L’euro e noi dopo Cipro


 

Credo che quello che sta tragicamente accadendo in questi ultimi giorni a Cipro, segni un punto di svolta nel corso della crisi europea. Per la prima volta i correntisti sono chiamati a pagare il costo del “salvataggio” delle banche, per la prima volta i creditori “aboliscono” in una notte la principale attività economica di una società e, per la prima volta dall’inizio dei programmi di “salvataggio”, il sistema politico di un paese dell’UE esprime il primo “no” alle proposte-ordini della Troika e tenta, fino ad un certo punto, di entrare in trattative sul Memorandum, avendo anche il sostegno della gran parte della società. Nonostante le piccole dimensioni e le tante particolarità di Cipro, quello che sta succedendo in quell’isola è causa di una forte preoccupazione politica, non solo in Grecia, ma in generale nell’Eurozona.
Sono tra quelli che, sin dal primo momento della crisi, avevano sostenuto che la politica monetaria deve costituire un problema esistente, ma di secondaria importanza per la sinistra. La questione fondamentale per una risposta radicale della sinistra alla crisi è la capacità regolativa  della politica, cioè se pagheranno il conto della crisi i ricchi o i poveri. Inoltre, sono d’accordo con quelli che considerano che tanto la globalizzazione neoliberalista, quanto l’Unione Economica e Monetaria dell’Europa non siano solo un dettaglio del paesaggio, ma costituisaono un dato di fatto che non può essere ignorato da un possibile governo di sinistra. Infine, riconosco ideologicamente me stesso in una corrente politica che rigetta l’isolazione nazionale, anche nella sua versione di “sinistra”.
Ho la sensazione, però, che l’andamento della crisi, o meglio l’andamento della gestione della crisi dell’Eurozona, specie con riguardo all’avventura di Cipro, crei dei dati che non possono essere ignorati. Prima di tutto, è ormai ovvio che il blocco dominante dell’UE sotto la Germania non si ferma di fronte a niente. La politica che viene seguita non cerca il consenso elementare delle altre parti, ma si basa esclusivametne sull’imposizione brutale della ritorsione economica. Secondo, se escludiamo lo scenario della stupidità ossessiva o della follia, l’unica spiegazione razionale che uno può dare sulla politica seguita è che la Germania ha deciso di farla finire con la zona dell’euro, così come la conosciamo. Non so se sia vera la valutazione secondo cui stiamo andando verso un’unione monetaria dalla quale saranno esclusi non solo i paesi del Sud, ma anche la Francia.
Quel che è certo, però, è che la gestione della crisi porta alla corrosione complessiva dell’Eurozona e anche a lenti corsi devianti degli altri stati. Forse la domanda ormai non è quanto l’Eurozona così come la conosciamo possa reggere la crisi, ma quanto durerà questo percorso lento verso la sua fine. Terzo, il fondamentalismo capitalista del blocco dominante dell’UE, sotto il dominio della Germania, rafforza la paura che la minaccia immediata della liquidità in un paese (che porta alla bancarotta) non è solo un bluff, ma possa costituire una scelta politica reale. I Talebani di Berlino e di Bruxelles, danno la sensazione che possono assumersi il rischio del caos, affinché venga strangolato alla nascita un esempio europeo alternativo. Quarto, siamo tanto lontani non solo dal fronte necessario dei paesi del Sud europeo, ma anche da un elementare accordo dei paesi che sono vittime dei programmi di austerità. Cipro è stato lasciato tragicamente da solo, come da solo ha affrontato la Troika ogni altro paese, almeno fino ad ora. Quinto, credo che dalle trattative di Cipro con la Troika possiamo concludere che, se l’arma di una parte è la cessione del finanziamento che può provocare la bancarotta, l’arma dell’altra parte è l’uscita dall’euro con i pericoli sistemici che essa comporta.
In ogni caso, non credo che la via regale per far fronte alla crisi sia una possibile uscita dall’euro. La violenta svalutazione della moneta che essa comporterebbe, danneggerebbe soprattutto gli strati più deboli. In più, le turbolenze che si creerebbero, porterebbero inevitabilmente a una contrazione economica di lungo periodo. Per questo credo che SYRIZA proponga in maniera giusta, come prima scelta, la soluzione dentro l’Eurozona. Però, se finiamo con l’identificare la permanenza in (ogni) euro con l’applicazione di (ogni) Memorandum, questa non può essere la scelta della sinistra. Tra le due pessime (se ovviamente si pongono come tali) scelte, la peggiore è quella dell’euro del Memorandum, che garantisce con la più assoluta certezza la devastazione sociale di lunga durata, senza lasciare una spaccatura di speranza. Ed è proprio questo approccio che può rafforzare molto la posizione propensa alla trattativa di un governo di sinistra, che si troverà senza alleanze di fronte ai gangster spietati della Troika. 
Temo però, che le cose siano già state avviate e la domanda che sarà posta dalla realtà stessa non è se, ma con quali termini andremo verso una nuova architettura monetaria d’Europa.
Yannis Almpanis 
Tratto dal giornale “Epochi” (31.3.2013)
Pubblicato su: yalmpanis
Traduzione di Atene Calling
 

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