Le lotte contro il regime della Troika: crisi? Quale crisi? / The struggles against the Troika-Regime: Crisis – what Crisis? / Die Kämpfe gegen das Troika-Regime: Krise – welche Krise? ITA-ENG-DEU

da connessioniprecarie:

Pubblichiamo l’intervento tenuto da Thomas Seibert all’interno degli eventi organizzati a Francoforte contro la Euro Finance Week nello scorso novembre. Si tratta di un contributo di grande interesse sulla crisi attuale che contiene una proposta sulle possibilità di superare politicamente le condizioni anche istituzionali che la crisi sta imponendo. Esso pone due questioni per noi essenziali, ovvero quella dell’organizzazione e quella del potere, cercando di collocarle, e quindi di discuterle, su di un piano di realtà. Ciò significa aprire il dibattito su quali sono gli strumenti che consentano di affrontare tali questioni, senza accontentarsi del presente e senza mitologici riferimenti al passato. Già lo sciopero europeo dello scorso 14N è stato un evento complesso del quale probabilmente dovremo cercare di individuare gli effetti nel tempo. La compresenza al suo interno di protesta e contestazione ha indicato un problema che chiede di essere affrontato. La rielaborazione della pratica dello sciopero è un’azione politica che deve avere come protagonisti dei soggetti reali – come per esempio i migranti – che si organizzano per affrontare la questione del potere. In nessun caso esso può essere scambiato con la riproposizione di un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione come gruppo. 

Assieme alle questioni di merito, la proposta di Thomas annuncia un criterio di metodo che va oltre il gruppo al quale comunque lui fa riferimento. Anche per questo lo pubblichiamo. Propone le questioni su una scala che anche noi abbiamo provato a impiegare, inserendo i movimenti di lotta in Europa in uno scenario che va dalla Cina agli Stati uniti. Usa un linguaggio che noi non utilizziamo, dato che non abbiamo mai praticato il lessico del comune, né abbiamo parlato di sciopero metropolitano. Questo intervento invita però ad andare oltre le definizioni usuali e rassicuranti. E questo riguarda anche noi. Non da connessioni precarie, ma per le connessioni precarie…

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THOMAS SEIBERT – Interventionistische Linke
(…dalla Interventionistische Linke, ma non per la Interventionistische Linke…)

Il mio discorso è diviso in tre parti: la prima contiene una definizione di quello che, secondo me, è il problema delle politiche di risoluzione della crisi dell’UE. La seconda parte è una più lunga ricognizione del problema che noi abbiamo di fronte. Nella terza, che è ancora più lunga, voglio infine avanzare due proposte.
Io penso che non abbiamo idea di dove la complessa crisi del capitalismo globale e, nel nostro caso particolare, del capitalismo europeo ci stia portando. Penso inoltre che nemmeno la nostra controparte sappia dove ci porta la crisi. Tutti però sappiamo che ci muoviamo verso una nuova situazione, nella quale non sarà più valido molto di ciò che a noi e alla nostra controparte sembra normale e ovvio. La situazione non sarà più quella che è stata almeno negli ultimi tre decenni; magari non tutto, ma certamente molte cose saranno diverse rispetto a prima. Noi viviamo in un tempo di transizione. Estremizzando, ciò significa vivere in un tempo tra due mondi.

Prima parte: il regime-crisi dell’UE
Il regime-crisi dell’UE radicalizza proprio quelle politiche neoliberiste che nel 2008 sono state corresponsabili dello scoppio della crisi. Le forze trainanti di questo processo sono il governo tedesco e quelli del Nord Europa, cioè quegli Stati e gruppi di capitale che negli ultimi trent’anni hanno approfittato delle trasformazioni in senso neoliberista – o finanziario, o tecnologico-biopolitico, per dirla in modi diversi – del capitalismo. Ma il punto decisivo è che, a differenza della fase di crescita e di affermazione del neoliberismo, a partire dai tardi anni ’70, almeno fino a ora tutto questo non sembra essere legato a nessun progetto, né contenere alcuna promessa. Il regime-crisi ammette tutto ciò apertamente allorché afferma che i suoi attacchi ai beni pubblici, ai diritti sociali e democratici, ai nostri redditi e alla nostra dignità sono «senza alternative». In realtà il regime-crisi porta ancora avanti quella politica poco lungimirante della quale Merkel ha saputo «convincere» allo scoppio della crisi nel 2008. Questo vale anche per gli altri attori del blocco dominante e anche per i disaccordi tra loro. Questi disaccordi – tra Merkel e Hollande, tra FMI e BCE, tra Prodi e Cameron, tra nero-gialli e rosso-verdi – riguardano solo differenze tattiche nel quadro di una sottomissione pressoché incondizionata ai cosiddetti «mercati finanziari» a seguito dell’incapacità strutturale di rischiare un conflitto con il capitale. Il loro unico scopo immediatamente riconoscibile è dunque il salvataggio dei beni patrimoniali messi a rischio, la difesa delle loro posizioni minacciate dalla crisi. Per nessun altro motivo si è riunito l’entourage del capitale per la Euro Finance Week durante la quale nessuno ha portato avanti un’idea a lungo termine. Il punto su cui tutti i partecipanti si sono trovati d’accordo è la mania del risparmio, cioè l’austerità radicale, affiancata alla rapina dei beni pubblici, del reddito delle masse, alla distruzione forzata di posizioni giuridiche, all’aperta capitolazione di fronte a qualsiasi questione che riguardi le prospettive future, innanzitutto la mancanza di reddito dei giovani nell’Europa meridionale. A ciò corrisponde – e questo è il punto – la spoliticizzazione forzata della «democrazia conforme al mercato» (Merkel) e la defezione, che va avanti ormai da parecchi anni, dei suoi quadri dirigenti e la loro sostituzione da parte di «tecnocrati» che provengono dal settore della finanza. Di questo gioco fanno parte anche le mosse apertamente assurde come il premio Nobel per la pace alla UE. «Né il bue né l’asino possono fermare la marcia della UE», così potrebbe suonare la variante occidentale e capitalistica della follia del socialismo reale secondo cui, poco prima della caduta del muro,né il bue né l’asino potevano fermare la marcia del socialismo.
A ciò corrisponde, infine, l’atteggiamento di rifiuto, soprattutto da parte della politica tedesca, delle proposte di alternative immanenti al sistema che pure vengono formulate, che potrebbero stimolare il confronto politico ed eventualmente rappresentare una differenza interna al sistema.
Come si deve interpretare tutto questo? Il regime-crisi dell’UE dimostra, proprio nella radicalizzazione delle politiche neoliberiste, una posizione di debolezza. E ciò non è in contraddizione con la possibilità che tutto ciò possa condurre a svolte esplosive: è sufficiente fare riferimento al carattere continuamente autoritario della politica e al rischio di nazionalismo e razzismo, combinati con un regime di «sicurezza» ormai onnipresente in ogni ambito della vita. Se si arrivasse a forme di rifiuto più forti e forse più incontrollabili, allora bisognerebbe fare i conti in tutta Europa con «colpi di Stato finanziari» come quelli che ci sono stati in Grecia con la caduta di Papandreous e in Italia con la caduta di Berlusconi: il che non significa, in ogni caso, che dobbiamo versare anche solo una lacrima per questi gentiluomini.

Seconda parte – Il nostro problema
Anche noi abbiamo una fondamentale debolezza, nonostante l’attivismo di massa e il primo sciopero di massa europeo. La nostra debolezza risulta, da un lato, dalla divisione delle lotte e dai diversi gradi di preparazione alla lotta che sono una conseguenza della divisione che caratterizza lo stesso regime-crisi: le battaglie di massa nel Sud, resistenze molto limitate, per quanto organizzate da minoranze molto combattive, nel Nord. È esemplare la posizione dei sindacati tedeschi, che nel migliore dei casi non esprime un «tradimento delle masse pronte alla lotta dovuto a dirigenti corrotti», ma anzi la volontà politica effettiva della maggioranza dei dipendenti delle industrie orientate all’esportazione.

La nostra debolezza risulta anche dal fatto che non abbiamo nessun progetto. Con questo non intendo la mancanza di una rappresentazione condivisa di un’altra politica: questa c’è e si dispiega lungo uno spettro che va dalla difesa dei diritti sociali e degli standard di reddito sociale a vari progetti di trasformazioni socio-ecologiche, ai dibattiti sui beni comuni o sulle economie solidali, fino a programmi decisamente anticapitalistici. Intendo piuttosto la mancanza di un’idea di come queste proposte di «altri mondi» possano essere prevedibilmente realizzate. Cosa intendo con questo? Per spiegarlo è utile fare riferimento a un esempio storico: durante la maggior parte del XX secolo la sinistra ha avuto un progetto che non deve per forza piacere, ma che era comunque un progetto nel senso pieno del termine. Esso consisteva nell’idea di una via innanzitutto nazionale, cioè nazional-statale, a un socialismo di stampo leninista o socialdemocratico. La sua realizzazione era pensata o come rottura radicale o come transizione attraverso diversi stadi oppure come una combinazione di entrambe le strategie. Di conseguenza sembrava che il socialismo su scala nazional-statale fosse in qualunque momento afferrabile, «realizzabile», realistico, addirittura «realpolitico», anche nella sua forma rivoluzionaria. Nelle attuali proposte di «altri mondi» manca appunto questo tipo di realismo e di conseguenza non ci sono nemmeno dibattiti sul problema della loro realizzazione. Questo è, sicuramente, uno dei motivi per cui molte sinistre limitano il proprio intervento all’approfondimento, insinuando così che la gente non sa cosa sta succedendo veramente nella crisi. Ma è vero? Non è che la gente in realtà sa perfettamente in quale la direzione si sta andando? Non è perché lo sa che, proprio qui in Germania e proprio negli ambienti sindacalizzati, la gente punta alla partecipazione corporativa al regime-crisi? Tutto ciò non cambierebbe se ci fosse una reale possibilità di «altri mondi», un’idea concreta della loro realizzazione? E non sarebbe un’idea concreta della realizzazione di «altri mondi» proprio ciò che la gente vuole sentire da noi – al posto di qualche lezione sulla natura della crisi capitalistica? E questo vale anche per molte altre iniziative o interventi della sinistra: non è che molta gente che pure concorda sugli obiettivi non partecipa perché non sappiamo dire loro come questi obiettivi possono essere effettivamente raggiunti? Non si spiegherebbero così i sondaggi secondo i quali, per la maggioranza delle persone, il capitalismo non è il migliore dei mondi ma da ciò non vengono tratte delle conseguenze pratiche? Non si mostra ciò ancora più chiaramente nei discorsi sul «rifiuto della politica» che, non a caso preparano il passaggio verso posizioni autoritarie, nazionalistiche e razziste: quando niente va bene, si può sempre andare ancora più in basso. Questa è un’opzione sempre presente non solo qui in Germania, ma anche in Grecia, in Italia e in Spagna. Si tratta di un’opzione estremamente pericolosa che nella spiegazione generale della Interventionistische Linke e del Ums Ganze-Bündniss viene concepita come «il fantasma reazionario della particolarità nazionale e la deformazione razzista del comune».

Terza parte – ancora: crisi – quale crisi?
Ovviamente sarebbe assurdo escogitare semplicemente delle strategie di realizzazione. Non è escluso che semplicemente non ce ne siano; non è escluso che si possano delineare altrove, là dove non ha più senso limitarsi a tattiche di sopravvivenze per scamparla solo individualmente. In realtà, però, si profilano due possibilità concrete per questa realizzazione. Una riguarda i movimenti e le loro lotte, l’altra i partiti che sono legati a quei movimenti e queste lotte, e che si sono formati per lo più nell’ultimo decennio. La prima opzione ha il carattere di una speculazione che sorvola la realtà delle lotte, ma che non è senza fondamento; l’altra, invece, ha un carattere storico-locale e perciò unico e particolare, nella misura in cui sorge dalla divisione dell’Unione Europea tra Nord e Sud.

1) Il progetto dello sciopero metropolitano.
Le lotte più recenti sono, da un lato, complessivamente delle lotte metropolitane: fanno riferimento all’intero spazio della città e al «centro» della città, alle sue piazze centrali. Dall’altro, le lotte più recenti sono anche delle lotte transnazionali che hanno fatto nascere, nonostante differenze locali spesso significative, una reazione a catena da metropoli a metropoli. Si tratta di lotte che si sono propagate da Tunisi al Cairo nell’intero spazio nord-africano e asiatico occidentale fino a Tel Aviv; poi sono state portate avanti in Grecia, in Spagna e Portogallo e negli USA, con episodi minori anche in Iran, Russia, Cina e Nigeria.
Queste lotte fanno emergere con chiarezza un’immagine che ha in realtà ormai qualche anno e risale agli anni ’90: l’immagine di uno «sciopero metropolitano», il cui primo esempio fu il grande sciopero di Parigi del 1995. Lo sciopero metropolitano riflette l’indebolimento sostanziale dello sciopero nelle fabbriche, si estende dal luogo di lavoro alla città, dove da decenni lavoro e vita sono sempre meno separabili. Lo sciopero metropolitano pone la questione del potere nelle lotte per la città e pone la domanda «a chi appartiene la città?»; esso fa riferimento allo sfruttamento tanto nel lavoro quanto nello spazio pubblico e privato, al fatto che il capitale valorizza non più solo la forza lavoro, ma anche in generale tutta la nostra vita, il nostro desiderio e i nostri bisogni, alla sistematica violazione del diritto all’abitare, all’educazione, all’accesso alla sanità, fino al diritto fondamentale, il diritto ad avere diritti reclamato dai migranti e dalle migranti.
L’obiettivo principale di Occupy e di Blockupy qui a Francoforte era l’accerchiamento delle banche e l’effettiva sospensione delle attività del potere. Naturalmente ciò è stato soprattutto simbolico e anche nel 2013 resterà simbolico. Ma rimane l’esperienza di un autopotenziamento nell’azione diretta, della pretesa di una riconquista dello spazio pubblico come spazio del comune. Lo sciopero metropolitano cerca una connessione con iniziative quotidiane e interventi, qui a Francoforte non da ultimo con la decennale tradizione di lotte negli aeroporti o nelle università, ma cerca anche il collegamento con approcci come quello della rete A chi appartiene la città? – il cui nome è già di per sé molto promettente. Ancora: attualmente parliamo di azioni simboliche – ma il nome Occupy e Blockupy promettono di più…
2) Il progetto di Syriza.
Il progetto di Syriza è innanzitutto straordinariamente vago e in sé non ancora maturo, a cominciare dalla composizione della stessa Syriza. Nessuno sa nemmeno se la coalizione di Syriza terrà e se riuscirà a prendere il potere. Al di là di tutto, nel progetto di Syriza è decisivo l’orientamento positivo nei confronti della UE, nonostante la volontà di rompere con l’attuale realtà dell’UE. Il progetto di Syriza non deve essere confuso con quello del partito comunista stalinista greco (KKE): Syriza rifiuta la limitazione allo Stato nazionale greco.
Un governo di Syriza in Grecia – che è diventato nelle scorse settimane ancora più probabile, ma naturalmente ancora solo probabile – non mira alla «costruzione del socialismo in un solo paese», ma a imporre una crisi politica all’UE a partire dalla Grecia. Essa mira a trasformare la crisi finanziaria ed economica dell’UE innanzitutto in una crisi politica, in una crisi costituzionale che dia inizio a un nuovo processo costituente, a un nuovo atto costituente. Anche un’aperta rottura con l’UE – e questo è l’aspetto del progetto-Syriza che non ha precedenti storici – sarebbe comunque intesa come un atto di politica europea, come un atto che si aspetta risposte europee, che è destinato a ottenere risposte europee.
È realistico attendersi queste risposte? Se il progetto attecchisce in Grecia, potrebbe diventare un modello per Spagna, Portogallo e Italia? Che conseguenze avrebbe sul Nord la formazione di un blocco Sud-europeo?Sono pensabili nel Nord scioperi metropolitani che siano, come Blockupy Frankfurt, in solidarietà simbolica con il Sud ma che siano anche in grado di sviluppare una propria prospettiva? Sono pensabili innanzitutto in Europa del Sud ma poi anche nel Nord formazioni di partito, con un orientamento verso Syriza e che lo prendono come modello, che potrebbero diventare nello stesso tempo i partiti degli scioperi metropolitani? Questo che cosa ha a che fare con la composizione dell’alleanza che si è creata in occasione di Blockupy, cui appartengono sia attiviste di movimento sia organizzazioni orientate al movimento, come il partito Die Linke, che in Germania è l’unico ad aver respinto il patto fiscale? Non è giunto il momento di parlare non solo di «altri mondi», ma anche finalmente della loro realizzazione, non più in un orizzonte solo nazionale ma nemmeno in un «altrove» completamente impensabile? Non è giunto il momento di parlare di un progetto che abbia luogo tanto nelle strade e nelle piazze quanto nelle istituzioni statali e sovrastatali? Non è giunto il momento di porre simili domande, e di rispondere alle domande di potere? E non è giunto il momento di mettere alla prova le nostre provvisorie risposte a queste domande anche nelle nostre pratiche politiche quotidiane, nelle lotte per la città, per il diritto all’abitare, al libero soggiorno e alla libera partecipazione al comune, nelle lotte per i diritti e i beni che ci vengono presi o trattenuti ingiustamente, nelle lotte contro lo sfruttamento del lavoro e contro l’oppressione nell’educazione, contro l’esclusione dal sapere? Tutte queste iniziative e interventi non devono essere collegati a una simile crisi politica, una simile crisi costituzionale e un simile atto costituente? E perché non cominciamo a discutere di queste domande tra noi e con altri, mentre disturbiamo la Euro Finance Week per riuscire – forse – a evitarla l’anno prossimo, per rifiutare al loro personale il diritto di ospitalità nella nostra città, per aprirla a coloro che sono davvero i benvenuti? Per aprire la nostra città ad altre città che ci sono più vicine delle torri della BCE qui sulla riva del Meno: Atene, Salonicco, Roma, Madrid, Barcellona, Lisbona… Abbiamo molto di cui parlare, e molto da fare
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by THOMAS SEIBERT – Interventionistische Linke
(… out of the Interventionistische Linke, not for the Interventionistische Linke…)

My talk is divided into three parts: first a brief ascertainment of what I consider to be the problem of the EU policies aimed at resolving the crisis. Then a somewhat longer ascertainment of our own problem. In closing, an even longer part in which I approximate my suggestions for solution.
I think we have no idea where the multiple crisis of global capitalism – and in our particular case, of European capitalism – is leading us. I also think that the opposing side does not know where the crisis is leading us. What we all know is that we are moving towards a new situation in which much of what we and the opposing side considered normal and took for granted will no longer apply. The situation will no longer be the same as in the last three decades. Not everything but many things will be different than before. We are living in a transitional time – in extreme terms this means that we live in a time between two worlds.

Part One: The crisis regime of the EU
The EU crisis regime radicalizes precisely those neoliberal policies that are jointly responsible for the breakout of the crisis in 2008. The German government and governments from northern Europe are the driving powers: the governments of the states and capital groups who have profited from the neoliberal – we could also say financial-market-driven, we could also say highly technological-biopolitical – transformation of capitalism over the last 30 years. However, the difference – and this is the decisive point – is that contrary to the phase of neoliberalism’s ascendency and establishment starting in the late 1970s, at least up to now it no longer connects with a project and no longer holds any promise. The crisis regime openly concedes this when it attempts to justify its attacks on public goods, social and democratic rights, our income and our worth with the claim that there is «no alternative». The crisis regime is still conducting politics according to the same short-run policies to which Merkel was able to «convince» us of at the outbreak of the crisis in 2008. This equally applies to the other actors in the ruling block, just as it applies to the conflicts between them. These conflicts – between Merkel and Hollande, between the IMF and the ECB, between Prodi and Cameron, between the German Christian Democrats and Liberals, on the one hand, and the Green Party and Social Democrats on the other –point only to the tactical differences within an almost unconditional submission to the so-called «financial markets» due to the structural incapabilities of conflicting with capital.
Their sole recognizable direct goal is thus to save the assets that have been jeopardized, the defense of their positions threatened by the crisis. The entourage of capital during Euro Finance Week – in which nobody will speak about ideas with long-run perspectives – leads to nothing other than this. Therefore, the point on which all the participants agree is the saving craze, that is the radical austerity, accompanied by the robbery of public goods, the robbery of mass incomes, the forced dismantling of legal positions, the blatant capitulation in all the issues concerning the future, especially the lack of income of young people in southern Europe. This corresponds with – and this is a central point – the forced de-politicization of «democracy in compliance with the market» («marktkonforme Demokratie» – Merkel), the continuous desertion over past years of its ruling personnel and their replacement by «technocrats» from the financial sector. This includes openly absurd moves such as the Nobel Peace Prize for the EU. «Neither an ox nor a donkey is able to stop the progress of the EU»: this could be the western capitalist variation of the eastern real-socialist absurdity that just before the fall of the wall proclaimed that neither an ox nor a donkey could stop the progress of socialism.
Ultimately is connected with the position of denial – primarily on part of the German government – vis-à-vis systemically alternative proposals that are actually being formulated – and which could possibly spur political debates, and possibly represent a systemic difference. How is this all to be signified? Precisely in the radicalization of neoliberal policies, the crisis regime of the EU is in a position of weakness. This is not contradicted by the fact that all of this leads to extremely dangerous twists and turns: it suffices here to point to the continued authoritarian character of politics and to the gambles with nationalism and racism, combined with an increasingly extensive «security» regime in all areas of life. If stronger and perhaps uncontrollable upheavals, all of Europe could count on «financial state slashes» of the kind that were implemented in Greece with the fall of Papendreou and in Italy with the fall of Berlusconi: although I don’t want to say that we should cry one single tear for these gentlemen.

Part Two: Our problem
Even on our side, we must speak of a fundamental weakness, despite all mass activism and the first European general strike. Our weakness results, on the one hand, from a division of struggles and of the readiness to struggle, which is the consequence of the division in the crisis regime: mass struggles in the south, very limited resistence – even though coming from more combative minorities – in the North. Exemplary is the position of the German labor unions, which at best does not express a «betrayal of masses ready to struggle by corrupt leaders», but rather is an expression of the actual political will of the majority of the personnel of export-oriented industries. However, our weakness also results from the fact that we have no project. By this I mean less a lack of widespread notions of a different kind of politics: this exists, in a wide arch stretching from the defense of social rights and social income standards to diverse drafts of social-ecological transformation and the debates about commons, and from solidarity-based economies to decidedly anticapitalist programmatics. Instead of this,I mean the lack of a notion of how these drafts of «other worlds» could be foreseeably implemented. What do I mean by this? I should try to explain it summoning what has become an historical example: during most of the twentieth century, the left had a similar kind of a project – a project one must not like, but a project that was one in the full sense of the term. It consisted in the idea of a primarily national – meaning nation-state – path towards socialism of either leninist or social-democratic form. Its implementation was either conceived of through a radical break or a step-by-step transition or through a combination of both strategies. For this reason, socialism in terms of the nation or nation-state always seemed tangible, «realisable», realistic, even realpolitisch – even in its revolutionary form. Precisely this «realism» is missing in the circulating drafts of «other worlds», and thus, the debates are lacking at the least with regard to the problem of their implementation. This is surely one of the reasons why many leftists limit their only activities to education and in this sense assume that people wouldn’t know what is going on in the crisis around them. But is that really so? Do the people not know exactly where things are headed? Are they not for this reason – especially here in Germany and especially in the milieus addressed by the unions – betting on the corporatist share in the crisis regime? Would that not be otherwise if there were a real option for «another world», a concrete idea of its implementation? And would that – a concrete idea for the implementation of «other worlds» – be exactly that which people want to hear from us instead of instructions on the nature of capitalist crisis? Does that not apply for many other left initiatives or interventions: that many people who agree with the goals don’t join us because we are unable to tell them how these goals can actually be reached? Isn’t it possible to understand in this way the polls according to which a majority of people believe that capitalism is not the best of all worlds, without drawing from this the practical consequences? Is this not even more evident in the talk of «the rejection of politics», which does not coincidentally mediate the transition into authoritarian, nationalist, racist positions: when nothing else is possible, you can always take a step downwards – an option known not only here, but also in Greece, Italy in Spain – an extremely dangerous option summarized in the joint declaration of the interventionistische Linke and the Ums Ganze Alliance as «the reactionary phantasm of the national particularity and the racist distortion of our commonalities»?

Part Three, so once again: Crisis – which crisis?
Obviously it would be nonsense to simply construe strategies for implementation. It can not be excluded that there are none or that they are emerging elsewhere. That strategies for implementation are emerging in those places where it no longer makes sense to limit oneself to the survival tactics of pulling through individually, for oneself. In actuality, however, options of implementation are emerging. More precisely: two options of such implementation. The first regards the movements and their struggles, the second regards the parties allied with these movements and their struggles, concerning mostly relatively recent formations of the last decade. The one option has more the character of a speculation that scans the reality of the struggles, though nonetheless not unfounded. The other is of an historical-local and in this sense of a unique particular character, to the extent that it emanates from the north-south split of the EU.
1) The project of the metropolitan strike
The recent struggles are on the one hand all metropolitan struggles. They bear on the whole space of the city and on the «center» of the city, on its central plazas. The recent struggles are on the other hand transnational struggles, which despite what are in part massive local differences, sprang up in a chain reaction from metropole to metropole: struggles that leaped from Tunis and Cairo to the whole North African and West Asian space, then to Tel Aviv; then were carried on in Greece, then in Spain and Portugal, then in the USA, with sideshows even in Iran, Russia, China, and Nigeria. In these struggles, an image became alive that is itself a few years older, tracing back to the 1990s: the image of a «metropolitan strike», whose first eample was the great strike in Paris in 1995. The metropolitan strike reflects the fundamental weakening of strikes in factories, it transgresses from the workplace to the city as the place in which, for decades now, work and life are increasingly inseparable. The metropolitan strike poses the question of power in the struggles over the city, it asks the question: «Who owns the city?» and refers to exploitation in work as well as the exploitation of public and private space, the capitalist realization of value in no longer just labor power, but generally of our entire life, our desires and our needs, the systematic neglect of the right to housing, to education, to access to health, up to the most fundametial right, the right to rights, which is demanded not least by migrants.
The strongest point of Occupy and of Blockupy was the encirclement of the banks and the effective disruption of the operation of power. Initially, of course, this was just symbolic, and in 2013 it will remain symbolic. But: the experience of self-emplowerment in direct action and of the claim to the recapture of public space as common space still remains. The metropolitan strike seeks the connection with very daily initiatives and interventions, here in Frankfurt not least with the decade-long tradition of struggles around the airport and the struggles around the university. However, it also seeks the connection to approaches such as that of the network «Who owns the city?» – whose name is in itself more than promising. Again: at present we are speaking of symbolic actions – but the titles of Occupy and Blockupy promise even more…
2) The project of Syriza
The project of Syriza is first of all extraordinarily vague and in itself immature, starting with the composition of Syriza itself: nobody knows if the Syriza coalition will even hold if the chance to take over governmental power should be realized. Decisive for the project of Syriza, however, is, despite everything, its positive orientation with respect to the EU – despite the will to break with the current EU reality: the project of Syriza may not be confused with the Stalinist KKE: Syriza rejects the restriction to the Greek nation-state. A Syriza government in Greece – which, since the last weeks has become even more probable, but of course remains only probable – does not aim at the «organization of socialism in one country», but at forcing the EU, from Greece, into a political crisis. It aims at transforming the financial and economic crisis of the EU into a political crisis in the first place – into a consititutional crisis of the EU, which unfolds into a new constituent process, into a new constituent act. Even an open break with the EU would be – and that is the historically new element of the Syriza project – intended as an act of European politics, as an act awaiting European answers, relying on European answers. If the project takes effect in Greece: could it become a model for Spain, Portugal and Italy? What consequences would have in the North the formation of a southern European block? Are metropolitan strikes in the North conceivable – which would be at first, like Blockupy, in solidarity with the South, but then could develop their own perspective? Are party formations imaginable, initally in southern Europe, but then also in the North, oriented towards and based on Syriza, which could simultaneously become the parties of metropolitan strikes? What does that, with reference to Blockupy, have to do with the composition of the Blockupy coalition, to which movement activists and movement-oriented organizations belong, such as the party DIE LINKE, which in Germany at present is the only party that rejects the fiscal pact? Is it not high time that we not only speak of «other worlds», but finally also of their implementation, no longer in the frame of the nation-state, but also not in a totally inconceivable «elsewhere»? Is it not high time to speak of a project that has its place in streets and squares just as in state and supra-state institutions? Is it not high time to ask such questions – to ask questions of power? And is it not high time to practically test out our tentative answers to such questions, including in our daily politics, the struggles for the city, for the right to housing, to free residency and free share in the common, the struggles for those rights and goods that have been taken or are withheld from us, including the struggles against exploitation at work, and against oppression in education, the exclusion from knowledge. Must all these initiatives and interventions not also be applied to such a political crisis, such a constitutional crisis and such a constituent act? And might it be that we start to discuss these questions amongst ourselves and with others, while we disrupt Euro Finance Week, in order to – perhaps – prevent it from taking place next year, in order to deny its personnel the right to hospitality in our city, in order to open it to those who we really welcome? In order to open our city to cities who are closer to us than the towers of the ECB here on the banks of the Main: to Athens, Thessaloniki, Rome, Madrid, Barcelona, Lisbon? We have much to talk about, and a lot to do
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THOMAS SEIBERT – Interventionistische Linke
(…aus der Interventionistische Linke, nicht für die Interventionistische Linke)

Mein Vortrag gliedert sich in drei Teile: Erst eine kurze Bestimmung dessen, was ich für das Problem der Krisenlösungspolitik der EU halte. Dann eine etwas längere Bestimmung unseres eigenen Problems. Schließlich ein noch etwas längerer Teil, in dem ich mich zwei Lösungsvorschlägen nähern will.
Ich denke, dass wir noch gar nicht wissen, wo die Mehrfachkrise des globalen Kapitalismus und in unserem besonderen Fall des europäischen Kapitalismus uns hinführt. Ich denke zweitens, dass auch die Gegenseite nicht weiß, wo diese Krise uns hinführt. Was wir alle wissen ist, dass wir uns auf eine neue Situation zubewegen, in der vieles von dem, was wir und was die Gegenseite für normal und selbstverständlich halten, nicht mehr gelten wird. Die Lage der Dinge wird nicht mehr dieselbe sein wie in den letzten mindestens drei Jahrzehnten, es wird wieder einmal zwar nicht alles, doch vieles anders sein wie früher. Wir leben in einer Zwischenzeit – was im Extremfall heißt, in einer Zeit zwischen zwei Welten zu leben.

Erster Teil: Das Krisenregime der EU
Das EU-Krisenregime radikalisiert genau die neoliberalen Politiken, die mitverantwortlich waren für den Ausbruch der Krise 2008. Treibende Kraft sind die deutsche Regierung und Regierungen aus Nordeuropa: die Regierungen der Staaten und Kapitalgruppen, die von der neoliberalen, man kann auch sagen finanzmarktgetriebenen, man kann auch sagen hochtechnologisch-biopolitischen Transformation des Kapitalismus in den letzten 30 Jahren profitiert haben. Im Unterschied jedoch, und das ist der entscheidende Punkt, im Unterschied zur Aufstiegs- und Durchsetzungsphase des Neoliberalismus ab den späten 1970er Jahre fügt sich das bis jetzt jedenfalls zu keinem Projekt mehr und birgt auch gar kein Versprechen mehr. Das Krisenregime räumt das offen ein, wenn es seine Angriffe auf die öffentlichen Güter, auf die sozialen und demokratischen Rechte, auf unsere Einkommen und auf unsere Würde als „alternativlos“ rechtfertigen will. Tatsächlich betreibt das Krisenregime noch immer die Politik auf kurze Sicht, in der Merkel schon bei Durchbruch der Krise 2008 zu „überzeugen“ vermochte. Das gilt so auch für die anderen Akteure im herrschenden Block, es gilt auch für die Widersprüche zwischen ihnen. Diese Widersprüche – zwischen Merkel und Hollande, zwischen dem IWF und der EZB, zwischen Prodi und Cameron, zwischen Schwarz-Gelb und Grün-Rot –verweisen lediglich auf taktische Differenzen innerhalb einer nahezu bedingungslosen Unterwerfung unter die sog. „Finanzmärkte“ infolge der strukturellen Unfähigkeit zum Konflikt mit dem Kapital riskieren würde. Ihr einzig erkennbares unmittelbares Ziel ist deshalb auch die Rettung der aufs Spiel gesetzten Vermögenswerte, die Verteidigung ihrer von der Krise bedrohten Positionen. Zu nichts anderem tagt hier die Entourage des Kapitals während der Euro Finance Week, in der niemand eine auf längere Sicht entworfene Idee vortragen wird. Den Punkt der Übereinkunft aller Beteiligten markiert deshalb der Sparwahn, die radikale Austerität, flankiert durch den Raub öffentlicher Güter, den Raub an den Masseneinkommen, den forcierten Abbau von Rechtspositionen, die offene Kapitulation in allen perspektivischen Fragen, voran der Einkommenslosigkeit der Jugend in Südeuropa. Dem entspricht, und das ist ein Hauptpunkt, die forcierte Entpolitisierung der „marktkonformen Demokratie“ (Merkel), die seit Jahren schon andauernde Desertion ihres Führungspersonals und dessen Ersatz durch „Technokraten“ aus dem Finanzsektor. Hierher gehören auch die offen absurden Spielzüge wie der Friedensnobelpreis für die EU: die westliche-kapitalistische Variation des östlich-realsozialistischen Irrwitzes kurz vor Torschluss, frei übersetzt: „Die EU in ihrem Lauf hält weder Ochs noch Esel auf“. Dem entspricht schließlich die Verweigerungshaltung v.a. der deutschen Politik gegenüber systemimmanenten alternativen Vorschlägen, die ja formuliert werden – und die ggf. zum Einsatz politischer Auseinandersetzungen werden könnten, ggf. einen systemimmanenten Unterschied bedeuten könnten. Wie ist das alles zu deuten? Das Krisenregime der EU bezieht gerade in der Radikalisierung neoliberaler Politiken eine Position der Schwäche. Dem widerspricht nicht, dass das alles zu brandgefährlichen Wendungen führen kann: es reicht, hier auf den fortlaufend autoritäreren Charakter der Politik und auf das Spiel mit Nationalismus und Rassismus zu verweisen, kombiniert mit einem immer umfassenderen „Sicherheits“-Regime in allen Bereichen des Lebens. Kommt es zu stärkeren und vielleicht unkontrollierbaren Verwerfungen, so wäre europaweit mit „Finanzstaatsstreichen“ der Art zu rechnen, die in Griechenland beim Sturz Papandreous und in Italien beim Sturz Berlusconis durchgezogen wurden: wobei ich nicht sagen will, dass man diesen beiden Herren auch nur eine Träne nachweinen sollte.

Zweiter Teil – Unser Problem
Auch auf unsere Seite muss von einer grundlegenden Schwäche gesprochen werden, trotz allen Massenaktivismus und des ersten europaweiten Massenstreiks. Unsere Schwäche resultiert zum einen aus einer Spaltung der Kämpfe und der Kampfbereitschaften, die der Spaltung im Krisenregime folgt: Massenkämpfe im Süden, sehr begrenzte Widerstände sei es auch entschlossener Minderheiten im Norden. Beispielhaft die Haltung der deutschen Gewerkschaften, die ja nun beim besten Willen keinen „Verrat kampfbereiter Massen durch korrupte Führungen“ ausdrückt, sondern der Ausdruck des tatsächlichen politischen Willens der Belegschaftsmehrheiten der exportorientierten Industrien ist.
Unsere Schwäche resultiert aber auch daraus, dass auch wir kein Projekt haben. Darunter verstehe ich weniger das Fehlen von breit geteilten Vorstellungen einer anderen Politik: die gibt es sehr wohl, in einem Borgen, der von der Verteidigung sozialer Rechte und sozialer Einkommensstandards über diverse Entwürfe sozialökologischer Transformation und die Debatten um commons, solidarische Ökonomien bis zu dezidiert antikapitalistischen Programmatiken reicht. Ich meine stattdessen das Fehlen einer Vorstellung, wie diese Entwürfe „anderer Welten“ absehbar durchzusetzen wären. Was meine ich damit? Um es an einem historisch gewordenen Beispiel aufzuzeigen: Während des größten Teils des 20. Jahrhunderts gab es ein solches Projekt der Linken – ein Projekt, das man nicht mögen muss, das aber ein Projekt im vollen Sinn des Begriffs war. Es bestand in der Idee eines zunächst nationalen, d.h. nationalstaatlichen Weges zu einem Sozialismus entweder eher leninistischen oder eher sozialdemokratischen Zuschnitts. Dessen Durchsetzung wurde entweder auf dem Weg eines radikalen Bruchs oder auf dem Weg eines etappenweisen Übergangs oder in einer Kombination beider Strategien gedacht. Deshalb schien der Sozialismus national(staatlich)en Rahmens jederzeit greifbar, „realisierbar“, realistisch, geradezu „realpolitisch“ zu sein, selbst in seiner revolutionären Variante. Eben ein solcher „Realismus“ fehlt in den kursierenden Entwürfen „anderer Welten“, und deshalb fehlen schon die Debatten wenigstens zum Problem ihrer Durchsetzung. Es ist dies sicherlich einer der Gründe, warum viele Linke ihren eigenen Einsatz auf Aufklärung beschränken und darin unterstellen, dass die Leute nicht wüssten, wie es in der Krise um sie stünde. Aber stimmt das denn: Wissen die Leute nicht sehr genau, wo’s für sie langgeht? Setzen sie nicht deshalb und gerade hier in Deutschland und gerade die gewerkschaftlich ansprechbaren Milieus auf die korporatistische Teilhabe am Krisenregime? Würde sich das nicht ändern, wenn es eine reelle Option auf eine „andere Welt“ gäbe, eine konkrete Idee ihrer Durchsetzung? Und wäre das, eine konkrete Idee zur Durchsetzung „anderer Welten“, nicht gerade das, was die Leute von uns hören wollen – anstelle der Belehrung über die Natur der kapitalistischen Krise? Gilt das nicht auch für viele andere linke Initiativen oder Interventionen: dass viele Leute, die den Zielen zustimmen, nicht bei uns mitmachen, weil wir ihnen nicht sagen können, wie diese Ziele tatsächlich erreicht werden können? Erklären sich so die Umfragen, nach der eine Mehrheit der Leute den Kapitalismus eben nicht für die beste aller Welten hält – ohne daraus praktische Konsequenzen zu ziehen?
Zeigt sich das nicht noch einmal deutlicher am Gerede von der „Politikverdrossenheit“, das nicht zufällig den Übergang in autoritäre, nationalistische, rassistische Positionen vermittelt: wenn nichts mehr geht, kann man immerhin noch nach unten treten – eine Option, die bekanntlich nicht nur hier, sondern auch in Griechenland, Italien und Spanien zieht, eine brandgefährliche Option, die in der gemeinsamen Erklärung der Interventionistischen Linken und des Ums Ganze-Bündnisses als „das reaktionäre Phantasma der nationalen Sonderwege und die rassistische Verzerrung des Gemeinsamen“ gefasst wird?

Dritter Teil, also noch mal: Krise – welche Krise?
Selbstverständlich wäre es Unsinn, sich Durchsetzungsstrategien einfach so zurechtzulegen. Es ist nicht ausgeschlossen, dass es einfach keine gibt, es ist nicht ausgeschlossen, dass sie sich anderswo abzeichnen. Dass sich Durchsetzungsstrategien dort abzeichnen, wo es eben keinen Sinn mehr macht, sich auf Überlebenstaktiken des bloß individuellen Sichdurchschlagens zu beschränken. Tatsächlich aber zeichnen sich Optionen einer Durchsetzung ab, genauer gesagt: zwei Optionen solcher Durchsetzung. Die eine betrifft die Bewegungen und ihre Kämpfe, die andere betrifft die diesen Bewegungen und Kämpfe verbundenen Parteien, bei denen es sich meist um relativ junge Formationen des letzten Jahrzehnts handelt. Die eine Option hat eher den Charakter einer die Realität der Kämpfe zwar überfliegenden, gleichwohl nicht ungedeckten Spekulation, die andere ist historisch-lokalen und insofern einzigartigen, besonderen Charakters, sofern sie der Nord-Süd-Spaltung der EU entspringt.
1) Das Projekt des Metropolenstreiks
Die jüngeren Kämpfe sind einerseits allesamt metropolitane Kämpfe. Sie sind auf den ganzen Raum der Stadt und auf die „Mitte“ der Stadt bezogen, auf ihre zentralen Plätze. Die jüngeren Kämpfe sind andererseits zugleich transnationale Kämpfe, die trotz der zum Teil massiven lokalen Unterschiede einer Kettenreaktion von Metropole zu Metropole entsprangen: Kämpfe, die von Tunis und Kairo auf den ganzen nordafrikanisch-westasiatischen Raum übersprangen, auch nach Tel Aviv; dann in Griechenland, dann in Spanien und Portugal, dann in den USA geführt wurden, mit Nebenschauplätzen sogar im Iran, in Russland, in China, in Nigeria. In ihnen wurde ein Bild lebendig, das selbst einige Jahre älter ist, auf die 1990er Jahre zurückgeht: das Bild eines „Metropolenstreiks“, dessen erstes Beispiel der große Streik in Paris 1995 war. Der Metropolenstreik reflektiert die grundlegende Schwächung der Streiks in den Fabriken, er greift vom Arbeitsplatz auf die Stadt als den Ort über, in dem Arbeit und Leben seit Jahrzehnten immer weniger zu trennen sind. Der Metropolenstreik stellt die Machtfrage in den Kämpfen um die Stadt, er stellt die Frage: „Wem gehört die Stadt“ und meint damit die Ausbeutung in der Arbeit ebenso wie die Ausbeutung des öffentlichen und des privaten Raums, die kapitalistische Verwertung nicht mehr nur der Arbeitskraft, sondern überhaupt unseres ganzen Lebens, unserer Begehren und unserer Bedürfnisse, die systematische Missachtung des Rechts auf Wohnen, auf Bildung, auf Zugang zu Gesundheit, bis hin zum fundamentalsten Recht, dem Recht auf Rechte, das nicht nur die Migrantinnen und Migranten einfordern.
Occupy’s und Blockupy’s stärkster Punkt, hier in Frankfurt, war die Umzingelung der Banken und die effektive Unterbrechung des Betriebs der Macht. Natürlich war das nur erst symbolisch, und auch 2013 wird das symbolisch bleiben. Aber: Es bleibt trotzdem die Erfahrung der Selbstermächtigung in direkter Aktion, der Anspruch auf Rückeroberung des öffentlichen Raums als des Raums des Gemeinsamen. Der Metropolenstreik sucht die Verbindung mit ganz alltäglichen Initiativen und Interventionen, hier in Frankfurt nicht zuletzt mit der jahrzehntelangen Tradition der Kämpfe um den Flughafen, der Kämpfe um die Universität, er sucht aber auch die Verbindung mit Ansätzen eben wie dem des Netzwerks „Wem gehört die Stadt?“ – dessen Name allein mehr als vielversprechend ist. Nochmal: aktuell reden wir von symbolischen Aktionen – doch die Titel occupy und blockupy versprechen mehr…
2) Das Projekt von Syriza
Das Projekt von Syriza ist zunächst einmal außerordentlich vage und in sich unausgereift, beginnend mit der Zusammensetzung von Syriza selbst: Niemand weiß, ob das Syriza-Bündnis überhaupt halten wird, wenn sich die Chance auf Übernahme der Regierungsmacht realisieren sollte. Entscheidend am Projekt von Syriza aber ist die trotz allem positive Ausrichtung auf die EU – trotz des Willens zum Bruch mit der aktuellen EU-Realität: Das Projekt von Syriza darf nicht mit dem der stalinistischen KKE verwechselt werden: Syriza lehnt die Begrenzung auf den griechischen Nationalstaat ab. Eine Syriza-Regierung in Griechenland – die seit der vergangenen Woche noch einmal wahrscheinlicher geworden ist, aber natürlich immer noch nur wahrscheinlich ist – zielt nicht auf den „Aufbau des Sozialismus in einem Land“, sondern darauf, der EU von Griechenland aus eine politische Krise aufzuzwingen. Sie zielt darauf, die finanziale und ökonomische Krise der EU überhaupt erst in eine politische Krise zu verwandeln, in eine Verfassungskrise der EU, die sich öffnet auf einen neuen verfassungsgebenden Prozess, auf einen neuen verfassungsgebenden Akt. Selbst der offene Bruch mit der EU wäre, und das ist das historisch Neue am Syriza-Projekt, wäre als Akt europäischer Politik gemeint, als ein Akt, der auf europäische Antworten wartet, auf europäische Antworten angewiesen ist. Sind die zu erwarten? Greift das Projekt in Griechenland: könnte es zum Modell für Spanien, Portugal und Italien werden? Welche Folgen hätte die Formierung eines südeuropäischen Blocks im Norden? Sind im Norden Metropolenstreiks denkbar, die zunächst wie blockupy Frankfurt solche der symbolischen Solidarität mit dem Süden wären, dann aber eine eigene Perspektive entwickeln? Sind zunächst in Südeuropa, dann aber auch im Norden Parteiformationen mit Orientierung auf und an Syriza denkbar, die zugleich Parteien des Metropolenstreiks werden könnten? Was hat das, auf blockupy bezogen, mit der Zusammensetzung des blockupy-Bündnisses zu tun, zu dem Bewegungsaktivistinnen und –aktivisten und bewegungsorientierte Organisierungen ebenso gehören wie die Partei DIE LINKE, die in Deutschland gegenwärtig die einzige Partei ist, die den Fiskalpakt ablehnt? Ist es nicht höchste Zeit, nicht nur von „anderen Welten“, sondern endlich auch von ihrer Durchsetzung zu reden, nicht mehr im Rahmen des nationalen Staates, doch auch nicht in einem gänzlich unausdenkbaren Anderswo? Ist es nicht höchste Zeit, von einem Projekt zu reden, das auf den Straßen und Plätzen ebenso seinen Ort hat wie in den staatlichen und suprastaatlichen Institutionen? Ist es nicht höchste Zeit, solche Fragen zu stellen, Machtfragen zu stellen? Und ist es nicht höchste Zeit, unsere vorläufigen Antworten auf solche Fragen praktisch zu erproben, auch in unseren alltäglichen Politiken, den Kämpfen um die Stadt, um das Recht auf Wohnung, auf freien Aufenthalt und freie Teilhabe am Gemeinsamen, den Kämpfen um die Rechte und um die Güter, die uns genommen oder vorenthalten werden, den Kämpfen auch gegen die Ausbeutung in der Arbeit, und gegen die Unterdrückung in der Bildung, den Ausschluss vom Wissen, müssen alle diese Initiativen und Interventionen nicht auch auf eine solche politische Krise, eine solche Verfassungskrise und einen solchen verfassungsgebenden Akt bezogen werden? Und sei es, in dem wir anfangen, diese Fragen unter uns und mit anderen zu diskutieren, während wir die Europe Finance Week stören, um sie im nächsten Jahr – vielleicht – zu verhindern, um ihrem Personal das Gastrecht in unserer Stadt zu verweigern, um sie denen zu öffnen, die uns wirklich willkommen sind? Um unsere Stadt auf Städte zu öffnen, die uns näher sind als die Türme der EZB hier am Mainufer: auf Athen, Thessaloniki, Rom, Madrid, Barcelona, Lissabon? Wir haben einiges zu bereden, und einiges zu tun

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