Le strane indagini sull’incendio della Marfin Bank

Tra qualche giorno al tribunale arriverà il caso dell’incendio della banca Marfin, andata a fuoco nel 2010 causando la morte  di tre impiegati. “ThePressProject” pubblica oggi 27 novembre alcuni elementi delle indagini che suscitano numerosi interrogativi. Che le famiglie delle vittime siano destinate a diventare anch’esse vittime, questa volta per colpa delle approssimazioni della polizia?

Di Kostas Efimeros

Il 9 dicembre [è iniziato] il processo a Theodoros Sipsas, imputato per l’incendio della Marfin Bank del 5 maggio 2010. Tre persone (tra cui una donna incinta) vi persero la vita, in seguito a un attacco – rivelatosi omicida – a base di bombe molotov contro la filiale della banca in via Stadiou [centro di Atene, n.d.r.]. La tragedia ha lasciato dei segni indelebili ed è stata una leva di polarizzazione nella società greca, offrendo, dopo tanti anni, le prime vittime della violenza della “sinistra”. Tuttavia, coloro i quali hanno vissuto più intensamente le conseguenze sono ovviamente le famiglie delle vittime.

Il filoso francese Roland Barthes diceva che “ognuno di noi ha il proprio ritmo nel lutto”. Le famiglie delle vittime hanno sicuramente bisogno della condanna dei colpevoli, affinché possano – sempre che sia possibile per davvero – andare avanti. E non della condanna di un “colpevole” qualunque, ma di quello vero. Ora, gli elementi che abbiamo a nostra disposizione rendono la situazione molto più complicata.

La cronaca dell’arresto

Pochi giorni prima dell’anniversario dell’incendio, giunge alla polizia una lettera anonima che indica tre persone come istigatori di quanto stava accadendo a Keratatea (sic!) [il nome corretto è “Keratea”, n.d-r.] e che, sempre secondo la lettera, sarebbero coinvolte nel caso della Marfin. La missiva, stampata, include informazioni sui sospetti, come i numeri dei telefoni cellulari, i loro indirizzi e le targhe dei loro veicoli. La polizia non sembra fare alcuno sforzo per cercare di scoprire l’identità dell’autore della soffiata, ad esempio tramite l’analisi delle impronte digitali. Come è naturale che sia, l’indagine si concentra sui tre sospettati. L’indagine durerà pochi giorni e giusto prima dell’anniversario verranno effettuati gli arresti. Lo Stato festeggia l’anniversario mostrando il successo e i canali televisivi privati cominciano il ballo.

Passa il tempo e compaiono i primi segni della frettolosità con cui sono state condotte le indagini. Uno dei tre sospettati viene immediatamente prosciolto dalle accuse, in quanto numerosi testimoni oculari lo riconoscono con sicurezza: era uno di quelli che avevano cercato di impedire che venissero rotte le vetrine e lanciate molotov. Ma su Theodoros Sipsas c’è un disaccordo tra il GIP e il PM e la decisione sulla sua scarcerazione viene riferita al consiglio, il quale, dopo aver esaminato il caso, lo libera con termini restrittivi il giorno prima dell’anniversario della strage.

C’è qualcosa che non va col fascicolo della polizia

Non sappiamo su cosa non fossero d’accordo GIP e PM, ma dagli elementi a nostra disposizione segnaliamo alcuni punti interessanti che emergono dalle foto della polizia stessa. Quello che è stato identificato come autore del fatto non solo porta delle scarpe diverse (da ginnastica, ma Adidas invece che Puma), come era successo anche in un altro caso di arbitrarietà da parte della polizia [il famoso caso delle “All Stars” verdi, quando nel 2007 uno studente universitario di 19 anni finì nel carcere minorile di Avlonas con l’accusa di aver partecipato a degli scontri; alla fine risultò tutto falso, n.d.t.], ma, oltre alle scarpe, indossa un vestito del tutto differente. Ha dei jeans diversi, porta lo zaino sulle spalle (Sipsas non aveva uno zaino, portava il casco in mano), dei guanti, un cappello di altro tipo e una maglietta a maniche corte invece di una camicia come quella indossata dall’imputato. Inoltre, in nessuna foto Sipsas portava degli occhiali (mette le lenti a contatto) mentre il colpevole delle foto della polizia sfoggia occhiali da vista e una bandana sulla testa, che rende ancora più difficile la sua identificazione.

La polizia non sembra avere alcun problema con questi elementi contraddittori, visto che, come si legge in una testimonianza giurata di un poliziotto, “gli anarchici usano cambiare vestiti per non essere identificati”. Se supponiamo che questa sia la prassi consolidata degli anarchici, il colpevole avrebbe dovuto portare con sé un intero guardaroba, oltre ad aver gettato via gli occhiali da vista che aveva. Ciò che la testimonianza del poliziotto non spiega, sono le date sulle foto della polizia. Osservando e confrontando il materiale e le ore scritte sulle foto in base alle quali viene identificato Sipsas, si scopre, accettando l’ipotesi della polizia, che l’imputato avrebbe portato dei vestiti “diversi” prima dell’attacco. Cioè, secondo il poliziotto, Sipsas andò al corteo con degli altri vestiti poi, prima di arrivare davanti alla banca si fermò, si cambiò, si tolse il casco, attaccò la banca e poi se ne andò indossando gli stessi vestiti con i quali aveva lanciato bombe molotov contro la Marfin. Qualcosa vi sembra irrazionale? Aspettate un attimo, le testimonianze dei poliziotti diventano ancora più interessanti.

In un altro punto, quando il poliziotto viene chiamato a spiegare la differenza tra le scarpe, scopriamo che “l’imputato non può negare la sua preferenza per le scarpe costose”; mentre ancora più sotto, quando arriviamo alla questione degli occhiali da vista, sfioriamo il surreale: “l’imputato non può negare che soffriva di miopia”. L’imputato non può neanche negare di avere due gambe, ma raramente questo è un elemento di prova per un’accusa di omicidio.

Ancora più bizzarra è la posizione dell’unità speciale di foto segnaletica della Direzione Centrale della Polizia di Attica. A un certo momento, il giudice istruttore invia di nuovo le foto dell’imputato perché siano confrontate con quelle del colpevole. Nel giro di poche ore, il fascicolo torna indietro, con una nota secondo cui la cattiva qualità delle foto non permette un’analisi identificativa. Eppure, le foto che abbiamo a nostra disposizione dall’archivio della polizia non sembrano di così pessima qualità. Visto che il caso non è ancora arrivato in aula abbiamo deciso di non pubblicarle. Ci siamo però rivolti ad un medico legale, il quale ci ha detto che particolari caratteristiche tra i due corpi “in termini biometrici mostrano una variazione tra i due uomini”. Per il motivo qui sopra menzionato non entreremo in questo momento nei dettagli.

Un altro elemento strano

La polizia documenta che il giorno in cui Sipsas venne arrestato per l’omicidio degli impiegati, egli aveva con sé il suo cellulare di tal compagnia telefonica, con un certo codice di sei numeri sulla carta SIM, che identifica il suo numero di telefono. In base a questa traccia, viene richiesta all’operatore telefonico la revoca del segreto sul suo numero, ma la risposta lascia molti interrogativi. Secondo il gestore, il numero di telefono (una SIM ricaricabile) apparteneva all’imputato ma era inutilizzato da oltre un anno, prima che la Marfin bruciasse. Perché Sipsas portava con sé un cellulare disattivato? Non c’è una risposta ovvia.

Come arriviamo al processo

Mentre la procedura segue il suo corso avviene l’omicidio di Pavlos Fyssas, che scatenerà una nuova polarizzazione della società greca. Simos Kedikoglou [portavoce del gabinetto, n.d.t.] si trova in una posizione difficile, quando la polizia dà addosso ad Alba Dorata serve urgentemente qualcosa che bilanci l’altro estremo. Nel corso di un’apparizione televisiva, dichiara che la polizia greca si muove in tutte le direzioni e che così come per la Marfin sono stati arrestati i tre colpevoli, anche nel caso di Alba Dorata la polizia farà il proprio dovere. Quando la giornalista ribatte sottolineando che i colpevoli della Marfin non sono stati arrestati, il signor Kedikoglou insiste sulla sua affermazione. La cosa strana non è che il ministro non sappia che uno dei tre imputati è stato assolto in modo definitivo, né che il giorno successivo Antonis Samaràs [primo ministro, n.d.r.], parlando al Gruppo Parlamentare di Nea Dimokratia, dica che i colpevoli della Marfin saranno condannati in modo severo. La cosa strana è che qualche giorno dopo, il giornale “Real News” pubblica grazie a una fuga di notizie l’istanza di accusa con la quale vengono portati in giudizio Theodoros Sipsas e Pavlos Antreev per il caso della Marfin e della Ianos [libreria incendiata lo stesso giorno, n.d.t.].

L’istanza è piena di imprecisioni. Afferma che gli imputati sono stati identificati al 100% da testimoni oculari che si trovavano all’interno della libreria “Ianos”. L’unico riferimento al “100%” che può venire dalle testimonianze, però, sembra individuare il terzo degli imputati, che è stato assolto in modo definitivo. La giornalista che copre il servizio della polizia, Ioanna Mandrou, esce sul TG di “SKAI Tv” dicendo: “adesso, mancano solo le pene”. Si vede che ha molta fiducia nelle procedure della polizia e nel metodo giornalistico. Sarebbe più saggio aspettare un po’. Nel frattempo su “Real News” leggiamo che gli imputati sono degli anarchici noti e hanno già interessato la polizia molte volte in passato, mentre il difensore di Sipsas assicura che il suo cliente non era stato mai fermato.

Dimitris Katsarìs, che rappresenta Theodoros Sipsas, non vuole dirci dei dettagli e rifiuta di commentare gli elementi del reportage fin quando il caso non sarà in aula, ma denuncia che ci sono state delle illegalità e sottrazioni in tutta la procedura e si riferisce ad un “gioco politico misero che si svolge sopra le tombe di tre persone”.

Con quale ritmo saranno in lutto le famiglie?

La polizia aveva fermato le indagini, avendo individuato in Sipsas il colpevole. Per motivi non del tutto comprensibili, la giustizia ha confuso i due casi (quello della Marfin e l’attacco alla  Ianos) nonostante si tratti di due incidenti diversi, come risulta anche dal comportamento della polizia stessa.

In ogni caso, gli elementi a nostra disposizione sono solo un pezzo del puzzle. Non possiamo nemmeno sapere quanto grande sia questo pezzo, non avendo di fronte l’immagine complessiva. Il caso sarà presto in aula e là saranno presentati tutti gli elementi, di fronte alla giuria, affinché venga fatta luce sull’omicidio atroce che è stato commesso il pomeriggio del 5 maggio 2010.

D’altra parte, però, quello che abbiamo visto ci ha creato dei forti dubbi sul comportamento della polizia. Tenendo a mente altri casi, tra cui quello delle “scarpe verdi”, abbiamo considerato che fosse giusto pubblicare le nostre osservazioni, visto che da un mese ormai vengono riprodotti articoli che confermano la colpevolezza di Theodoros Sipsas, una persona che se è innocente (e come tale dovrà essere considerata fino alla conclusione del processo) è stata già punita per un reato non commesso (secondo il suo avvocato ha già perso il lavoro).

Il motivo più importante per il quale abbiamo deciso di pubblicare il servizio non è il futuro di Sipsas, ma delle famiglie delle vittime. Queste hanno ogni diritto di chiedere alla polizia di mettere a disposizione il più grande numero di forze affinché venga individuata la persona che ha messo così bruscamente fine alle vite dei loro cari. Dovrà essere punito il vero colpevole, e non qualche capro espiatorio buono per fini politici.

Fonte: The Press Project

Traduzione di AteneCalling.org

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