Perché dovremmo essere cauti ad esultare per il "no" di Cipro / Why we should be cautious about cheering on Cyprus’s no vote [ITA-ENG]

La pretesa principale della “rivolta parlamentare” di questa settimana era che Cipro rimanesse un paradiso offshore
Vedendo il dramma che si sta svolgendo a Cipro in questi ultimi giorni è stato veramente qualcosa di surreale. La sinistra estrema e gli Euroscettici della destra hanno gioito per il “coraggioso no” del Parlamento cipriota a un accordo che avrebbe garantito il finanziamento dell’economia a corto di liquidità dall’Eurozona e dal FMI.
Il dettaglio che sembra esser loro sfuggito è che i ciprioti non hanno rigettato le dure misure di austerity. Queste misure, sono già state concordate dal governo precedente dell’isola, presumibilmente comunista, e sono state approvate dal governo attuale. Non è stata nemmeno una rivolta contro un’imposta ingiusta sui depositi al dettaglio. L’Eurozona aveva già segnalato il suo accordo di non coinvolgere i piccoli risparmiatori, a condizione che i beni patrimoniali che appartenevano agli oligarchi stranieri fossero stati sottoposti ad un taglio significativo (15,6%).
In realtà, è stato il governo cipriota ad aver rigettato questa opzione, in un incontro drammatico durato 10 ore tra i ministri delle finanze dell’Eurozona, venerdì scorso, perché avrebbe danneggiato l’espansione del settore finanziario del paese. Quindi, la pretesa principale di questa “rivolta parlamentare” è che Cipro rimanga un paradiso offshore. In cambio, il governo cipriota sembrava favorevole ad offrire numerose concessioni a Mosca per trasformare effettivamente l’isola in un territorio russo d’oltremare. Perché qualcuno dovrebbe celebrare questo sviluppo non è chiaro.
Nel frattempo a Bruxelles, le persone che gesticono la seconda più grande economia del mondo hanno dimostrato ancora una volta una ridicola carenza di leadership. Prima di tutto hanno concluso e difeso un accordo che avrebbe violato la sacralità dei depositi al dettaglio. Quando le conseguenze catastrofiche sono state loro segnalate, hanno cominciato ad accusarsi l’un l’altro. Quando hanno deciso di fare marcia indietro, era già molto tardi.
È vero che l’accordo finora ha causato il caos solo a Cipro, un paese piccolo, che secondo Berlino non è “sistemicamente importante”. Ma i mercati e la gente sanno già che la prossima volta che ci sarà una crisi in Italia, Spagna o altrove, l’Eurozona sarà disposta ad attraversare il Rubicone. Si tratta di un disastro di dimensioni inimmaginabili.
Tutto questo non dovrebbe sorprendere nessuno di coloro che seguono la bolla di Bruxelles. È sufficiente dire che l’unico motivo per il quale era stato scelto Jeroen Dijsselbloem a dirigere l’onnipotente Eurogruppo (il Consiglio dei Ministri della Finanza dell’Eurozona), non è stata la sua competenza, nè la sua esperienza ministeriale, ma il fatto che fosse Olandese. Tutte le altre opzioni più affidabili erano state escluse a causa della loro nazionalità. 
Quindi, come sarebbe potuta essere risolta la crisi Cipriota? Prima di tutto, dando un pò di tempo in più: non c’era alcun motivo di chiedere ad una nazione piccola di anticipare il 30% del suo PIL in contanti entro tre giorni. Una richiesta così scandalosa non è mai stata fatta a nessun paese salvato finanziariamente, essa ha ridicolizzato il governo filo-Europeo dell’isola. Secondo, non è stato il debito nazionale cipriota ad essere insostenibile, ma quello delle banche del paese. E c’era una soluzione per questo: dopo aver eliminato gli azionisti e i detentori più piccoli di titoli, e dopo aver imposto un taglio ai detentori più grandi, il Fondo di Stabilità Europeo avrebbe potuto subentrare nelle banche Cipriote. Avrebbe potuto restringerle gradualmente e metterle in un processo di liquidazione dando però a Cipro il tempo di ricalibrare la sua economia basata sulla finanza. Teoricamente, questa opzione esiste, era stata decisa durante un incontro al vertice dell’UNione Europea dello scorso giugno, ma le modalità legali non sono state ancora implementate, perché la Germania da allora ha cambiato idea. Cipro potrebbe, in cambio per questo accordo, cartolarizzare le entrate future dalle sue riserve di gas e offrirle come garanzia, insieme ad un programma fiscale rigido di consolidamento. 
Due anni fa, la BCE avrebbe potuto decidere di garantire tutte le obbligazioni sovrane nell’Eurozona, come ha fatto con il cosiddetto programma di “transazioni monetarie definitive” lo scorso settembre, soggetto all’attuazione di una politica di consolidamento da parte dei paesi beneficiari. Invece, il debito privato della Grecia era stato trasferito ai contribuenti europei, causando avversione tra i popoli dell’Europa. Il paese in sostanza è andato in bancarotta, aumentando così l’incertezza all’interno del continente. 
Una cosa è certa: l’Eurozona, aspirante attore globale, sta regalando un avamposto mediterraneo di valore strategico ai russi. Spetta semplicemente a Mosca di scegliere se accettarlo o meno. E il no dei ciprioti metterà in ridicolo le élites filo-europee in Grecia e altrove, perché farà sembrare come se ci fosse una soluzione ideale semplicemente ignorata dalle “marionette di Merkel”. Quando la gente si renderà conto che questa alternativa dista molto dall’essere ideale, potrebbe già essere troppo tardi. 
La questione che rimane è perché sta succedendo tutto questo. Perché i paesi del Nord Europa agiscono come se volessero distruggere l’Eurozona invece di aggiustarla? Non credo in una cospirazione diabolica nel cuore di tutto questo, ma sembra esserci uno sventanto, subconscio razzismo in gioco, che è altrettanto distruttivo. Il discorso politico corrente suggerisce che tutta la ricchezza accumulata nel Nord dell’Europa è la giusta ricompensa dell’etica protestante del lavoro, mentre la ricchezza accumulata al Sud è il prodotto della corruzione (Grecia, Italia), dell’evasione (Cipro) o di modelli imprenditoriali non sostenibili (Spagna). Ed è per questo che ai paesi dell’Europa del Sud viene chiesto di cambiare i loro modelli economici, non attraverso un programma di convergenza graduale, ma con uno shock violento.
Ovviamente, la verità sconveniente è che non è passato molto tempo da quando la Finlandia era quasi andata in bancarotta e c’è ancora molta gente abbastanza vecchia da ricordare il debito per la ristrutturazione della Germania. “I nostri amici migliori e più biondi” (come direbbe Blackadder) al Nord dovrebbero rendersi conto che non tutti i correntisti delle loro banche in salvataggio hanno pagato le loro tasse. Più importante ancora, non c’è un singolo studio accademico che neghi il fatto che il Nord Europa ha guadagnato  dall’euro almeno quanto il Sud. Se i politici non cominciano comunicare questa cosa presto, non solo l’Eurozona crollerà, ma ritornerano in vita i fantasmi del passato.
di Nikos Chrysoloras
20/03/2013
Di seguito l’originale in inglese, pubblicato da The Guardian
Traduzione di atenecalling
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Why we should be cautious about cheering on Cyprus’s no vote
The main demand of this week’s ‘parliamentary revolt’ was that Cyprus remain an offshore tax haven
Watching the drama unfolding in Cyprus over the last few days has been anything if not surreal. The far left and the Eurosceptic right alike have rejoiced at the Cypriot parliament’s “valiant no” to a deal that would have ensured the financing of the cash-strapped economy from the eurozone and the IMF.
The detail they seem to miss is that Cypriots did not reject harsh austerity measures. These measures had already been agreed by the previous – supposedly communist – government of the island, and were approved by the current administration. It did not even revolt against an unjust levy on retail deposits. The eurozone had already signalled its agreement to spare small savers, on condition that assets belonging to foreign oligarchs and tycoons were subjected to a significant haircut (15.6%).
Indeed, it was the Cypriot government that rejected this option, in a dramatic 10-hour meeting of eurozone finance ministers last Friday, because it would damage the sprawling financial sector of the country. So the main demand of this “parliamentary revolt” was that Cyprus remain an offshore haven. In exchange, the Cypriot government seemed willing to offer so many concessions to Moscow as to effectively turn the island into a Russian overseas territory. Why anyone would celebrate this development is not clear.
In Brussels, meanwhile, the people managing the world’s second largest economy showed once again a ridiculous lack of leadership. First, they concluded and defended a deal that would violate the sanctity of retail deposits. When the catastrophic consequences of this were pointed out to them, they started pointing the finger at one another. When they decided to backtrack, it was already too late.
It is true that the deal has so far caused chaos only in Cyprus – a small country that, according to Berlin, is “not systemically important”. But markets and people know already that next time there is a crisis in Italy, Spain or elsewhere, the eurozone is willing to cross the Rubicon. This is a disaster of unimaginable proportions.
All this should not come as a surprise to anyone who follows the Brussels bubble. Suffice to say that the only reason that Jeroen Dijsselbloem was chosen to run the all-powerful Eurogroup (the council of finance ministers of the eurozone), is not his expertise, nor his ministerial experience, but the fact that he is Dutch. All other, more reliable, options were excluded because of their nationality.
So, how could the Cypriot crisis have been resolved? First of all, by allowing a bit more time: there was no reason whatsoever to ask a small nation to deliver almost 30% of its GDP upfront in cash in the space of three days. Such an outrageous request had not previously been made to any bailed-out country – it made a laughing stock of the island’s pro-European government. Second, it was not Cypriot national debt that was unsustainable, but that of the country’s banks. And there was a solution to that: after wiping out shareholders and junior bondholders, and imposing a haircut on senior bondholders, the European stability mechanism could have taken over the Cypriot banks. It could have then gradually shrunk them and put them on a resolution course, while giving Cyprus the time to recalibrate its finance-based economy. This option theoretically exists – it was decided by an EU summit last June – but the legal modalities are not there yet to implement it, because Germany has since changed its mind. Cyprus could, in exchange for this arrangement, securitise future revenues from its gas reserves and offer them as guarantees, together with a strict fiscal consolidation programme.
Two years ago, the European Central Bank could have decided to guarantee all sovereign bonds in the eurozone, like it did with its co-called “outright monetary transactions” programme last September, subject to the implementation of a stabilisation policy by the beneficiary countries. Instead, Greece’s private debt was transferred to European taxpayers, causing animosity between the peoples of Europe. The country essentially defaulted, thus increasing uncertainty across the continent.
 
One thing is for certain: the eurozone, an aspiring global player, is offering up a Mediterranean outpost of strategic significance as a present to the Russians. It is just up to Moscow to decide whether it will accept it. And the Cypriot no will ridicule pro-European elites in Greece and elsewhere, as it will make it look as if there was an ideal solution that was simply ignored by “Merkel’s puppets”. By the time that people realise that this alternative is far from ideal, it may already be too late.
The question remains as to why all this is happening. Why are northern European countries acting as if they are set on destroying the eurozone, instead of fixing it? I don’t believe in a sinister conspiracy at the heart of all this, but there does seem to be an unthinking, subconscious racism at play – which is just as destructive. The current political discourse implies that all wealth accumulated in northern Europe is the fair reward of a protestant work ethic, while wealth accumulated in the south is a product of corruption (Greece, Italy), tax evasion (Cyprus), or unsustainable business models (Spain). That is why southern European countries are being asked to change their economic models not through a gradual convergence process, but by violent shock.
The inconvenient truth, of course, is that it was not too long ago thatFinland was almost bankrupt, and there are still people old enough to remember Germany’s own debt restructuring. “Our finest and blondest friends” (as Blackadder put it) in the north should realise that not all depositors in their own bailed-out banks had paid their taxes. Most importantly, there is not a single academic study that denies that northern Europe has gained at least as much from the euro as the south. If politicians don’t start to communicate this soon, then the eurozone will not only collapse, but the ghosts of the past will come to life.
Written by Nikos Chrysoloras
20/03/2013
Published on The Guardian

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