I Liberi Conquistati * – Cipro prima e oltre la sua crisi

Pubblichiamo un testo profondo e scritto con evidente trasporto dal cantautore cipriota Alkinoos Ioannidis, che racconta le tante contraddizioni della società cipriota nella sua storia recente, tra ricordi dolorosi ed effimera opulenza. Una società che forse, grazie alla crisi, vive anche un’occasione importante: quella di diventare migliore.   
Non parlerò degli altri. Mi interessano poco, loro e il loro atteggiamento in momenti del genere. Né mi aspettavo un trattamento migliore. Per quanto potrei insultarli, sarebbe solo musica per le nostre orecchie, e nient’altro. Perdonatemi, parlerò di noi.
Arriva quel giorno in cui la maschera viene strappata violentemente. Il giorno in cui, che lo vogliamo o no, appare il nostro vero volto, senza trucco e tremendamente reale. Dobbiamo guardarlo, è una questione di vita o di morte. Dobbiamo chiedergli di dirci chi siamo. Perché solo lui sa.
Ci giriamo improvvisamente, solo per vedere un buco nello specchio. Dov’è il nostro volto? Lo abbiamo dimenticato nelle piccole, umili case abbandonate, nella polvere delle rovine, nelle tombe dei nonni analfabeti e saggi. Abbiamo lasciato là, sepolti, i veri “buongiorno”, le emozioni dei versi delle canzoni, la solidarietà delle persone e tutto ciò che c’è di prezioso ma non si può comprare con il denaro. Da allora, abbiamo vissuto nel “mondo moderno”, senza volto, nudi, lottando per mantenere il filo della nostra esistenza senza tagliarlo, in periodi difficili, in un paesaggio che non ci somiglia. 

Siamo diventati villani arricchiti, investendo nelle caratteristiche peggiori dei due termini dell’espressione. “Ho un matrimonio” dicevamo, e ci ritrovavamo vestiti bene sul prato di un albergo, con delle bustine in mano, senza un augurio vero, di cuore. “E i nostri matrimoni, le ghirlande fresche e gli anelli si trasformano in enigmi inspiegabili per la nostra anima”. Né enigmi né niente: tutto è già stato previsto, tutto diventa banale. Grande e vuoto. Siamo rimasti insensibili di fronte al sacro, in un luccicante, antiestetico, sgraziato, profano, sprecato presente senza amore. Senza memoria, senza sogni, divisi dalla nostra essenza. 
Abbiamo svenduto i nostri figli migliori. Li abbiamo lasciati sprecare la loro vita su libri di contabilità, in uffici di aziende, in calcoli senza vita. Li abbiamo resi schiavi con titoli da manager. Abbiamo dato loro da mangiare soldi, li abbiamo educati con i soldi, abbiamo insegnato loro a pensare ai soldi, a servire i soldi, a sognare i soldi, a sposare i soldi, a far nascere soldi, a essere soldi. Parlano perfettamente il peggior inglese (quello del lavoro) e male il greco migliore (il cipriota). Quando i soldi verranno a mancare, a cosa si aggrapperanno?
Abbiamo sostituito la festa nella piazza del paese con i locali alla moda. L’amore per gli striptease. Il necessario per la sopravvivenza con una jeep piena di buste della spesa colme di cose inutili. Il nostro tempo libero con gli straordinari. Abbiamo trasformato i giochi dei nostri figli in kolossal, in feste di compleanno su misura. Abbiamo dimenticato quali sono gli elementi fondamentali della nostra esistenza, come individui e come società, sostituendoli con tutto ciò che ci piaceva dietro le vetrine. Siamo diventati ciò che il pubblicitario, la televisione o la rivista ci hanno convinto a diventare. Ci siamo ridotti ad essere tifosi di squadre, fanatici, con odio e coltelli. Da giovane, prima di schifare allo stesso modo tutte le squadre, ero dell’ Omonia. Un giorno in cui giocava contro l’APOEL si era ammalato un loro tifoso che suonava il tamburo. Sono venuti nella nostra curva e mi hanno chiesto di andare da loro, per suonare il tamburo. Sono andato volentieri.
Il tempo è passato. Siamo cambiati. Abbiamo dimenticato. Ci siamo divisi in partiti e abbiamo votato ciecamente, ci siamo separati in modo incompatibile con la nostra storia e la nostra tradizione. In un posto così piccolo, parlavamo degli “altri”. Abbiamo preso le caratteristiche peggiori della Grecia e le abbiamo rese assiomi. 
Che se ne vada questa identità, che non torni mai più. Non piangiamola; che non ci manchi affatto. Al diavolo!
Gli anni sono passati. La ragazza filippina piangeva di nascosto sul suo letto, per il figlio e la madre lasciati laggiù per venire a servire il caffè al signor Pàmpos, che è diventato “sir”, per stirare le costose mutande della signora Andrula, che è diventata “madam”. La ragazza tornerà povera a Baguio City o a Manila. Abbraccerà sua madre, bacerà suo figlio. E noi? Noi dove torneremo?Cosa resta quando il sir e la madam, sorpresi, perdono la macchina, la domestica, il lusso e la casa? Cosa resta inalterabile nel tempo, sotto la superficie che affonda? Dove si trova esattamente quel Carattere profondo scolpito indelebilmente dentro di noi che ci premette, quando tutto cambia, di dire ancora “Noi”?
Oggi possiamo decidere di nuovo, ognuno per sé e tutti assieme, chi siamo. Cosa è importante o meno. Cosa vale la pena fino alla fine. Quali parole vale la pena ponunciare prima di andare, quando vale la pena fermarsi, e di fronte a cosa, prima di morire. E questo possiamo farlo, anche affamati, disoccupati, senzatetto. Era però impossibile farlo da sazi e sottomessi, con un sé consumatore, dipendente e soddisfatto. 
Abbiamo vissuto all’aperto sotto le tende per anni. Abbiamo perso le nostre case, i nostri paesi e le nostre vite. Abbiamo aspettato per anni, tutti i giorni, i dispersi che non sono mai tornati. Per decenni ogni volta che abbiamo sentito il rumore di un aereo abbiamo alzato spaventati lo sguardo al cielo. Abbiamo rinforzato con il nastro adesivo le finestre, perché non si rompessero con i bombardamenti che potevano ricominciare da un momento all’altro. I ragazzi che studiavano nelle tende alla luce delle candele, per molti inverni, in Grecia venivano insultati dai greci perché prendevano i loro posti alle Università [nel sistema greco, c’è una quota di studenti ciprioti, che possono superare gli esami di ammissione e studiare, n.d.t.]. La Grande Mamma [i Megàli Mamà, la Grecia, n.d.t.] non capiva niente. E ancora oggi non capisce. Perché forse Cipro è greca, ma quanto poco cipriota è la Grecia! Quanto poco greca è la Grecia! 
Abbiamo permesso ai piccoli politici di un paese debole ed indifeso di comportarsi come i signori di un impero. Di servire tasche e partiti, come se non esistesse alcuna minaccia, alcun pericolo, alcun baratro, come se non fosse possibile da un giorno ad altro diventare bocconi nelle fauci dei coccodrilli. Abbiamo visti i sorrisi teneri e puri dei ragazzi della Lotta per la Liberazione essere usati da barbari, ignoranti “patrioti” con teste rasate, brulli “fuori e dentro”. Abbiamo vissuto l’ingiustizia, la perdita, l’abbandono. Sappiamo tutto, abbiamo visto già tutto, lo abbiamo vissuto. Adesso cosa c’è da temere?
Quando piangevamo nel ’74 piangevamo per le nostre case. Oggi piangeremo per le nostre ville? Allora piangevamo per i nostri villaggi. Oggi piangeremo per la banca? Allora piangemmo per le tombe dei nostri genitori. Oggi per i nostri debiti? Allora, piangemmo per le nostre vite. Oggi per i nostri posti di lavoro? Non penso..
La nostra società, smembrata, facendo una continua pressione su qualsiasi potere politico ufficiale, ma anche oltre a questo, svilupperà dei meccanismi di sostegno  per i disoccupati, si prenderà cura dei suoi figli. Non per elemosina. Per solidarietà. Sapendo che, se il vicino non vive bene, nessuno vive bene. Perché quello che ci ha tenuto in questo posto era una particolare, poetica, irrazionalmente bella rete sociale, che si auto-protegge e che ci protegge. È questa che ha costretto i deputati a dire, anche se giusto per un attimo, “No”.
Il “No” del Parlamento Cipriota è più importante di quanto alcuni maligni possono sospettare. Anche se il Parlamento tornasse indietro implorando la Troika, anche se si inginocchiasse, anche se dopo gli leccasse i piedi. Anche se perdessimo di più. Perché, anche solo per un momento, è sembrato che la Democrazia avesse un senso, un senso dimenticato da decenni. Sembrava che, anche se solo per un attimo, i rappresentanti rappresentassero veramente. Il momento è stato registrato e rimarrà, creando un precedente, comunque finirà. Ed il fatto che il precedente è stato creato in un posto così piccolo, cari razionali ragionieri, rende tutto ancora più importante. Niente di “vostro” rimarrà mai nella Storia a segnalare, determinare o almeno a ricordare qualcosa di esistenzialmente importante. Lasciatecelo godere. Non ci vengono offerte spesso tali gioie.E questo “No” sembra avere dei risultati tangibili: oltre alla possibilità di non tassare i piccoli depositi, oltre allo spazio temporale concesso dalla legge per limitare le transazioni e per creare un Fondo di Solidarietà, elementi che possono giocare un ruolo importante in futuro, ha dato la possibilità, anche se frettolosamente, anche se all’ultimo momento, anche se con un risultato deludente, di contare le forze e le “amicizie” tanto di Cipro quanto della Grecia. Ha aiutato a pulire l’orizzonte, a farla finita con le illusioni, a capire di nuovo quanto siamo soli, quanta responsabilità abbiamo. E tutti quelli che credono che con un “Sì” avremmo salvato qualcosa – la Laikì Bank o la Banca di Cipro (davvero, quanto può essere “nostra” una banca?) ed insieme a queste anche i posti di lavoro o gli sforzi di una vita a loro affidati – non devono dimenticare che, qualsiasi cosa sia rimasta indifesa, in ogni caso, sia con i “Sì” che con i “No” sarà comunque divorata.
Purtroppo non è possibile avere un “Piano B”. Sarebbe impossibile l’elaborazione di una politica seria  profonda  da parte delle persone della mia generazione e di quella precedente, persone sprofondate nel consumo, nell’effimero, nell’interesse, nella neo-ricchezza, nel nulla. Però anche queste persone, senza valvole di sicurezza, senza logica, hanno istintivamente detto “No”. Anche se solo per un attimo. Un “No” distruttivo e redentore, che voi, cari greci filo-Memoranda, politici e giornalisti, con la scusa di fare il nostro bene, non direte mai. Preferirete che anche noi veniamo distrutti, dicendo di “Sì”.
Noi Ciprioti diventiamo di nuovo profughi nella nostra patria. Perdiamo di nuovo la vita così come l’abbiamo costruita, come pensiamo di averla scelta, come pensavamo che ci appartenesse. E abbiamo paura. È umano. Di cosa però abbiamo veramente paura? Di aver fame? L’abbiamo avuta anche in passato. Che avremo freddo? Lo abbiamo avuto per anni. Che resteremo soli? Siamo stati sempre soli. Che proveremo dolore? Il dolore lo conosciamo bene… Che ci conquisteranno? Siamo stati sempre conquistati.
Ce la faremo, lo sappiamo bene. Perché in fondo non abbiamo paura di niente. Perché in fondo l’unica cosa di cui abbiamo paura è di guardarci obbligatoriamente allo specchio. L’unica cosa che ci fa paura è l’unica cosa che abbiamo: il nostro vero volto. Riesumiamolo, ricordiamocelo, guardiamolo. Mentre tutti, amici e nemici, ci stanno guardando male, mentre la maschera cade morta, quel volto ci sorriderà.
di Alkinoos Ioannidis (cantautore cipriota)
* Il titolo dell’articolo gioca con il titolo di un celebre poema del poeta greco Solomòs, il “poeta nazionale” per i greci, che si intitola “i liberi assediati” e parla dell’assedio di Messolonghi da parte dei turchi durante la guerra di indipendenza. Allo stremo delle forze la popolazione, dai soldati ai bambini fino alle donne con i neonati, provò a rompere il blocco ma, praticamente, quasi nessuno riuscì a sopravvivere.
Titolo originale: “Liberi conquistati”
Traduzione di atenecalling
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