazionalismo di destra e di sinistra.

Anche a partire da quanto detto finora, oltre che alla luce della coalizione, i primi provvedimenti saranno decisivi per Syriza sia sul piano simbolico, che su quello materiale. Quindi,  secondo te, le prime sfide saranno più rispetto all’esterno (debito, accordi con la Troika, etc.) o soprattutto di carattere sociale. Cioè, il senso dell’accordo con Anel è  privilegiare un fronte anti-memorandum e affrontare solo in un secondo momento le questioni sociali?

Come risulta anche dal programma elettorale, e al di là dell’accordo attuale con Anel, Syriza aveva già affermato che nella prima fase del governo si sarebbe concentrata sulle questioni relative ai Memorandum, sia all’interno rispetto alle misure di austerità, che all’esterno rispetto ai rapporti con l’Europa. Perciò, questioni come l’immigrazione, la detenzione e le prerogative democratiche saranno affrontate in una seconda fase.

Per essere sinceri, rompere le misure di austerità imposte dai Memorandum e migliorare la condizione delle persone  sono priorità anche per gli elettori di Syriza, che siano di sinistra, anarchici o più conservatori.

Anche noi come Diktyo non sottovalutiamo queste priorità presentate da Syriza nel programma elettorale, perché ci rendiamo conto che se non viene migliorata la situazione della gente non si può andare avanti, né per il governo, che non reggerebbe, né per i cittadini. Il motivo per cui Syriza insiste sulla combinazione tra economia e democrazia non è perché sono fissati, ma perché ci sono motivi seri per farlo. Questa stretta relazione tra politica sociale ed economica è importante per l’attuazione del programma, dato che per garantire le misure economiche sul salario o sulla disoccupazione, è fondamentale tenere dentro anche quelle riguardanti i diritti democratici. Farò un paio di esempi per spiegare meglio cosa questo significa.

Primo. Nel “programma di Salonicco”, Syriza ha detto che istituirà nuovamente i contratti collettivi distrutti dalla Troika e porterà i salari minimi [nel settore pubblico, ndr] a 751 euro. Adesso sono circa la metà. Noi, però, siamo sicuri che se queste misure non saranno approvate insieme a misure positive di altro tipo, alla fine non saranno applicate nella pratica dai datori di lavoro. Infatti, siccome i livelli di precarietà e disoccupazione sono ancora altissimi, le persone preferirebbero lavorare in nero pur di avere un lavoro. Su questo tema è fondamentale vietare i licenziamenti collettivi delle aziende che producono utili e garantire un controllo adeguato per interrompere l’azione arbitraria delle aziende. Non basta approvare delle misure, ma bisogna anche tutelarne l’applicazione.

Secondo. Syriza si è impegnata a recuperare nei primi due anni di governo 300mila degli 800mila posti di lavoro persi soltanto nel periodo dei Memorandum. Ciò vuol dire, prima di creare nuovi posti, ridare il lavoro a chi lo ha perso in questi anni: il personale amministrativo delle università, le donne delle pulizie del Ministero delle Finanze, i vigilanti delle scuole. Inoltre, Syriza dovrà riequilibrare la pressione fiscale alleviando quella dei poveri, ad esempio abolendo la tassa sulla casa, e aumentando quella dei ricchi. Queste misure non sono solo di natura fiscale, ma anche di natura democratica per abolire forme di repressione della povertà. Infatti, ci sono persone a cui viene pignorata la casa perché non pagano il mutuo e persone che vengono arrestate perché hanno dei debiti verso lo Stato. Insomma, non si tratta solo di provvedimenti economici, ma di provvedimenti che riguardano direttamente la sostanza dei diritti democratici.

Terzo. Non si tratta solo di quanto il governo dà, ma anche di quanto il movimento riesce a prendersi. Sia rispetto agli spazi di creazione, che di produzione. Ad esempio, rispetto alle fabbriche che non producono più. In Grecia ci sono molte fabbriche che hanno chiuso durante la crisi: non tutte possono riprendere a produrre di nuovo, ma alcune sì, a patto che il governo conceda loro delle agevolazioni fiscali nei primi anni di attività. In questo modo si potrebbero creare nuovi posti di lavoro nel settore privato. Data l’attuale situazione economica greca non ci saranno degli investimenti dall’estero nelle fabbriche, a meno che non vengano rispettati i livelli salariali imposti dai Memorandum. Per questo, è importante sostenere i progetti produttivi. Allo stesso tempo, è fondamentale incentivare altri settori, come quello agricolo. La Grecia, infatti, potrebbe essere indipendente dal punto di vista della produzione alimentare, nonostante al momento circa il 60% di prodotti consumati sono di importazione. Del resto, ciò rientra anche nel programma di Syriza.

Non crediamo certo che questi passi in avanti possano essere fatti solo grazie al governo. È necessario che questo processo coinvolga anche i movimenti, quindi le forme di auto-organizzazione, le assemblee di base e simili esperienze che in Grecia stanno funzionando molto in questi ultimi anni. ‘Sul modello delle forme di autogoverno dell’America Latina’ (aggiunge Kiriaki).

A parte ciò, pensiamo che il partito di Syriza non debba identificarsi completamente nel governo e mischiarsi del tutto con lo Stato, per mantenere una sorta di autonomia funzionale a promuovere i processi di auto-organizzazione sociale di cui si discute molto all’interno del partito. Ci tengo comunque a chiarire che è ancora molto presto per trarre delle conclusioni. Nonostante ciò, rispetto all’autonomia di cui parlavo adesso, la ritengo improbabile perché Syriza è un partito molto piccolo, per cui la maggior parte dei suoi membri verrà integrata nel Governo. Comunque ne riparleremo in futuro.

Ad esempio, tra poco ho un appuntamento con le componenti di Syriza più di sinistra, con cui dovremo parlare della proposta che hanno ricevuto circa la possibilità di occupare dei posti ministeriali e di come risponderanno a questa proposta. La nostra posizione e il nostro consiglio è di rifiutare, perché, nonostante siamo sicuri che queste persone farebbero un lavoro eccezionale, rischierebbero di essere inglobate del tutto nel meccanismo statale a cui facevo riferimento prima.

Abbiamo letto con attenzione il testo che avete scritto come Diktyo poco prima delle elezioni e in cui parlavate di “opposizione propulsiva” al governo della sinistra. Come ve la siete immaginata concretamente? Cosa intendete fare in questo senso?

Intanto dobbiamo precisare che nel testo parlavamo di “governo di sinistra della sinistra” a cui fare “opposizione propulsiva”. Questo sarà più difficile con il governo Syriza-Anel. Comunque spiegherò a cosa ci riferiamo.

L’opposizione propulsiva si distingue dall’opposizione classica su un punto principale. La seconda si basa sulla lotta contro il governo, per cacciarlo e ottenere le proprie rivendicazioni. L’opposizione propulsiva, invece, non cerca di cacciare il governo, ma di implementare la sua azione su alcune rivendicazioni e temi portati avanti dal movimento. È su questa linea che insisteremo. Chiaramente aggiustandola rispetto all’attuale contesto politico.

Questo tipo politica ha alcune linee generali. La prima azione, che riguarda Syriza come partito, è quella di organizzare uno spazio politico comune aperto tra i membri della sinistra di Syriza e i militanti degli spazi politici autonomi. Non è un qualcosa di già definito, ma si sta sviluppando adesso e ambisce a coinvolgere diverse parti della sinistra, autonomi e in generale persone del movimento. Noi siamo un piccolo collettivo ma ci muoveremo in questa direzione.

Tra le prime rivendicazioni da sostenere, con interventi popolari, laici e dal basso, ci sono la riapertura della televisione pubblica ERT, la difesa di spazi pubblici come l’area dell’ex-aeroporto di Ellinikò o la penisola Calcidica minacciata dalle miniere d’oro, la rivendicazione dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione per tutti.

Come Diktyo, nel mese di febbraio porteremo avanti un appello per chiedere delle misure specifiche che riguardano l’abolizione delle carceri di tipo C [carceri di massima sicurezza per prigionieri politici, ndr] e dei centri di detenzione per migranti e il riconoscimento dei prigionieri politici. Per fare ciò ci rivolgeremo anche altre organizzazioni politiche, come ad esempio Antarsya.

Siamo convinti che su tali questioni, che caratterizzano la nostra attività politica, sia necessario incidere adesso, in quanto a lungo andare tenderanno ad essere dimenticate.

Abbiamo avuto l’impressione che negli ultimi tre anni il discorso di Syriza sia diventato maggiormente europeista, come se si fosse affermata con più forza la convinzione che per poter cambiare la Grecia sia necessario trasformare l’Europa?

Da un punto di vista internazionalista, riteniamo importante e siamo contenti della presenza di organizzazioni politiche che vengono da altri Paesi europei. Se le cose cambiano qui, ci saranno degli effetti anche nel resto d’Europa. Il problema inizia da quel punto in poi. Non è che Syriza si rivolga di più ai movimenti europei, Syriza, invece, si è identificata maggiormente con l’Unione Europea e non con l’Europa in generale. Questo marca un segno anche per le trattative e per qualsiasi cosa succederà nei prossimi mesi. Ma non voglio fare delle previsioni.

È molto presto per entrare nei dettagli, però, ad esempio, il fatto che Syriza non abbia parlato della politica di apartheid di Israele o di altre situazioni simili, non è perché abbia voluto interrompere il dialogo con i movimenti, ma perché ha necessità di parlare anche con chi governa. Questa cosa è positiva, ma ha anche molti rischi.

Syriza ha una posizione definita rispetto alla questione curda? Come si pone rispetto al riconoscimento dell’autonomia delle regioni del Rojava?

Syriza è stata chiara: ha sostenuto sia Kobane, che la questione curda.  Ma visto che la Grecia confina con la Turchia e che una politica di pace con il Paese confinante è molto importante, sicuramente dovrà portare avanti questo sostegno con toni più bassi. Come Diktyo, ovviamente, siamo determinati rispetto a questo sostegno.

Kiriaki aggiunge che nel caso di Kobane sia il Diktyo che Syriza sono stati chiari.

Come Diktyo cosa vi aspettate, anche alla luce della nuova fase politica greca, dai movimenti europei? Ad esempio rispetto alla prima scadenza che abbiamo davanti: la mobilitazione di Blockupy, di cui siete parte.

In generale, credo che la situazione dei movimenti europei, ma anche la nostra come Diktyo o come movimento greco nel movimento europeo, sia migliore rispetto agli sviluppi politici in Grecia. Nonostante le poche forze e le poche risorse, come Diktyo cerchiamo sempre di essere sempre presenti nelle scadenze europee. Comunque, noi rimaniamo fermi rispetto alla nostra posizione sull’Unione Europea: noi non crediamo che essa possa essere progressiva. Crediamo che l’UE debba essere rifondata in una comunità di Stati europei e del più ampio Mediterraneo. Riteniamo che dovrà cambiare profondamente, perché si tratta di un meccanismo burocratico, centralizzato, capitalista. SE pure dovesse vincere Podemos, o la sinistra anche in Italia o altrove, questa cosa rimane così: l’UE è un meccanismo imperialista verso l’esterno e l’interno.

Come si diceva anche durante il meeting antifascista, non si tratta della posizione degli euroscettici e dei nazionalisti, che vogliono il ritorno a Stati e monete nazionali. Si tratta, invece, di ottenere più diritti e più democrazia nelle istituzioni europee, che tendono a diventare sempre più conservatrici, e restituire la democrazia sociale, politica e finanziaria: non una sola, ma tutte e tre.

Comunque rimane una grande differenza tra il movimento greco e gli altri movimenti europei sulla tensione europea. Anche per quanto riguarda il Diktyo. Questo si vede, ad esempio, rispetto ai posizionamenti sul caso dell’Ucraina. Una parte del movimento europeo all’inizio era a favore di quello che succedeva e si taceva sulla presenza dei fascisti. Questa è un grande differenza. Qui ci sono anche parti che sono storicamente filo-russe (aggiunge Kiriaki).

Forse è una nostra percezione, ma rispetto al dibattito del movimento greco sulle elezioni (almeno quello a cui abbiamo potuto assistere), pur nella divergenza delle posizioni, non viene posto mai il tema dell’autonomia del movimento dalle istituzioni. Anche le posizioni più radicali, ad esempio quella degli anarchici, pongono il tema dell’opportunità del voto, anche quando non lo ritengono uno strumento utile. In Italia, invece, quando si affronta il discorso delle elezioni, entra sempre in ballo la discussione sull’autonomia dei movimenti e il rischio che i partiti di sinistra possano sussumere i movimenti e le pratiche dal basso. Se noi siamo qui non è solo per Syriza, ma per gli scioperi generali di questi anni, le lotte, gli ambulatori occupati, le mense autogestite, tutta una pratica di base che ha generato in qualche modo un sentire comune nel Paese. Nel movimento greco, esiste una paura che questo tipo di esperienze possano venire assorbite o, a differenza nostra, c’è un tipo di percezione completamente diverso?

È molto presto per dirlo: c’è sia il pericolo che il movimento possa essere inglobato all’interno delle posizioni di governo, che diventi più passivo, ma c’è anche la possibilità che, ad esempio attraverso quello che prima indicavo come opposizione propulsiva e attraverso le azioni che si intraprenderanno, si inneschino delle reazioni e delle nuove lotte. Questo dipende anche da cosa farà il governo, da Syriza, ma anche dalle persone che fanno parte del movimento greco, che, come abbiamo già chiarito, non è così enorme come sembra dall’estero.

Ci sono due pericoli principali, uno grande e uno piccolo. Il grande è quello di delegare tutto al governo, assumendo quindi una posizione passiva. Il piccolo è quello della lamentela e del rancore da parte degli altri partiti di sinistra (KKE, Antarsya) che, fermi all’angolo, aspettano sempre il momento giusto per giudicare e sottolineare ogni errore dell’operato del governo.

In questi mesi abbiamo avuto modo di assistere ad una relazione di intenti tra il partito di Syriza e Podemos, data da condizioni comuni prodotte dalla crisi. A novembre ci saranno le elezioni in Spagna e la vittoria di Podemos potrebbe rappresentare un asse più forte a sinistra nello scenario europeo. In che modo Syriza può lavorare o lavorerà in questi mesi rispetto a questa relazione? E in che modo i movimenti, greco e spagnolo, si relazionano su questa base comune?

Sicuramente Syriza sosterrà Podemos ma non posso dire in che modo avverrà questo. Sarà un processo in divenire al quale assisteremo. Per quanto riguarda i movimenti attualmente non esistono delle relazioni, forse servirebbe la creazione di forum europei o convegni che coinvolgono tutti i movimenti. Attualmente, sembra un po’ difficile da attuare in quanto i rapporti tra le differenti realtà esistenti sono principalmente  isolati e individuali.

 

(DINAMOpress) L’ultima cosa non è una domanda, ma una riflessione. Prima vi chiedevamo cosa vi aspettate dai movimenti europei. Ora dico cosa ci aspettiamo noi dal movimento greco, almeno su un tema singolo e specifico come Blockupy, che è un percorso che tenta di sopperire proprio a quella mancanza di spazi comuni di discussione, organizzazione e mobilitazione di cui parlavi. Crediamo che questo percorso dovrà trasformarsi e ridefinirsi nel futuro prossimo. Volevamo, però, fare una considerazione a partire da quello che veniva detto sia dal Diktyo che da Alpha Kappa nel dibattito “Let’s go to Frankfurt”, che si è tenuto sabato scorso nello spazio sociale Nosotros. Entrambi affermavano che i greci si sono affacciati a Blockupy principalmente per “curiosare”, spesso senza portare i frutti di una discussione condivisa all’interno delle relative strutture politiche e senza fare delle proposte. Il 18 marzo potrebbe presentarsi una congiuntura storica: che mentre il governo greco chiede all’interno delle istituzioni europee di tagliare il debito, fuori ci siano i movimenti  mobilitati su questo e su altri temi. L’invito è di partecipare a quella mobilitazione e di farlo con delle proposte forti, cercando di individuare insieme dei punti di incontro tra le rotture istituzionali della governance europea e quelle conflittuali, praticate dal basso dai movimenti.

Di Zero81 e redazione dinamica (DINAMOpress)

*Si ringrazia Katerina di atenecalling.org per la traduzione

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