OXI: un anno dopo

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Il 5 luglio 2015 il popolo greco votava il grande NO alle politiche di austerity. Una storica prova di coraggio e determinazione, vanificata poche ore dopo dalla decisione di Tsipras di approvare il terzo memorandum. Il memorandum della rassegnazione.

Ripensare al giorno del referendum dalla Grecia di oggi fa girare la testa. È passato solo un anno, ma i ricordi sembrano venire da un altro mondo, lontano nel tempo e nello spazio. Arrivando ad Atene si aveva la percezione immediata di trovarsi in uno di quei posti in cui sta per fare capolino la Storia. Già in aeroporto c’erano i primi segnali. Il biglietto di 6 euro per andare in centro era stato abolito: i trasporti pubblici erano dichiarati gratuiti “fino a nuova comunicazione”. In città si respirava attesa e adrenalina. Bar, edicole, strade erano diventate delle agorà, discussioni e confronti correvano ovunque. «Non avevo fiducia in Tsipras, come voi all’estero, e non ero mai andato a votare – racconta Thasos, attivista di un collettivo di area libertaria – ma quel giorno l’ho fatto. Nonostante la guerra psicologica degli ultimi giorni, uscendo in strada capivi che era successo qualcosa. Ci scambiavamo sguardi di intesa, tra estranei, per dirci senza bisogno di parole che non avevamo più paura».

I risultati arrivarono abbastanza rapidamente. Era da poco tramontato il sole quando fu chiaro che il blocco dei capitali, la minaccia del fallimento dello Stato, i fiumi di parole di giornali e tv non erano riusciti a far vincere il SÌ. Si trattava comunque di un voto, di un referendum, ma nelle strade di Atene c’era profumo di liberazione. La gente scendeva dai palazzi cantando, abbracciandosi, piangendo. Cortei spontanei convergevano verso Syntagma da tutta la città. Le macchine si fermavano e i conducenti suonavano il clacson e alzavano il pugno chiuso. La piazza centrale della capitale greca, che tante volte avevamo visto in fiamme, bruciava di festa. Sembrava che nessuno volesse tornare a casa.

A me capitò di tornare a Exarchia e trovarmi di fronte a un segno di quello che sarebbe successo di lì a poco. Mentre alcuni ragazzi si godevano la serata lanciando sassi e molotov contro la polizia, alcuni metri più in là una donna urlava, lanciava le sedie di un bar contro il muro, sbatteva i pugni sui tavoli. Nessuno riusciva a tranquillizzarla. Noi italiani non capivamo cosa stesse dicendo, cosa fosse accaduto. «Ha ascoltato il discorso di Tsipras in televisione», ci spiegò un amico. Ma ancora non riuscivamo a capire. Ci volle qualche giorno.

Tradimento, resa, errori strategici, scelta obbligata, certezza di un prossimo collasso economico. Tanto è stato detto e tanto ancora c’è da dire sulla decisione di ribaltare l’esito del voto in poche ore e poi su quella di implementare le nuove politiche di austerity imposte dal terzo memorandum. Il tema è molto più complesso di quanto ci piace vedere da fuori e credo sia meglio lasciarlo ad altri.

Un anno dopo, però, è evidente a tutti che la sconfitta ha trasformato ogni cosa. Dimosthenis, ex-membro del Comitato Centrale di Syriza dimessosi insieme al “gruppo dei 53”, racconta: «Abbiamo curato un libro collettivo che si chiama Il NO che è diventato SÌ. C’è interesse intorno a questo volume, ma ancora in pochi hanno davvero voglia di analizzare in profondità quello che è successo. Lo shock è stato troppo grande, la ferita continua a sanguinare». Nikos fa parte del movimento da molto tempo: «tutti i festival politici che, come ogni anno, i diversi gruppi hanno organizzato tra giugno e luglio sono stati poco partecipati. C’è una contrazione generale della voglia di politica». «Anche gli anarchici, anche quelli che non si sono mai schierati con Syriza sono sotto botta», aggiunge un altro ragazzo. «Le vendite di libri che trattano temi politici sono crollate. Adesso le persone preferiscono testi di psicologia», racconta Aliki, che ha una piccola libreria in centro ad Atene.

Nell’ultimo anno, gli attivisti del movimento greco sono stati impegnati soprattutto nella solidarietà ai rifugiati. Qualche mese fa, Yorgos raccontava come subito dopo il referendum la frustrazione prodotta dalla «fine delle speranze per un’altra politica» si fosse riversata nella solidarietà concreta e diretta alle persone in transito. Dal basso, per molti mesi, è stato mantenuto aperto un corridoio umanitario dalle isole al confine con la Macedonia. Lungo tutta la rotta, iniziative solidali hanno sostenuto il viaggio dei profughi. Poi c’è stata la chiusura della frontiera, a marzo, e la necessità di cambiare strategia. Con il passare dei giorni, i rifugiati hanno perso la speranza di superare la penisola ellenica. Oggi si affidano alle quote di ricollocazione, che per ora hanno coinvolto pochissime persone. Nel frattempo, le condizioni di vita nei campi del governo sono pessime, le procedure per l’asilo procedono a rilento, i bambini dovrebbero presto iniziare la scuola. Le nuove sfide riguardano condizioni di accoglienza degne, accesso ai diritti sociali, blocco delle deportazione verso la Turchia, possibilità di libero ingresso e uscita da campi e hotspot. Atene vive un’ondata di occupazioni abitative con centinaia di rifugiati che hanno preso casa. «Ma anche su questo fronte le prospettive sono pochissime. In un paese ridotto come la Grecia non ci sono possibilità di un inserimento sociale e lavorativo dignitoso per le decine di migliaia di profughi intrappolati qui», dice un attivista.

Un anno dopo quel 5 luglio, un ciclo di lotte sembra essersi chiuso. Proprio dopo aver toccato il suo apice. E questa chiusura riguarda tutto il movimento europeo e le prospettive che dalla Grecia si erano aperte sullo spazio transnazionale. Evitare la bancarotta è costato tantissimo. Il memorandum della rassegnazione ha presentato il conto più caro da pagare.

ps: oggi il biglietto della metro dall’aeroporto al centro di Atene costa 10 euro.

di Giansandro Merli

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