La dittatura nei media ci riguarda tutti


La dittatura nei media ci riguarda tutti

  

di Themis Tzimas

Abbiamo quindi: un giornale straniero che ospita denunce di torture nella Direzione Centrale della Polizia di Attica; il ministro dell’ordine pubblico che, senza aver ordinato – come era d’obbligo – l’avvio di un’indagine amministrativa e senza aver chiesto – come avrebbe dovuto fare – l’intervento della giustizia, si presenta in parlamento e sottovaluta le denunce, concludendo da solo che dette torture non hanno mai avuto luogo e rimproverando chi chiede un’indagine sui fatti.
Alcuni giorni dopo, il rapporto del medico legale espone i comportamenti, degni di una dittatura, dei torturatori nella polizia. Il rapporto rivela che le torture hanno avuto luogo. I media locali coprono il tema, come l’avevano coperto sin dall’inizio. Il ministro, sentendosi al sicuro per l’omertà offerta dai media, non chiede scusa, non si dimette, non chiede neanche l’avvio immediato di un’indagine per quello che sta succedendo “sotto il suo naso”. Lo stesso vale anche per il governo. Il primo ministro parla di “estremi” di democrazia e di patriottismo, mentre sopporta, nel migliore dei casi, la crescita dell’estremo dittatoriale dei torturatori all’interno dello stato.
Due giornalisti della TV pubblica commentano l’argomento e si domandano come sia possibile che il ministro è arrivato a conclusioni, prima che qualsiasi tipo di indagine sulle torture sia stata svolta. Alcune ore dopo, il programma viene “tagliato” dalla TV pubblica e loro vengono licenziati.
Non si tratta di qualche paese del Caucaso, di quelli dove i presidenti non cambiano per 20 anni, né del Medio Oriente o dell’Africa. Si tratta della Grecia dei Memoranda, del discorso di Alba Dorata, dei sintomi dittatoriali, della “guerra contro gli opposti estremismi”, che “casualmente”, però, riguarda soltanto la sinistra.
Da decenni, l’autoritarismo si fonda sul bavaglio alla stampa, sulla disinformazione e sul silenzio dei media. Non servono molte analisi per capire come stia succede tutto questo: basta che qualcuno legga, per esempio, i rapporti dell’ambasciata americana sul ruolo dei media in Grecia come strumento di promozione degli interessi imprenditoriali. In molti hanno parlato di tutto questo. Anche senza avere un palco per farlo. Anche internet si basa su poche e piccole isolette di dignità, visto che per il resto è pieno di blog di estorsione e di stra-informazione che volutamente portano alla confusione.
Basta ricordare quante volte sono stati eletti ministri o deputati “personaggi televisivi”, quante volte si è rimasti impressionati dai professionisti “creatori dell’opinione pubblica” e dal loro linguaggio “politically correct”. Dove hanno portato il paese questi personaggi? Quanto si sono rivelate insufficienti le creazioni della dittatura televisiva durante la crisi? Quanto volgari sembrano oggi i pappagalli televisivi?
La crisi nei media, ancor prima di diventare finanziaria era deontologica, giornalistica. Nel centro, ma anche nella periferia. La crisi economica ha peggiorato il “cartel” dei media. I licenziamenti di giornalisti non graditi, l’intervento del proprietario imprenditore nel lavoro, hanno reso la crisi ancora più acuta.
Tutto questo era forse già noto. Ma il “taglio” del programma televisivo di Katsìmi-Arvanìtis, costituisce un ulteriore punto fondamentale.
Prima di tutto perché non esiste una seppur minima scusa legale. Il loro programma è stato semplicemente “tagliato” perché non piaceva al ministro, al governo e alla direzione della ERT nominata dal governo. Segue poi il “taglio” di un altro giornalista dell’ET3 (tv pubblica regionale), che ha osato riferirsi alle manifestazioni dei cittadini durante il 28 ottobre. La volgarità della censura svolge un ruolo istruttorio. Non ci saranno più gentilezze, non sarà sopportato il minimo accenno.
Secondo, perchè non si tratta di un semplice caso di censura da parte di un partito politico, ma di censura sistematica. Non deve esistere d’ora in poi la minima isoletta di opinione diversa. Né sulla stampa tradizionale, né sui media digitali, né in internet, nell’arte o nel mondo intellettuale. Forza distruttrice. Qualche volta con licenziamenti e violenza, altre attraverso la diffamazione e i procedimenti giudiziari.
Terzo, perchè si tratta della tv pubblica, che aveva fatto alcuni passi positivi in questi ultimi anni.
Quarto, e sulla base di quanto detto prima, perché il controllo totale dei media costituisce ancora una scelta cruciale nella direzione dell’autoritarismo. Ci abituiamo all’idea di vedere le botte fuori dagli spettacoli teatrali che non piacciono ad Alba Dorata, alle torture senza l’avvio di alcun processo, alla presenza dell’esercito nelle strade delle città, al funzionamento discrezionale della giustizia, alla mancanza di un palco pubblico per chi non dice quello che chiede lo “status quo” del paese.
Non ci siamo ancora resi conto, a quanto pare, che la stampa, soprattutto quella digitale, è un’arma potente nelle mani dello “status quo” del paese. Il rapporto di potere non si vede nella stampa, si crea anche attraverso la stampa.
Mi direte poi, la difesa in tutto ciò dipende solo dal tema di Arvanitis- Katsimi? La risposta è no. Nonsolo. Ma anchedaquesto. Le deviazioni non hanno mai avuto luogo in modo improvvisato, come pensano molti. Si costruisconolentamente. Con degliincidenti aprima vista casuali. La grande botta, quella determinante, arriva una notte, durante la quale la tua vita cambia. Perchè non avevi visto il filo che univa i fatti separati. 


guarda anche:

Alcuni aggiornamenti dalla Grecia (antifascismo, censura, repressione, eroina)

Ancora censura, il regime protegge ancora se stesso

#FreeVaxevanis, arrestato in Grecia il giornalista della ‘lista Lagarde’

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


sette − 1 =