Le rebètisses

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In una canzone demotica greca tre uomini sono seduti al tavolo di un’osteria. I loro nomi sono Menoussis, Berbilis e Ressul (o Mehmet) Agas. I tre amici mangiano e bevono tra una chiacchiera e l’altra, finché il discorso cade sulle loro «belle». Uno dei tre loda la bellezza della donna di Menoussis, che domanda sorpreso all’amico cosa stia dicendo mai e dove l’abbia incontrata. L’amico risponde di averla vista il giorno prima mentre lei prendeva l’acqua al pozzo e di averle dato il suo fazzoletto perché glielo lavasse. E lei lo ha lavato, aggiunge l’amico. Menoussis non ci può credere, vuole essere sicuro che il racconto dell’amico sia vero. Domanda come fosse vestita la donna e l’amico descrive gli abiti nei particolari. Menoussis torna a casa ubriaco e ammazza la sua donna. La mattina seguente però la sbornia è passata. Menoussis si pente di averla uccisa e si dispera, piangendo la sua morte affranto e sconsolato.

Esistono molte versioni di questa canzone, la maggior parte delle quali databili tra il XVI e il XIX secolo ma, a parte alcuni particolari come i nomi dei due amici di Menoussis o gli abiti indossati dalla donna, la storia resta sempre la stessa. La canzone è estremamente popolare in Grecia, la conoscono anche i bambini. Nella versione più popolare della canzone il nome della ragazza uccisa non viene mai pronunciato. La donna è anonima. Potremmo interpretare questo indizio affermando che l’assenza del nome renda più facile l’identificazione della vittima con tutte le altre donne uccise da un marito geloso, ma in realtà è probabile che il nome della donna non venga mai pronunciato perché il suo è un personaggio secondario. Non è lei la protagonista della storia. I protagonisti della canzone sono Menoussis e il suo dolore. Η δε γυνή να φοβείται τον άνδρα, letteralmente “la donna tema l’uomo”, è una frase del vangelo molto eloquente sul ruolo assegnato alle donne durante la turcocrazia. Il clero e la chiesa avevano un grandissimo peso nella vita quotidiana delle comunità ortodosse. Le donne erano sottomesse all’autorità del marito e, se non sposate, a quella del padre: una donna nubile non aveva capacità giuridica ed era rappresentata dai genitori anche dopo la maggiore età. La compagnia che siede al tavolo dell’osteria (κρασοπουλιό – krasopouliò) è formata da soli uomini. Per le donne era disdicevole uscire non accompagnate e parlare con gli estranei e quindi non entravano nelle taverne. Menoussis non è semplicemente accecato dalla gelosia e stordito dal vino: il suo è un delitto d’onore. La donna della canzone con il suo comportamento infanga l’onore del marito: la condotta di una donna poteva essere oggetto di pettegolezzo e questo ledeva l’onore della famiglia intera, in primo luogo quello del consorte.

In termini moderni, quello di Menoussis è un femminicidio.

Negli anni ‘20 del XX secolo la società greca è scossa da profondi mutamenti. La Grecia cerca di costruire faticosamente la propria identità nazionale, guardando all’Occidente e all’Europa, simboli di progresso e benessere, mentre tutto ciò che ricorda la dominazione ottomana viene seppellito o censurato. L’enorme afflusso di profughi ortodossi dalla Turchia dopo il Trattato di Losanna (1923) accelera il cambiamento di costumi nella società greca. L’industrializzazione e l’urbanizzazione creano masse di proletari e sottoproletari che lavorano a giornata, sono disoccupati o vivono al di fuori della legalità. Le donne entrano in massa nel mercato del lavoro nel periodo immediatamente successivo allo scambio di popolazioni dopo la Catastrofe Micrasiatica. Nel 1928 circa il 25% delle donne che lavorano è impiegato nelle fabbriche (soprattutto nell’industria tessile e del tabacco) e il 36% di loro proviene dall’Asia Minore. La maggior parte delle donne è ancora impiegata nell’istruzione (maestre) e nella sanità (infermiere), oppure nei servizi privati (cameriere). Una canzone di Markos Vamvakaris è dedicata alla bellezza e al fascino di una donna che lavora in una filanda: πότε με τα κίτρινα ντυμένη σε κοιτάζω / το λυγερό σου το κορμί καθούμαι και θαυμάζω / που μέρα νύχτα δεν βγαίνεις απ’το νου μου / αχ, μαυρομάτα μου τσαχπίνα κλωστηρού μου – quando ti vedo vestita di giallo / mi fermo ad ammirare il tuo corpo sinuoso / notte e giorno non mi esci dalla testa / ah, mia filandiera rubacuori dagli occhi neri. Le politiche dei liberali, il clero e i pregiudizi sulle donne profondamente radicati nella società greca ostacolano enormemente l’emancipazione lavorativa, sociale e politica delle donne. È in questo periodo che nascono in Grecia i primi movimenti femministi, che rivendicano l’estensione del diritto di voto alle donne, migliori condizioni lavorative (la parità del salario con i colleghi maschi e l’abolizione della legge in base alla quale le donne erano le prime ad essere licenziate dai padroni in caso di necessità) e un piano per l’istruzione (nel 1930 il 70% delle donne con più di trent’anni era analfabeta). Nello stesso momento i lavoratori iniziano a organizzare le loro lotte. Le donne impiegate nel settore tessile e nella produzione del tabacco sono tra le più agguerrite, e partecipano attivamente alle lotte dei lavoratori. Alla fine degli anni ‘20 il movimento femminista guadagna le prime vittorie: la costituzione promulgata nel ‘27 garantisce sei anni di istruzione obbligatoria per tutti e nel 1930 le donne con più di trent’anni che sanno leggere e scrivere possono votare alla elezioni comunali, ma ancora nel 1929 Eleftherios Venizelos durante una seduta parlamentare dichiarava che “il mestiere più importante per una donna è essere madre. […] Dobbiamo formare le ragazze della classe media affinché siano brave madri di famiglia”. Negli anni ‘30 però nelle canzoni rebetiche appare una figura femminile nuova, completamente diversa da quella descritta nella canzone di Menoussis.

Anche quello dei manghes è un mondo maschilista e fallocratico: la taverna, il tekès e il kafenìo sono luoghi di ritrovo per uomini dai quali le donne sono severamente interdette. Ciononostante, in molte canzoni d’amore degli anni ‘30 i manghes si descrivono come vittime di donne che con il loro fascino e la loro intelligenza sanno condurre i giochi a loro piacimento. In circa un’ottantina di canzoni rebetiche dello stesso periodo inoltre è presentata la figura di una donna emancipata, libera, indipendente, che sa autodeterminarsi e che non si lascia condizionare dalle convenzioni sociali e religiose dominanti: la rebètissa. La maggior parte di queste canzoni è stata composta da Panaghiotis Toundas, nato a Smirne da famiglia benestante e trasferitosi ad Atene negli anni ’20. La vita sentimentale e sessuale delle rebètisses era in controtendenza rispetto a quella delle donne della società rurale e della borghesia cittadina greca di inizio XX secolo, che erano madri, mogli e casalinghe e che soggiacevano all’autorità del padre e del marito. È proprio questo ruolo femminile subalterno all’uomo che mettono in discussione le rebètisses con il loro stile di vita, suscitando da una parte le condanne dei bigotti e dall’altra, quasi paradossalmente, il rispetto dei manghes. Con il loro comportamento le rebètisses mettevano seriamente in discussione il ruolo prestabilito della donna nella società e si rapportavano da pari a pari con gli altri manghes. Le rebètisses erano spesso donne che lavoravano in fabbrica e che, alla fine del turno di lavoro, andavano a divertirsi nei tekès o nelle taverne. Erano le uniche donne accettate in questi luoghi: i manghes rispettavano il coraggio e il carattere delle rebètisses, che si divertivano e vivevano come loro e che venivano accettate nel σινάφι (compagnia, comitiva). La canzone rebetica “Γίνομαι άντρας” (“Divento uomo”) racconta di una ragazza lesbica che entra in un tekès travestita da mangas, con pistola e coltello, e inizialmente la comitiva la scambia per un uomo: (…) γίνομαι άντρας πρώτο πράγμα με πιστόλι και με κάμα / κι έχω γκόμενα μια δούλα και της τα έχω πάρει ούλα / στον τεκέ όταν θα πάω όλους τους στραβοκοιτάω / και μου λένε, καλώς το αδέλφι, τράβα μια να κάνει κέφι – (…) divento un vero uomo, con la pistola e con la lama / la mia ragazza è la mia serva ed è tutta per me / guardo storto tutti quando entro nel tekès / e mi dicono fratello benvenuto, fatti un tiro in allegria. La ragazza verrà poi scoperta, ma non viene cacciata dal tekès: è accettata dai manghes, e probabilmente suscita anche un interesse erotico, a quanto sembrerebbe dagli ultimi versi (μα ένα βράδυ μαζευτήκαν κι όλοι απάνω μου ριχτήκαν / (…) και φωνάζαν με λαχτάρα, αχ, αγοροκοριτσάρα – ma una sera si sono riuniti e mi sono saltati addosso / (…) e gridavano desiderosi ah, maschiaccia!)*. L’omosessualità è un tema che nelle canzoni rebetiche non viene quasi mai trattato, anche se nel mondo dei manghes era piuttosto diffusa. I manghes più anziani potevano avere rapporti omosessuali con quelli più giovani, soprattutto in carcere. Gli unici omosessuali (passivi) accettati dai manghes erano i πουστόμαγκες (pustòmanghes), perché non erano effemminati, non facevano spiate alla polizia, sapevano usare il coltello e sapevano resistere alla vita in carcere.

L’enorme afflusso di profughi dall’Asia Minore ha avuto conseguenze molto importanti sull’assetto della società greca della prima metà del XX secolo. È probabile che i costumi delle donne smirniote e il modo di divertirsi dei “Mikrasiates” abbia influenzato la vita quotidiana degli abitanti di Atene e del Pireo, dove i profughi si sono stabiliti creando nuovi quartieri, miseri e densamente popolati. Smirne era una città cosmopolita sin dal XVII secolo: fino al 1922 la città era abitata da turchi, ebrei, greci, armeni, levantini, francesi, inglesi e americani. Le donne greche ortodosse di Smirne avevano abitudini diverse dalle donne che vivevano in Grecia, più simili a quelle delle donne francesi, inglesi o americane: erano libere ed emancipate, portavano i capelli corti, fumavano, passavano la notte a divertirsi o a cantare nei caffè amman (locali notturni diffusi soprattutto a Smirne, Istanbul e Salonicco dove gli avventori ascoltavano amanedes, karsilamà, zeibekika e musica leggera fumando, bevendo e mangiando). Durante la turcocrazia le donne turche e le ebree fumavano, le greche ortodosse no.

Le rebètisses sceglievano liberamente il proprio compagno e spesso avevano più relazioni contemporaneamente: σου το είπα και στο λέω, θέλω να ‘χω εγώ πολλούς / γιατί ένας σαν κι εσένα δεν με φτάνει γιαβοκλούς – te l’ho detto e lo ripeto, io ne voglio tanti / perché uno come te non mi basta come fidanzato. La ragazza in questione è una “Politissa”, viene cioè da Istanbul. Nella relazione le rebètisses non erano sottomesse all’autorità dell’uomo ma, al contrario, rivendicavano la loro autonomia e indipendenza. Nella canzone “Οι δυο χήρες”, due vedove raggiungono un accordo equo dopo un’iniziale competizione per l’attrazione di entrambe nei confronti dello stesso uomo: κι έτσι μαλώσανε οι δυο οι όμορφες οι χήρες / όχι σου πήρα τον μικρό, όχι εσύ τον πήρες / μα έπειτ’ αγαπήσανε και τον ομορφονιό τους / όπως εσυμφωνήσανε τον είχανε και οι δυο τους – e così litigarono le due belle vedove / non ti ho rubato l’uomo, sei stata tu a rubarlo a me / ma poi amarono il loro bello / si misero d’accordo e fu di entrambe. La rebètissa rivendicava la propria libertà e non si faceva condizionare dalle opinioni e dai pregiudizi della gente: έτσι γλεντάνε τα όμορφα κορίτσια / και δε με νοιάζει ο κόσμος τι θα πει – è così che si divertono le belle ragazze / e non mi interessa cosa dirà la gente oppure δε με νοιάζει εμένα ο κόσμος τι θα πει / ό,τι κάνω στα κρυφά κι αν ματευτεί / (…) εγώ πάντα έτσι την θέλω τη ζωή / να γλεντώ όλη τη νύχτα ώς το πρωί / με καλό κρασάκι θέλω να μεθύσω / κι όποιος με γουστάρει να τονε φιλήσω – non mi interessa cosa dirà la gente / e se verrà a sapere ciò che faccio di nascosto / (…) io voglio vivere così la vita / divertirmi dalla sera alla mattina / voglio ubriacarmi con il buon vinello / e baciare chi mi pare. Le rebètisses inoltre si disinteressavano anche della ricchezza e del denaro, rivendicando in questo modo la loro indipendenza economica e la possibilità di scegliere il proprio compagno per amore e non per interesse: τα λεφτά σου δεν τα θέλω, πάψε να μ’ αγαπάς / δεν σε θέλω, σ’ το ‘πα μια και δυο – i tuoi soldi non li voglio, smettila di amarmi / non ti voglio, te l’ho detto mille volte.

Come i manghes, le rebètisses bevevano ouzo e vino e facevano uso di cocaina e hashish. Conducevano una vita αλανιάρικα (irregolare, libera, spensierata), passando la notte a divertirsi nei locali: αχ, γλέντι και μεθύσι, ούζο και χασίσι, έτσι θέλω τη ζωή μου να περνώ μποέμικα / μέρα-νύχτα στις ταβέρνες το πρωί μες στους τεκέδες την τραβώ και μαστουριάζω, το κεφάλι μου μπαφιάζω / έτσι πρέπει να γλεντάμε τη ζωή να τη περνάμε – ah, divertimento e sbornie, ouzo e hashish, ecco come voglio passare la mia vita, libera e spensierata / notte e giorno nelle taverne, al mattino nei tekès fumo il narghilè, con la testa leggera / così bisogna divertirsi e passare la vita, oppure βρε καπνουλού μου έμορφη σ’ αρέσει το ντουμάνι/ κι εμένανε με παρατάς ρέστονε και χαρμάνη / (…) Και στο φινάλε πας γλεντάς με μάγκες στους τεκέδες / γιατί σ’ αρέσει ο μπαγλαμάς μπουζούκια κι αργιλέδες – mia bella operaia ti piace l’hashish / e a me mi lasci in bianco e senza aver fumato / (…) E alla fine vai a divertirti con i manghes nei tekès / perché ti piace il baglamàs, il bouzouki e il narghilè, quest’ultima dedicata alle operaie della fabbrica di tabacco Kerani al Pireo. Le rebètisses erano un’anomalia nel panorama sociale della Grecia degli anni ‘30. Per i bravi padri di famiglia e i preti non erano altro che prostitute. In realtà le rebètisses semplicemente sceglievano di vivere come volevano, ben consapevoli della loro libertà. Rivendicavano la loro femminilità e allo stesso tempo il diritto di divertirsi ed essere libere dal punto di vista sentimentale: είμ’ αλανιάρα μερακλού πωπω μες στην Αθήνα / που ξενυχτώ στα καμπαρέ και την περνάω φίνα / ούζο πίνω και μεθάω κι όλα τα ποτίρια σπάω / και χορεύω τσιφτετέλι αχ αμάν το ίκι τέλι – sono una ragazza che se la spassa ad Atene / faccio l’alba al cabaret e me la passo bene / bevo l’uzo e spacco tutti i bicchieri / e ballo lo tsifteteli, amman, l’ikiteli e αχ, εγώ είμαι η μπολσεβίκα με τα αλάνια θα γλεντώ / ρετσίνα θα ρουφάω γλυκά θα τραγουδάω / μεγαλεία δεν ψηφάω και τους μάγκες θα αγαπώ – ah, io sono la bolscevica, e mi divertirò con gli altri vagabondi / berrò la retsina e dolcemente canterò / non mi interessa il lusso e i manghes amerò.

Queste canzoni sono state scritte tutte da uomini ma venivano interpretate da cantanti donne. Molte rebètisses cantavano assieme ai rebetes durante le serate nelle taverne e nei locali. Le più famose sono Marika Ninou, Rita Abatzì, Roza Eskenazi, Sotiria Bellou. Roza Eskenazi nasce in un povero quartiere ebraico di Istanbul tra il 1895 e il 1897. All’inizio del XX secolo la famiglia si trasferisce a Salonicco, dove Roza impara a cantare e ballare. Si sposa contro la volontà dei genitori e, dopo la morte del marito nel ‘17, lascia il figlio in un orfanotrofio e si trasferisce ad Atene, dove inizia a lavorare come ballerina in un cabaret. Lì viene scoperta da Panaghiotis Toundas, che la sceglie come interprete per molte delle sue canzoni. Riesce a strappare alla Columbia Records un contratto che le permette di ottenere il 5% dei guadagni ricavati dalla vendita dei dischi da lei incisi. È la prima rebètissa a ottenere una percentuale sugli introiti dei dischi venduti. Durante l’occupazione ha una storia con un ufficiale tedesco, che utilizzerà come “copertura” per aiutare la Resistenza greca e nascondere in casa partigiani ed ebrei. Viene scoperta e passa tre mesi in carcere. Negli anni ’60 la popolarità del rebetiko non è più la stessa dei decenni precedenti e i grandi interpreti del passato vengono in parte dimenticati, Roza compresa. Negli anni ’70 la sua popolarità aumenta nuovamente. Compare in varie esibizioni alla televisione e collabora con cantanti moderni. Muore nel 1980. Una delle sue ultime dichiarazioni manderà su tutte le furie gli sciovinisti greci: “la mia patria è il Mediterraneo”.

Sotirìa Bellou nasce nel 1921. All’età di 14 anni costringe i genitori a comprarle una chitarra e a pagarle le lezioni di musica, che sarà per tutta la vita la sua più grande passione. Si sposa a 17 anni con un alcolista che la picchia e la maltratta. Durante una lite reagisce sfregiandogli il volto con il vetriolo e passa sei mesi in prigione. I genitori la rifiutano: ribellandosi al marito ha gettato disonore su tutta la famiglia. Sotirìa si trasferisce ad Atene nell’ottobre del 1940, proprio all’inizio della guerra. Durante l’occupazione collabora con i comunisti, diffondendo il giornale “Rizospastis”, e viene arrestata e torturata dai tedeschi nel 1943. Prende parte agli scontri dell’ottobre 1944 tra ELAS e inglesi, viene ferita a un braccio e arrestata nuovamente. La sua carriera inizia a metà degli anni ‘40. Un giorno del 1945 mentre passeggia per le strade di Atene Sotirìa decide di entrare in un locale da cui provengono il suono di una chitarra e la melodia di vecchie canzoni. Gli avventori iniziano a sussurrare tra loro increduli e divertiti: cosa sarà mai venuta a fare una ragazzina in questo posto di uomini? Sotiria chiede sfacciatamente al chitarrista se può suonare la sua chitarra. Il chitarrista perplesso le lascia lo strumento. Sotirìa inizia a cantare e suonare, lasciando tutti a bocca aperta. È un successo. Il musicista la bacia e la abbraccia commosso dall’esibizione e la invita a suonare nel locale il sabato sera. La prima paga che riceve ammonta a 800 dracme. Poco tempo dopo, durante una serata, Vassilis Tsitsanis nota il suo talento e le propone di collaborare con lui. Da quel momento inizia la strepitosa carriera musicale di Sotirìa Bellou. Nel 1948 viene pestata da un gruppo di uomini per essersi rifiutata di cantare la canzone che le era stata richiesta, senza che nessuno alzi un dito per difenderla (la famosa παραγγελιά – paranghelià, ordinazione: i manghes che assistevano ai concerti usavano chiedere ai musicisti di suonare una canzone specifica per ballarla da soli; il rifiuto del musicista o l’arrivo di un altro mangas che si metteva a ballare sul ritmo della canzone richiesta erano considerati vere e proprie sfide al prestigio e all’onore di chi faceva l’ordinazione. Spesso le questioni nate da un’ordinazione venivano risolte con il coltello). Sotirìa continua a calcare le scene fino agli anni ‘60, quando la sua carriera si arresta per un breve periodo. Nonostante il successo la sua è una vita tormentata. Diventa dipendente dall’alcol e sperpera il denaro al gioco.  Negli anni ‘70 e ‘80 collabora con molti musicisti e cantautori, diventando una vera e propria icona del panorama musicale greco. Nel 1994 perde la voce per un cancro alla faringe. Muore nel 1997 ad Atene. Sotirìa Bellou non ha mai nascosto la sua omosessualità. È una delle più grandi interpreti di musica rebetica e una delle più famose cantanti greche.

La figura della rebètissa è ritratta anche nel film “Rebetiko” di Kostas Ferris nei personaggi della protagonista Marika (ispirato alla figura di Marika Ninou) e della sua rivale Rosa (probabilmente ispirato alla figura di Roza Eskenazi).

*in una canzone tradizionale di Cipro una ragazza, Androniki, che indossa i pantaloni e si veste “all’occidentale”, va in un kafenìo a fumare il narghilè e a bere caffè. Inizia a giocare a carte con un uomo, ma viene riconosciuta da due amici del fratello della ragazza, Vanghelis. Avvertito dai due amici, Vanghelis si reca armato al kafenìo e uccide Androniki. Nel breve dialogo che fa da preludio all’assassinio, Vanghelis rimprovera Androniki per aver gettato disonore su tutta la famiglia, ma Androniki risponde di voler continuare a giocare a carte con il giovane, “che mi ama” (Κρίμαν σε Αντρονίκη την τέγνην πόπιασες / ούλλην την γενεάν μας εσού αντρόπιασες / Άφησ’ με ρε Βαγγέλη να παίξω τα χαρκιά / με τούντο παλληκάριν αφούς με αγαπά). Anche di questa canzone esistono altre versioni: la vicenda, molto simile, è però ambientata ad Ai Ianni, nei pressi di Sparta e la ragazza si chiama Pefronìa. Il nome del fratello è sempre Vanghelis. Anche nella versione di Cipro la vicenda è ambientata in Grecia. Riporto inoltre la traduzione di una canzone demotica contenuta nel volume “Canti del popolo greco” di Niccolò Tommaseo, assieme al breve commento dell’autore:

Pochi versi aprono all’immaginazione la via; non la straccano con lungo cammino. La poesia greca accenna al bello e trasvola; e laddove gli altri cominciano, ella finisce.

Chi vide di notte sole, stelle di mezzodì?

Chi vide giovane bella insieme  co’ clefti?

Tre giorni porta le armi, come gli altri prodi;

Nessun la conosceva, nessun la conosce.

E un dì di domenica, un solenne dì

Uscirono a giocar di spada, a gittare la pietra.

E la donzella dal troppo stringersi e dal molto sforzo

Ruppesi il suo cordone, e parve la sua mammella.

Altri lo dicon oro, altri una piastra d’argento.

di

Michele Cortese

Fonti

Petròpulos Ilias, Ρεμπέτικα Τραγούδια, Kedros, Atene, 1979

Petròpulos Ilias, Ρεμπετολογία, Kedros, Atene, 1990

Savvòpulos Panos, Περί της λέξης ρεμπέτικο το ανάγνωσμα…και άλλα, Odòs Panòs Ekdosis, Atene, 2010

Tommaseo Niccolò, Canti del popolo greco, Giulio Einaudi editore, Torino, 1943

https://insidestory.gr/article/gynaikes-rempetiko?token=B9H8PT3823 (url consultato l’8/1/2018)

www.anistor.gr/greek/grback/ist2013_38_Anistoriton.pdf (url consultato l’ 8/1/2018)

Aggiornato il 24/04/2018

1 comment for “Le rebètisses

  1. Lucia
    aprile 23, 2018 at 7:43 pm

    Molto interessante questo articolo. Complimenti

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