Grecia, la democrazia è in pericolo!


“La crisi in Grecia rappresenta una seria minaccia per la democrazia e i diritti umani. […]. Il governo continua a tollerare la violenza e i messaggi di odio del partito neonazista Alba Dorata. […]. La legge costituzionale europea è costantemente violata […]. Siamo profondamente preoccupati che i diritti e le libertà fondamentali per i quali i greci hanno combattuto per decenni vengano violati”.
Quanto precede è un estratto di una delibera pubblicata la scorsa settimana dal quotidiano “The Guardian” che ha già raccolto più di tremila firme di cittadini europei. L’iniziativa appartiene ad un gruppo di greci di Londra ed è supportata da diversi intellettuali di fama internazionale, come George Bizos, il senatore Jon Cruddas, i professori Kostas Douzinas, Peter Mackridge, Donald Sassoon, Gillian Slovo, ed altri.
Nell’intervista concessa a “Ef. Syn.”, il filosofo politico, nonché direttore del Centro di studi antropologici dell’Università Birbeck di Londra, Kostas Douzinas, osserva che la questione della democrazia in pericolo sia addirittura più importante della sopravvivenza economica del paese e aggiunge che la pressione sociale è piuttosto marginale.
 Intervista a Matheos Tsimitakis
– La Grecia si trova nel mezzo di una crisi economica, tuttavia mantiene un governo eletto. Crede davvero che la democrazia sia in pericolo?
“Molto di più della sopravvivenza economica del paese. Si tratta di una minaccia crescente che è iniziata prima della crisi dell’economia, quando gli economisti e i tecnici hanno cominciato a prendere decisioni in merito alle politiche da adottare nel paese. Le decisioni difficili vengono prese dal governo e dalla troika in riunioni segrete, mentre le parti marginali del parlamento, a volte, vengono chiamate a sancire queste tipologie di delibere, altre volte neanche questo. Questo modus operandi ha portato alla violazione delle libertà basilari sociali ed economiche (abolizione dei contratti collettivi di lavoro, continua diminuzione del salario minimo, introduzione delle zone economiche che non riconoscono alcun diritto sul lavoro, compromissione delle condizioni di vita minime). Inoltre è da aggiungere anche la violazione dei diritti umani. La polizia, imputridita da elementi fascisti, continua a molestare con attacchi manifestanti, immigrati, ecc. La responsabilità di questa situazione è da attribuire ai governi precedenti, che hanno cercato di utilizzare la xenofobia incalzante per le operazioni di polizia, come Xenios Dias”.
– Tutto ciò accade all’interno dell’Unione Europea, che è considerata un punto di riferimento del rispetto dei diritti umani e della democrazia, dunque si potrebbe ipotizzare che si tratti di fenomeni momentanei.
“Lo stato sociale è un’invenzione europea della seconda metà del 20mo secolo e costituisce la vittoria del movimento progressista che, con il tempo, si è tramutato in specifiche garanzie costituzionali. Questa Europa si è distrutta negli anni ’80. Il punto di vista maggiore è che ogni parte della vita pubblica deve essere subordinata alla logica del mercato, anche se violenta, se non ci sono altre soluzioni. Ciò che è accaduto in America del Sud e in Africa nei decenni precedenti sta accadendo oggi in Grecia, che funge da cavia per questo nuovo metodo di regolazione dei conti. Il popolo greco e cipriota sono gli opposti di una U.E. che non ha alcuna relazione con l’Europa della solidarietà, dell’uguaglianza e del benessere conosciuti negli anni ’50 e ‘60”.
– Che rapporto c’è tra le misure tecnocratiche del T.I.N.A. ( “there is no alternative”) con il fascismo che sta rivivendo in Grecia?
“Tra i due fattori non c’è obbligatoriamente una relazione. È vero, però, che quando un’intera organizzazione sociale è determinata oggettivamente dalle motivazioni dei tecnocrati che cadono a rotoli, si crea una mancanza di legittimità. In questa carenza, che in Grecia è particolarmente acuta ed è combinata con l’immiserimento di grandi fette della popolazione, si sviluppa l’idea fascista, sia come xenofobia che come razzismo, nazionalismo ed ancora nazismo. Allo stesso modo, però, costituisce un’occasione per le forze rivoluzionarie.
Oggi in Europa si recede l’aderenza al sistema politico e si interrompe il consenso sociale. Semplicemente, non abbiamo movimenti di contestazione che eliminino la base del contratto sociale, che consente al sistema politico di funzionare normalmente. Questo è emerso nel 2011 con la primavera europea che, seguendo quella tunisina ed egiziana, si è diffusa in Grecia, Spagna, Italia e negli USA con il movimento Occupy. Adesso è seguita una seconda ondata, con grandi movimenti in Portogallo e Spagna, con il rovesciamento dei governi in Slovenia e Bulgaria e, certamente in primo luogo, con il “NO” di Cipro, che ha acquisito un valore simbolico, dato che la maggioranza del mondo politico ha bocciato le proposte europee e la Troika. Nonostante il primo accordo sia andato al parlamento cipriota e sia stato poi respinto dall’insieme dei partiti, il secondo non considera neanche la legittimità democratica. Abbiamo, dunque, la fine della “fine della Storia” iniziata negli anni ’90, e ciò dà la possibilità ai popoli a cui era stato imposto un confronto passivo con la politica, di ritornare sulla scena”.
– In Grecia è in corso un importante dibattito riguardo la revisione costituzionale, che avrebbe ristabilito il contratto sociale. Qual è la sua opinione in merito?
“È un altro modo di espressione della logica tecnocratica. Pensiamo di poter assegnare problemi sociali importanti a specialisti, invece che a costituzionalisti, che ci trovino delle soluzioni. La costituzione contiene delle concezioni basilari che sono i fondamenti dell’Europa da duecento anni e, contemporaneamente, raccoglie una serie di equilibri sociali. È lì che vengono messe in gioco le tensioni sociali, come il rapporto tra capitale e lavoro, o il rapporto tra l’essenza statale e gli organismi internazionali. […]
A questo proposito la Grecia ha una possibilità unica nel mondo occidentale in questo momento: immaginare nuovamente l’organizzazione dei rapporti sociali. Le nuove modalità politiche espresse in piazza e nei movimenti di economia alternativi, nelle cooperative e nei collettivi delle fabbriche ci danno la possibilità di utilizzare la nostra fantasia istituzionale in modo da discutere non solo su come migliorare le cose, ma anche su come costruire una nuova strada verso il socialismo democratico”.
– Ultimamente le strutture di base sono controllate dai comuni, dalle agenzie statali o dai gruppi fascisti? Cosa significa ciò secondo lei?
“L’attacco contro le forme alternative di organizzazione sociale che prendono vita dal basso, forse, rappresenta l’ultimo spasmo di un sistema di amministrazione che è arrivato alla sua fine. Ci sono nella storia momenti nei quali un sistema di amministrazione volge al termine, diventa deleterio e non riesce a sopravvivere. È lì che accade la rivoluzione o, come diremmo oggi, il grande cambiamento. Perché ciò accada è importante che coincidano tre fattori: la volontà popolare di realizzare un cambiamento radicale, un soggetto politico che si impegni ad esprimere questa volontà e una scintilla, un pretesto. Nella società greca questi fattori si sono mescolati così tanto, che nessuno pensa che possa essere possibile questo cambiamento. Guardando dall’estero quello che sta accadendo in Grecia, però, penso che il movimento sociale sia ormai irreversibile”.
di Kostas Douzinas (filosofo politico e direttore del Centro per gli studi umanistici dell’Università Birkbeck di Londra)
26/03/2013

Fonte: efsyn

Traduzione di Atene Calling
 
 

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