Intervista con Elias Panteleakos, ex segretario della Gioventù di Syriza

 pantelakos

Ieri (1.9.2015, n.d.t.) la maggioranza dei dirigenti della Gioventù di SYRIZA ha lasciato il partito, dopo che 37 dei 64 rimanenti membri dirigenti del Consiglio Centrale dell’organizzazione (sette dirigenti che appoggiavano la Piattaforma di Sinistra della Gioventù erano già fuoriusciti), la maggior parte dei quali si era unita alla corrente della Ricostituzione, avevano sottoscritto una dichiarazione comune. Tra questi c’è anche Elias Panteleakos, ex segretario della Gioventù di SYRIZA, che ha accettato di rispondere alle domande di «Ef.Syn.».

Perché il governo è arrivato a votare il memorandum? Mancanza di preparazione o vicolo cieco strategico e politico?

Credo entrambe le cose. Del progetto politico di SYRIZA è rimasto solo il suo fallimento. Questo non significa che da questa storia non sia venuto fuori nulla di positivo: ad esempio, attraverso il referendum la maggioranza schiacciante del popolo greco, in particolare la gioventù, ha espresso in modo forte e chiaro la propria contrarietà agli accordi. È stata messa in dubbio la struttura dell’Europa in sé. Questa è la base politica a cui oggi la sinistra deve prestare attenzione.

La mancata trasformazione del messaggio del referendum in un piano politico concreto è il risultato sia di mancanza di preparazione che dell’incapacità di superare il nostro vicolo cieco strategico e politico. La mancanza di preparazione è dovuta all’illusione che avremmo ottenuto un accordo onorevole grazie alle ragioni delle nostre argomentazioni e alla logica secondo cui nessuno dei contraenti «volesse darsi la zappa sui piedi».

Ma ci sono state anche difficoltà nel rendersi conto che l’Unione Europea e l’eurozona sono ormai strutture del neoliberismo istituzionalizzato e che era impossibile che il domino degli sviluppi politici potesse minarne le fondamenta. Ma sarebbe molto miope da parte nostra interpretare l’esito del progetto di SYRIZA esclusivamente come il risultato delle tattiche di negoziazione.

Dobbiamo considerare i vari cronici aspetti problematici, come il governismo, la logica del populismo nel programma a scapito di un piano di riforme produttive e sociali, la svalutazione del funzionamento collettivo del partito e l’emergere di una fisionomia centralizzata e antidemocratica.

Lei era il segretario della Gioventù di SYRIZA. C’è qualche punto su cui pensa di aver sbagliato?

Se chi ha partecipato al progetto di SYRIZA e oggi se ne allontana non fa la necessaria autocritica e non nota errori e mancanze che abbiamo commesso tutti, allora sicuramente evita di confrontarsi con le nuove questioni. Anche quando abbiamo superato ideologicamente e politicamente la questione dell’euro e dell’U.E., non siamo riusciti a elaborare un piano concreto che mettesse in risalto soprattutto il ruolo della gioventù. Non siamo riusciti a dare una risposta definitiva alla questione della crisi della rappresentanza politica dei giovani.

Non siamo riusciti a far partecipare al nostro progetto politico fasce più larghe della gioventù. E non siamo riusciti a far valere le nostre critiche alla linea politica e al funzionamento democratico interno del partito e della Gioventù. Questi sono tutti elementi della nostra autocritica. Se non approfondiamo questa discussione ed evitiamo di analizzare a queste questioni, non potremo assolutamente rispondere alle nuove circostanze storiche. 

Cosa ha da dire a quanti sono rimasti dentro SYRIZA?

Con alcuni di questi/e compagni/e, con cui in passato abbiamo portato avanti le stesse lotte, vogliamo continuare a comunicare e a mantenere i rapporti, proprio perché non crediamo che siano cambiati da un giorno all’altro.

È chiaro che domani non saremo schierati su una linea politica comune, ma crediamo che ci sia un reale potenziale per il movimento, potenziale che presto o tardi confermerà l’asfissia politica presente all’interno del nuovo SYRIZA pro memorandum. E speriamo che allora ci incontreremo di nuovo nelle lotte con una nuova strategia comune. 

E ora cosa succederà? Vi unirete a LA.E. (Laikì Enòtita – Unione Popolare, n.d.t.)? Darete vita a una vostra organizzazione?

In una prima fase dovremo elaborare le conclusioni di questo processo e abbozzare le nostre risposte alle nuove questioni, evidenziando la nostra autonomia, facendo ognuno e ognuna separatamente le proprie scelte tattiche. Ma di sicuro non saranno i prossimi 25 giorni a separarci per i prossimi anni.

In ogni caso, sosterremo i candidati della sinistra anticapitalista che si oppongono alla strada a senso unico del memorandum, mentre alcuni e alcune di noi parteciperanno più attivamente alla competizione elettorale nel LA.E. Personalmente, ritengo che sarebbe un grosso sbaglio ripetere gli errori del passato. Non credo che dovremmo entrare in un processo di ripetizione del progetto di SYRIZA, anche se in una versione più coerente.

In una prima fase, possiamo occuparci delle questioni strategiche che riguardano soprattutto la gioventù e la mancanza di possibilità di espressione che si è creata. Il LA.E., almeno a prima vista, tende a ripetere gli errori del passato. Il leaderismo, il populismo, la logica dell’etnocentrismo, la fisionomia politica, che per alcuni versi assomiglia ai vecchi metodi di esercizio della politica, non possono essere parte della novità di cui vogliamo essere i portatori.

Ciononostante, seguiamo tutti con interesse i processi in atto nella sinistra radicale e anticapitalista contraria all’idea del «There is no alternative», e siamo assolutamente aperti a nuove ricomposizioni e osmosi che già sono in atto e che si intensificheranno nel prossimo futuro, particolarmente per quanto riguarda la gioventù, proprio perché i giovani hanno più possibilità di realizzare un cambiamento. 

La sinistra potrà mai governare?

Il progetto della sinistra mira alla trasformazione della società sotto il prisma di un modello sociale del tutto diverso, quello descritto dal sogno del comunismo. Non ci schieriamo a sinistra per avere la coscienza tranquilla, ma per cambiare il mondo. La questione del governo è uno dei nodi di questo progetto, ma non la sua meta finale.

Se la società non partecipa al processo di cambiamento sociale, se rimaniamo semplicemente sulla questione del governo e non vediamo che il nodo centrale è l’organizzazione del potere dal basso in direzione anticapitalista, allora non riusciremo mai a raggiungere il nostro obiettivo strategico.

Se governare è un atto fine a se stesso, allora perderemo di vista l’obiettivo. Se non capiamo che dobbiamo coadiuvare il movimento sociale e contribuire alla sua autonomia, allora il progetto di un governo di sinistra non avrà mai successo.

Fonte: efsyn.gr

Traduzione di AteneCalling.org

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


8 − = zero