Quattordici afghani in sciopero della fame a Lesbo

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Quattordici afghani che si trovano da trentasei giorni sull’isola di Lesbo, intrappolati nell’ingranaggio della burocrazia delle autorità portuali e della polizia e impossibilitati a partire, hanno iniziato uno sciopero della fame. 
Le stesse difficoltà vengono affrontate anche da ventisei siriani, dieci dei quali sono stati rimessi in libertà ieri, dopo le pressioni dei volontari della rete “Il villaggio di tutti insieme“. 
Quarantaquattro rifugiati provenienti dalla Siria e dall’Afghanistan sono stati rintracciati un mese fa dalle pattuglie marittime della guardia costiera, ma non sono stati arrestati. I rifugiati sono rimasti nello spazio creato dal collettivo “Il villaggio” (“To choriò”) nei pressi della tendopoli comunale, ma sono poi ripartiti di propria volontà, dopo aver trascorso due settimane senza ottenere i documenti necessari dalle autorità competenti per arrivare al Pireo. Nonostante siano poi stati arrestati nei giorni successivi, le autorità portuali e la polizia hanno seguito la tattica di Ponzio Pilato, le prime parlando di perplessità, ignoranza e ordini superiori e la seconda parlando della decisione della magistratura in base alla quale la competenza per i rifugiati è dell’autorità portuale. 
I rifugiati si sono accampati al porto, nei parchi e in altre zone della capitale dell’isola Mitilini [Lesbo, n.d.t.], mentre le autorità competenti si preoccupavano della brutta impressione che potevano avere… i turisti! “Per noi” – dice nel suo annuncio la rete dei volontari – “si tratta soprattutto di una questione politica ed è per questo che si deve trovare una soluzione politica (riforma del Regolamento di Dublino, accelerazione delle procedure per l’attribuzione dei necessari documenti regolarizzanti, creazione di spazi aperti di accoglienza, assunzione da parte del ministero degli interni della responsabilità delle procedure relative ecc”).
di Anthi Paziànou – Efimerida ton Syntakton (efsyn) 

Fonte: lesvosnews

Tradotto da Atene Calling

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