Perché a Exarchia ha prevalso il Sì. Una riflessione oltre i miti urbani

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Qualcuno di molto più saggio di me diceva che “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. Questa frase, così sibillina eppure così concretamente illuminante, è quanto di più puntuale esista per parlare di come, oggi, i giornali internazionali e in particolar modo italiani parlano della capitale greca alla vigilia e dopo il referendum.

Sarebbe estremamente interessante analizzare come la narrazione dell’opposizione SÍ/NO, nei giorni che si avvicinavano al giorno della votazione, abbia nei fatti costruito i presupposti perché i greci si riconoscessero davanti ad una scelta di classe: con lo status quo che dall’avvento dell’era democratica governa il Paese, fatto di armatori, aristocratici, rampolli di riccastri di varia natura e nuovi ricchi dello showbiz; oppure contro. Mi riservo di analizzare questa controversia altrove, lasciando qui, solo a guisa di commento, la mappa della zona urbana di Atene che evidenzia le municipalità dove ha vinto il NO e dove ha vinto il SÍ.

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Non ci interessa, tanto, l’estensione geografica della vittoria del NO, quanto più la collocazione dei fortini del SÍ: i voria proastia, sobborghi settentrionali, e i quartieri ricchi del lungo mare. Queste zone rispondono a due criteri di popolamento: alcune di queste aree erano un tempo piccoli villaggi a sé stanti, dove molte ricche famiglie ateniesi avevano la “seconda casa” fuori città (parliamo all’incirca del periodo che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino agli anni ’50 quando, con la definitiva cacciata dei greci da Istanbul e con il grande numero di profughi che si andavano a sommare a quelli dello scambio di popolazioni del 1923, la geografia umana della città comincerà a cambiare in modo significativo); altre, diversamente, sono zone di recentissimo sviluppo demografico, risalente alla seconda metà degli anni ’90. Attraversare queste aree, per chi conosce anche solo di sfuggita la dimensione urbana di Atene, è spaesante. Tutti gli edifici sono nuovi, i molti parchetti e piazzette sono ingegneristicamente studiati per fornire un verde pubblico accortamente geometrico per i blocchi residenziali disposti ordinatamente attorno ad essi: tutti dotati di un giardino, di ampie terrazze e di rifiniture di materiali moderni. Gli spazi commerciali di queste aree, sebbene disposti intorno a piazze o punti di ritrovo sono strutturati per lo più in centri commerciali e mall, e sono collegati gli uni agli altri da grosse arterie stradali o da piccole strade pedonali lastricate.

L’impressione generale è sempre di entrare nel mondo di Barbie. Sono queste, le une e le altre, le zone nelle quali si sono trasferite le vecchie famiglie ateniesi, i palioi athineoi, che hanno lasciato i caotici labirinti del centro, congestionati dal traffico e dalla densità abitativa ormai “multiculti”. A partire dagli anni ’90, sino a ridosso delle Olimpiadi del 2004, questi quartieri si sono popolati di ateniesi e non, economicamente agiati per le ragioni più disparate: dai “ricchi di famiglia” ai neo-arricchiti, sino a normali famiglie della media borghesia stanche di vivere nel caos cittadino e con la voglia di crescere i figli in un ambiente meno asfittico, fino a giovani start-upper ante litteram.

La cosa che va messa in evidenza rispetto a questo spostamento demografico è che, se ben pochi ateniesi sono veramente di Atene ma provengono dagli innumerevoli villaggi sparsi per il Paese tutto, ancora meno abitanti dei sobborghi settentrionali o della zona residenziale costiera sono veramente di quei luoghi. Inoltre, e teniamo questo particolare a mente, date anche le lungaggini burocratiche per il cambiamento di residenza, l’indirizzo di domiciliazione raramente coincide con quello di residenza, generalmente quello della prima casa, al quale chiaramente è collegato il collegio elettorale. Cosa vuol dire questo, tradotto in pratica? Vuol dire che, al di là delle zone residenziali sopra citate, il collegio elettorale “Atene A”, cioè il centro, è quello delle vecchie famiglie ateniesi di cui abbiamo parlato prima, mentre i nuovi abitanti, per votare, se nel migliore dei casi devono solo recarsi nel quartiere di origine, spesso e volentieri devono proprio cambiare città e tornare là dove sono nati e cresciuti.

Questa dimensione, che a noi può sembrare scomoda, è invece la norma per i greci, molti dei quali, nei fatti, non hanno avuto per questo referendum le possibilità economiche per affrontare il viaggio verso il loro collegio elettorale.

Questa lunga premessa mi serve per entrare in una questione spinosa che ci riporta direttamente al nucleo centrale della citazione debordiana con cui ho cominciato: “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. In un articolo di ieri, 7 luglio, su La Repubblica l’inviato Ettore Livini parla di Exarchia. In poche righe e con abile penna scandalistica, per altro coadiuvata da una foto di barricate di cassonetti incendiati e giovani a volto coperto, viene dato conto della maggioranza di SÍ che si è riscontrata nel quartiere. Quale posto incredibile, si diranno in molti, quello dove non solo non si può andare liberamente a fare la spesa senza rischiare che i capelli prendano fuoco per una molotov volante di qualche “scatenato ragazzo incappucciato della piazza”, ma dove vivono pure, nascosti in “villette con piante e giardinetti” o in case “quasi chic” che “costano poco e sono bellissime”, i baluardi dell’Europa unita, della Grecia dell’euro.

Vengono persino citati analisti stupefatti e sociologi scatenati che si starebbero stracciando le vesti in queste ore per capire come si possa giustificare questo 57,1% di SÍ, per poi essere messi al corrente, invece, da scaltri agenti immobiliari sulla gentrificazione sotterranea del quartiere.

Evinciamo, allora, da questo scritto di indagine, che a Exarchia contro ogni aspettativa vince il SÍ perché: 1. esiste un fronte segreto di hipster e start-upper che piano piano si sta impossessando dell’area, 2. gli anarchici, l’unica nota di colore giornalistica per questo quartiere, altrimenti dimenticato dalle cronache mondiali, non votano.

Cerchiamo intanto, con un po’ di buon senso, di discernere il vero dal falso.

Per prima cosa, abbiamo già detto chi siano gli elettori votanti del collegio Atene A di cui fa parte anche Exarchia. Non ci soffermeremo oltre.

Proseguiamo dicendo che è ampiamente dimostrato come molte componenti dello spazio antiautoritario greco (chiaramente non tutte) si siano apertamente schierate con il NO a questo referendum, seppure e coerentemente emerga dai loro comunicati che non ci sia fiducia in esso come strumento di cambiamento sociale. La posizione di coloro i quali, dall’interno dell’area antiautoritaria, hanno deciso di votare NO, è estremamente facile da comprendere: ha a che fare prevalentemente con l’opposizione allo status quo dello schieramento del SÍ . Non comprenderlo è miope, mistificarlo, riducendo “gli anarchici” a macchietta, gravissimo dal punto di vista della comunicazione del reale.

Un altro punto estremamente importante che l’articolo semplicemente “butta là” è quello della gentrificazione del centro di Atene. Da diversi anni, in barba alla crisi e all’austerity, è in ballo per il centro della capitale greca un grosso e costoso progetto di riqualificazione urbana che, chiaramente, non manca di abbracciare Exarchia. Le ragioni sono molto chiare: normalizzare un quartiere “instabile” che ha il fortuito vantaggio di essere in pieno centro città, tra il museo archeologico e il quartiere chic di Kolonaki. In un sol colpo si avrebbe la possibilità di rendere fruibile un’area in cui “le case costano poco, sono bellissime – anche se molte necessitano di ampie ristrutturazioni – e vivere nel quartiere, in fondo fa quasi chic” e fare fuori una componente senz’altro fastidiosa per il potere costituito. No, non sto parlando degli scontri del sabato sera, né dei tanto vituperati vandalici graffiti anti-sistema che si affastellano con (a mio avviso piacevole) disordine sui muri del quartiere.

Parlare di Exarchia così, allineandosi a questo stereotipo spaziale non fa che replicare l’ordine di discorso di chi la vorrebbe normalizzata (e paladina del SÍ all’Europa). Exarchia, così raccontata, cristallizzata, semplificata, semplicemente non esiste. È uno sghiribizzo retorico della penna del signor Livini, che non c’entra con una realtà storica precisa, che getta le sue radici nella resistenza al nazifascismo e ancor prima, nei movimenti studenteschi di avanguardia della fine dell’800, per attraversare tutta la storia urbana della Grecia contemporanea. Exarchia è una legacy spaziale in cui non serve avere residenza fissa, ma che diventa casa nella quotidianità della pratica di vita, nella condivisione di un progetto di vita diverso, di una visione “altra” del mondo. Questa è quell’Exachia che viene così spesso ridotta al fenomeno da baraccone di qualche cassonetto in fiamme. Ed è la stessa Exarchia in cui vite normali esistono, vite affatto spettacolari, fatte di scuola, di caffè al mattino, di lavoro… di malattia, di amore, di morte.

Comprendere la costruzione retorica di quest’eccezione e smontare gli stereotipi che la circondano è un preciso dovere di tutti coloro la amino e la vogliano preservare libera da sguardi, penne e mani indiscrete.

di Viola Vertigo (@gnostiagnosti)

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