Nikos Romanòs e la memoria radicale della democrazia

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10/12/2014

Dopo la seduta dell’altro ieri in Parlamento durante la quale il governo, attraverso il ministro della Giustizia Charàlambos Athanassiou, aveva insistito fino all’ultimo momento a rigettare con incredibile indifferenza la richiesta – quasi un’implorazione – di Syriza, KKE, DIMAR e PASOK per non lasciare morire Nikos Romanos, oggi la giornata era iniziata sotto i peggiori auspici. Alla fine, poco prima dello svolgimento della votazione nominale chiesta da Syriza, il governo ha fatto un passo indietro. Timidamente, ma si è ritirato. Charàlambos Athanassiou ha aggiunto all’emendamento in questione la possibilità di concedere il permesso educativo con il “braccialetto”senza restrizioni, purché venga frequentato 1/3 dei corsi del semestre e vengano superati gli esami. Zoì Konstantopoulou, di Syriza, ha ritirato la richiesta di una votazione nominale, dichiarando che gli ultimi sviluppi segnavano la vittoria di Nikos Romanos e invitandolo a “non regalare la sua vita”. L’emendamento è stato accolto all’unanimità. Nikos Romanòs ha interrotto lo sciopero della fame e, secondo le notizie giunte dall’ospedale, ha già ripreso ad alimentarsi.

Ovviamente il primo sentimento è un enorme sollievo, una felicità indicibile, perché si è evitata la morte di un giovane uomo. Alcuni ritengono che dobbiamo fermarci a questo. Non sono d’accordo. Coloro che continuano a sostenere che sia in qualche modo “giusto” o “morale” separare il caso di Nikos Romanòs dalle sue oggettive conseguenze politiche, non sono così “innocenti”: intendono svilire quanto accaduto interpretandolo come una vittoria del sentimentalismo o delle soluzioni tecniche. Questa distinzione però è artificiosa e arbitraria. I sentimenti sono forti e le soluzioni tecniche necessarie, ma queste due cose non sono contrarie alla politica. Questo caso presenta vari aspetti e offre spunti per riflettere sui principi fondamentali della democrazia e sulla maniera per rivendicarli, sulla vita politica nella Grecia della crisi, sul dibattito pubblico e sull’atteggiamento che dovranno mantenere d’ora in poi coloro che difendono la democrazia anche in vista delle imminenti turbolenze politiche.

Dunque, prima cosa: è una vittoria di Nikos Romanòs. Indubbiamente. Ha iniziato da solo questa battaglia con il “marchio” del detenuto colpevole, opponendosi con il corpo e con la volontà ai meccanismi dello stato più spietato, autoritario, illiberale, oscurantista degli ultimi decenni. Ha avuto solidarietà da forze politiche e persone non allineate che non condividono affatto le sue idee politiche, ma che hanno considerato un dovere personale opporsi all’intenzione di questo stato di logorarlo. E ha costretto lo stato a una piccola ritirata.

Secondo, la ritirata dello stato, in fondo, non è poi così piccola. È stato costretto a rimangiarsi la sua posizione, espressa dalla frase “non cederemo ai ricatti”. Ha ceduto. E questo è importante. Perché forse in un contesto post-democratico la più cruciale rivendicazione politica è questa idea “che la democrazia non batte in ritirata”, che “lo stato non concede negoziati”, che “la legalità non è “à la carte” e via dicendo. Al contrario, la democrazia deve ritirarsi, lo stato deve negoziare, la legalità è proprio à la carte, cioè individuale e interpretata liberamente in base alla valutazione dei valori ogniqualvolta in questione. 

Terzo, la vittoria di Nikos Romanòs non riguarda solo lui. E’ riuscito a eliminare le limitazioni dei permessi educativi e questo è un successo che riguarda tutti i detenuti. E anche se l’approvazione di un emendamento non significa che questo verrà immediatamente applicato e che non serviranno ancora ulteriori rivendicazioni, comunque è un inizio, è l’apertura di uno spiraglio.

Quarto, in una democrazia viva non ci sono delle soluzioni “passepartout”, niente viene “risolto” per sempre, alla faccia di coloro che credono che ciò che viene rivendicato sia la soluzione per tutto. Il “braccialetto” in questo caso è una soluzione perché ha tolto appigli al governo, che aveva un’altra agenda. Non è la soluzione magica per tutto. Se in questo caso può aiutare, in un altro può non esser affatto di aiuto. Le leggi, sempre alla faccia di tutti coloro che le vogliono immutabili, esistono per essere cambiate. E per essere cambiate ancora. L’unica cosa che deve rimanere immutabile è domandarsi se cambiano per creare emancipazione o repressione.

Quinto, bisogna fare i complimenti a SYRIZA per la sua presenza parlamentare nel caso di Nikos Romanos, ma anche per il successi delle trattative diplomatiche dietro le quinte. E’ riuscito a muoversi in condizioni in cui di solito l’agenda è imposta dai sostenitori della repressione e il risultato è stato raggiunto non grazie a uno stratagemma ma grazie a un dominio a livello simbolico.

Sesto, il fatto che al fianco di Syriza si sono schierati KKE (partito comunista), DIMAR (Democrazia di Sinistra) e PASOK è stato un piccolo soffio di umanità. Ho letto da qualche parte – purtroppo non ricordo dove – che tutte le forze politiche che mantengono un legame con l’Illuminismo, in questo caso specifico sono andate d’accordo. Non so se spingere il discorso fino a quel punto, ma era un pensiero bello. Ma lasciamo stare i discorsi sulla “vittoria del parlamentarismo”. Perché la frase di Apostolos Kaklamànis (deputato del Pasok, n.d.t) “avete approvato così tanti decreti legislativi, potete lasciar passare anche questo”, poteva anche essere incidentalmente conveniente, ma è intrisa d’ipocrisia: il PASOK – e a lungo la DIMAR – sostiene l’inversione della democrazia costituita dai numerosi atti legislativi. Per quanto riguarda poi l’unica forza politica oltre ad Alba Dorata che si è schierata con la crudeltà del governo, cioè “Potami”, per ora diciamo solo che la sua tendenza verso l’autoritarismo è strutturale e, visto che è una creatura della post democrazia, andrà sempre peggiorando.

Settimo, chi critica con ingenuità o rancore quello che chiamano “fare di N.Romanòs un eroe”, dimenticano che l’ammirazione della comunità per l'”illegalità” ha motivo di esistere, non si tratta semplicemente di una “distorsione” né ovviamente di un indefinito amore per la “delinquenza”. La comunità conosce la forza annientatrice dello stato e della legge, nonché la sua faziosità intrinseca. La figura di colui che resiste è spesso ammirata, anche se a determinate condizioni, e assume delle caratteristiche politiche oggettive di emancipazione e di rivendicazione, anche se questa persona sostiene una cosa diversa o addirittura non sostiene nulla di simile. E sappiamo che una delle principali attività dell’ infernale potere moderno è affrontare questo sentimento popolare, che ostacola la completa de-politicizzazione dell’ “illegale”.

Ottavo, la ritirata significa che la pressione subita è stata così alta da far svanire la convinzione del governo di poter gestire a suo favore la morte di Nikos Romanòs e la possibile esplosione da questa provocata. E’ difficile sapere quali tra tutte le pressioni sia stata quella cruciale, ma indubbiamente hanno agito in sinergia. E’ molto interessante notare che il ministro della Giustizia ha dichiarato il suo ritiro sostanziale dalla posizione secondo cui “non poteva intervenire sulla giustizia” pochi minuti dopo che era stato reso pubblico l’audio con il primo ministro che diceva ad un PM chi andava “fottuto”. (Resta da verificare se l’audio è originale. Visto però che c’è già l’esperienza del video Kassidiaris-Baltàkos, diciamo l’ovvio: anche se il lavoro del potere legislativo è quello di legiferare – e in questo modo “interviene nella giustizia” – non è lavoro del potere esecutivo quello di determinare le decisioni dei P.M. Il fatto che Alba Dorata è un’organizzazione criminale, una cosa che tutti tranne la destra dicono da anni, non significa che Nea Dimokratia non indirizza la giustizia per motivi politici. Evitare di dirlo perché altrimenti qualcuno ci identificherà con Alba Dorata è codardia di prima classe). In ogni caso, il governo non si è ritirato perché ha trovato la soluzione umanitaria che stava cercando ma che fino a oggi rifuggiva. Semplicemente, per oggi, per questo caso e in questa specifica battaglia, è stato sconfitto.

Infine, insisto: è lo stato che deve a Romanòs e non Romanòs allo stato Quando lo stato è responsabile di aver violato l’accordo fondamentale con cui il cittadino gli dà il potere, e cioè che lo stato si impegna a rispettare le sue stesse leggi, quando la polizia uccide ragazzi e tortura detenuti, allora è esposto. Che lo stato rifletta su questo deficit, su questo insuccesso che colpisce le sue fondamenta democratiche, è il minimo. Anche se non era nelle intenzioni di Nikos Romanòs, la sua battaglia è stata anche in difesa della memoria radicale della democrazia.

Ed è per questo che qualsiasi cosa sia successa e qualsiasi cosa succederà, qualsiasi cosa abbia detto o fatto, qualsiasi cosa dirà o farà d’ora in poi, oggi, in questa bellissima giornata, noi gli siamo grati.

di Avgoustinos Zenakos

Fonte: unfollow.com.gr

Traduzione di AteneCalling.org

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