Requiem per un viaggio senza ritorno. Nikos Romanòs scrive dell’amicizia con Alèxandros Grigoròpoulos e chiama al Dicembre Nero

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Ciò di cui parlerò oggi deve essere considerato una testimonianza appassionata nella memoria rivoluzionaria. La testimonianza appassionata di un evento che per me è stato l’innesco dell’attacco armato ai presidi del potere. Un evento che ha contribuito in modo decisivo alla costruzione di punto di non ritorno per coloro che hanno imbracciato le armi e hanno riempito le loro valigie di sogni e speranze per un mondo di libertà; in una valigia del genere ho messo anche io il mio odio, insieme a qualche vestito e a qualche ricordo, per andarmene definitivamente da casa mia, il giorno prima che la polizia vi facesse irruzione per portarmi via ammanettato a testimoniare al tribunale degli sbirri-assassini. Ho tagliato i ponti con la mia vita passata e sono entrato nelle file della lotta anarchica clandestina. Anche se avevo solo 16 anni, ero ben cosciente delle mie azioni e sapevo che, anche se la mia caratura morale era molto più alta di quei ridicoli omuncoli che si trovavano in quell’aula, non era ancora il momento per dire tutto ciò che c’era da dire, non era il momento giusto, e io non ero davvero coscientemente pronto ad assumermi questo peso storico. Per questo ho preferito stare zitto e dedicarmi alla guerra al potere, la stessa guerra che, sette anni dopo, mi trova ancora allo stesso posto di battaglia, come prigioniero. Un peso storico che ho rifuggito momentaneamente, ma che non ho mai eluso e che ora mi assumerò.

Il processo a cui ho rifiutato di presenziare, ma anche tutto ciò che ne è seguito, sono il tentativo di sancire la fine, nella forma di sanzione istituzionale, di una piega controversa della storia, una piega che ha fatto vergognare la democrazia e che ha smascherato l’odore di morte che essa lascia dietro di sé. Questa piega, un pezzo indissolubile di una storia che esisterà finché ci saranno oppressi che si rivoltano contro i loro oppressori, si è formata una sera, il 6 dicembre 2008, all’incrocio tra via Messolonghìou e via Tsavella a Exarchia.

Le cose che racconterò non hanno in alcun modo lo scopo di agevolare i meccanismi giuridici al fine di avere, in futuro, un verdetto più giusto. Non credo né alle leggi, né ai tribunali, né alle galere, che si ergono minacciose per disciplinare quelli che deviano dall’ordine costituito, seppellendoli sotto cemento e cancelli.

Ho il coraggio di credere nella forza dell’uomo libero, nelle possibilità della sua autodeterminazione in un mondo di sottomissione generalizzata, nella prospettiva della rivoluzione anarchica e della pratica costante dell’insurrezione anarchica.

Comincerò il mio racconto cercando di tracciare il perimetro della vicenda, di restare lucido, di contribuire alla creazione di un resoconto chiaro che non sporchi la memoria dei nostri morti, per mandare un messaggio di ribellione a chi è interessato a segnare gli sviluppi di questa storia nei modi che più riterrà consoni. Con la lotta continua, con tutti i mezzi, con amore per la libertà e con odio verso coloro che gestiscono l’ordine dell’esistente, sporchi del sangue di coloro che si sono opposti alla loro onnipotenza.

Comincia il canto del cigno, la mia amicizia con Alèxandros….

Con Alèxandros ci siamo conosciuti a scuola, ci siamo subito frequentati molto, perché abitavamo abbastanza vicini. Era una persona che mal sopportava le convenzioni sociali e l’ipocrisia dominante nel nostro ambiente scolastico. Cercava sempre un modo per evitare questi contesti ed è proprio in questo che ci siamo trovati molto vicini. Ci siamo conosciuti meglio quando marinavamo la scuola insieme, scappando dalla routine della noia scolastica, con le nostre infinite passeggiate in cui scoprivamo angoli della città a noi sconosciuti, con le conversazioni quotidiane e le discussioni su tutto ciò che ci suscitava perplessità. Il tempo scorreva, e noi, passo passo, abbiamo intrapreso il sentiero delle grandi domande e dei forti dubbi sul mondo che ci stava intorno.

Intorno ai 14 anni abbiamo avuto il nostro primo contatto con gli anarchici; ci piaceva vedere in televisione le immagini degli scontri tra manifestanti e polizia. Era una cosa che, in base alle nostre impressioni acerbe, consideravamo una pratica di resistenza nei confronti della quotidiana ingiustizia delle diseguaglianze sociali. Tra l’altro, per noi che passavamo tutto il giorno tra parchi e piazze, non era difficile provare antipatia per la polizia, anche solo d’istinto, potremmo dire. Avevamo visto gli sbirri umiliare i migranti nelle strade del centro di Atene, avevamo visto il modo in cui si comportavano con i tossici e gli eroinomani e con i senzatetto, ricoprendoli di insulti. Ma queste sono cose che chiunque passeggi per il centro di Atene può notare da solo. La contraddizione di cui ci siamo accorti, però, era che gli sbirri diventavano servili e leccapiedi con i ricchi dei quartieri dove vivevamo. Lì capivamo veramente quali ambigui parassiti e codardi appartenessero a quella schifosa cricca.

Così, decidemmo di scendere in piazza con un po’ di gente per vedere da vicino quello che avevamo osservato solo da lontano e per cui avevamo sviluppato un grande interesse. Ricordo ancora la prima manifestazione a cui siamo stati, quella del 17 novembre 2007. Ci furono scontri con gli sbirri, a cui partecipammo anche noi. Ovviamente eravamo molto insicuri, e ci limitavamo a seguire e copiare i movimenti di quelli che si scontravano con la polizia. Vedemmo da vicino persone che non c’entravano nulla venire brutalmente manganellate dai MAT, fummo asfissiati dai lacrimogeni e provammo per la prima volta sulla nostra pelle la repressione poliziesca di una manifestazione. Dopo il corteo andammo a Exarchia dove rimanemmo a discutere fino a sera tardi degli eventi che avevamo vissuto, con grande entusiasmo. Con quell’entusiasmo che all’inizio provano tutti quando entrano in contatto con il lato autentico della vita.

Un importante punto di riferimento per noi fu la manifestazione antifascista del 2 febbraio 2008. Era stato convocato un presidio da Alba Dorata per l’anniversario di Imia [arcipelago formato da due isolette dell’Egeo oggetto di una disputa territoriale tra Grecia e Turchia, dove nel 1996 fu abbattuto un elicottero dell’aeronautica greca, n.d.t.] e gli anarchici avevano chiamato un contropresidio per contrastare i fascisti.

C’eravamo anche noi, e vedemmo i fascisti uscire dalle file dei MAT per accoltellare compagni, vedemmo i capi dei porci della polizia mettersi d’accordo con i fascisti. Vedemmo compagni accoltellati e fascisti colpiti dalle mazze dei compagni. E voglio ricordare chi erano le persone che si trovavano in prima linea con i fascisti e che adesso sono parlamentari, cioè Ilias Panaghiotaros, Yiannis Lagos e Ilias Kassidiaris, prima che rinnegassero il loro passato e si facessero paladini di legalità e democrazia.

Quando finirono gli scontri con i fascisti e la polizia, ci chiudemmo dentro al rettorato e lì rimanemmo fino a sera, quando uscimmo tutti insieme in corteo.   Il corteo fu immediatamente attaccato, appena sceso in strada, e ci furono diversi fermi, arresti e feriti.

Da allora, abbiamo cominciato a frequentare Exarchia quasi tutti i giorni, dove ci incontravamo con altre persone, per leggere pubblicazioni anarchiche, per informarci attraverso siti di controinformazione, per frequentare occupazioni come Villa Amalias e Prapopoulos. Partecipavamo anche a tutte le manifestazioni di quel periodo, che avevano come oggetto l’adeguamento dei sistemi di sicurezza e le lotte studentesche contro la famosa riforma, galvanizzati dagli scontri e dall’agitazione in strada a cui partecipavamo ogni volta con maggior voglia e determinazione.

Nello stesso periodo, insieme ad altri studenti, abbiamo formato un collettivo anarchico che si chiamava «Attacco anarchico studentesco», e abbiamo fatto anche qualche assemblea allargata sul tema della scuola e del ruolo dell’educazione nel funzionamento dei meccanismi sociali.

Ricordo che qualche ora prima del 17 novembre 2008 avevamo anche partecipato ad un attacco alla gioventù del PASOK, che allora aveva gli uffici a Exarchia. La questione era andata avanti un bel po’, perché i militanti del PASP [gioventù del PASOK, n.d.t.] avevano messo delle guardie del corpo a proteggerli, come avevano fatto anche negli anni precedenti durante le mobilitazioni per il 17 novembre, quando, tra l’altro, i loro bravi avevano attaccato i blocchi anarchici e, in pratica, lo scontro non fu con la gioventù del PASOK, ma con le guardie che piantonavano la loro sede. Alla fine eravamo riusciti ad arrivare fino alla sede e quelli che non erano riusciti a chiudersi dentro ebbero il trattamento che meritavano, col risultato che il giorno dopo lo studente del PASP che teneva la bandiera del Politecnico aveva il braccio rotto in tutte le fotografie sulle prime pagine dei giornali.

L’evento successivo che ripesco tra i miei ricordi è il presidio solidale per gli allora prigionieri anarchici Tsourapas e Kontorevithakis, accusati di un attacco incendiario contro gli uffici della polizia municipale. Alla fine del presidio, i solidali si diressero a piedi a Exarchia e all’altezza del Pedìo tou Areos ci fu un contatto con due poliziotti della squadra Zeta, a cui furono rubati i caschi lasciati sul sellino delle moto. Durante quel contatto per metterci fuga gli sbirri avevano tirato fuori le armi e avevano sparato diverse volte, non solo in aria, ma anche mirando alle persone.

La prossima scena di questo racconto si svolge durante quella maledetta notte del 6 dicembre. Io, Alèxandros e altri ragazzi sedevamo nella stradina pedonale Messolonghìou, come capitava quasi ogni giorno.

Dopo un po’ venne un compagno a proporci di spostarci su via Charilaou Trikoupi ad aspettare che passasse qualche volante per tirargli dei sassi che aveva raccolto. Ci andammo per davvero, mentre Alèxandros rimase indietro. Dopo un po’ passò la volante con Korkoneas e Saraliotis.

Non lo sapevo, ma il tempo stava per presentarci il conto, il momento che avrebbe cambiato tutto stava per arrivare. La clessidra della vita fu girata esattamente nel momento in cui la pietra colpì la volante di Korkoneas. Dopo, tornammo a sederci in via Messolonghìou con gli altri, mentre Korkoneas e Saraliotis passavano con la volante per via Zoodochou Pighìs per vedere chi li aveva attaccati. Noi gli lanciammo di nuovo contro piccoli oggetti. Avendo quindi notato il nostro gruppetto, andarono a parcheggiare presso il reparto di MAT che difendeva gli uffici del PASOK [allora su Via Navarinou, continuazione carreggiabile di via Tsavella, n.d.t.] e scesero a piedi fino all’incrocio tra via Tsavella e via Zoodochou Pighìs.

Appena vedemmo gli sbirri ci alzammo per andarcene, perché credevamo che insieme a loro sarebbero arrivati i MAT, come di solito succede in questi casi. Allora i due sbirri iniziarono a insultarci e quindi capimmo che stavano venendo da soli, senza il supporto dei MAT. Così alcuni di noi si mossero verso di loro e Alèxandros, che era andato avanti, gli lanciò una delle bottiglie di birra che stavamo bevendo. In pochissimi secondi Korkoneas tirò fuori la pistola e con due spari mise fine al fronteggiamento cominciato poco prima.

Un proiettile nel cuore di Alèxandros per chiudere il ciclo di onnipotenza della macchina statale. Una chiazza di sangue sulla pedonale di via Messolonghìou per aprire il ciclo di rivolte che ha fatto macerie dell’ordine costituito e ha diffuso il caos e l’anarchia in tutte le città della Grecia.

Come è logico, gli avvocati della difesa provano e proveranno a dimostrare come quell’evento sia stato un caso limite, un fatto isolato, un errore. Da parte mia, per quanto questo possa suonare contraddittorio dal punto di vista giuridico, ma non da quello politico, questa linea va incontro anche ai miei desideri. Non credo nell’istituzione detentiva, poiché la ritengo uno degli strumenti di terrore democraticamente utilizzati dal potere egemonico per garantire la sua perpetuazione.

Credo nella giustizia rivoluzionaria e nello sforzo di ognuno a risolversi da solo i propri conti in sospeso senza utilizzare come intermediari sbirri, giudici, leggi, prigioni, repressione scientificamente studiata, tutte quelle brutture tecnocratiche che sporcano la bellezza degli istinti selvaggi e della libera volontà. Di conseguenza, secondo me, rispetto agli sbirri-assassini, merita la possibilità caotica di una prospettiva che vendichi tutte quelle menti andate perse che chiedono il loro violento riscatto. Questo è ciò che è giusto secondo il mio sistema di valori.

Per altro, noi non siamo soliti torturare le persone come invece fa sistematicamente la moderna cultura del potere, la più grande mostruosità nella storia del genere umano, che è riuscita a rendere normale persino la morte e che per perpetrare la sua egemonia usa le parole e i significati emessi dai meccanismi di propaganda dei sempre oggettivi centri d’informazione mondiale.

Perché noi nemici del potere possiamo anche essere venuti a compromessi col carcere e la morte come eventualità possibili, ma non abbiamo mai riconosciuto la loro ragion d’essere come una notizia della realtà virtuale preconfezionata dalla quale siamo costantemente bombardati.

La cosa che fa più ridere è il tentativo da parte dei meccanismi di propaganda dell’egemonia di far apparire gli omicidi commessi dagli sbirri come questioni isolate da imputare a personalità deviate, come incidenti che succedono sempre per errore.

Gli omicidi da parte degli sbirri non sono mai casi isolati, e neppure un fenomeno prettamente greco. Sono piuttosto l’espressione estrema dell’imposizione democratica sugli emarginati, sui poveri cristi, sui disagiati, sugli asociali, sui migranti. E quando questi omicidi sono compiuti in modo mirato contro coloro che si ribellano combattendo contro l’egemonia, con la fiamma della libertà che accende il loro cuore, diventano la prova dell’esistenza della guerra di liberazione.

Sono una logica conseguenza delle concezioni del loro ruolo, cioè difendere militarmente il vasto funzionamento del meccanismo sociale, concezioni con cui queste persone nutrono e rinnovano i loro meccanismi repressivi.

Le armi degli sbirri, quindi, non fanno fuoco con la chiara intenzione di uccidere solo in Grecia. Uccidono quindicenni in Turchia perché prendono parte a manifestazioni antigovernative, uccidono sedicenni in Italia perché non si fermano al segnale di “alt” della polizia, uccidono madri con i loro bambini in Palestina, uccidono decine di afroamericani negli USA per puro razzismo, uccidono i migranti nei sobborghi in Svezia, uccidono ragazzini nei quartieri poveri in Inghilterra, uccidono in modo recidivo e seriale in tutti gli angoli del pianeta per imporre la loro pace sociale.

E se gli esempi che ho riportato sono conosciuti perché hanno scatenato grandi e piccole insurrezioni contro gli omicidi di stato, non sono che una piccola goccia nell’oceano di pogrom assassini che intraprendono le forze dell’ordine per supportare l’egemonia capitalista.

Se non ci tappiamo gli occhi e le orecchie per non sentire né vedere il continuo flusso della propaganda egemonica, possiamo percepire le migliaia di morti anonime nelle stazioni di polizia, sui confini di terra e di mare, nei centri di detenzione, negli ospedali psichiatrici e nelle prigioni, nelle zone di guerra del Medio Oriente, nelle catene di montaggio degli schiavi contemporanei. Tutti possiamo sentire le urla delle persone torturate dentro le celle delle stazioni di polizia che si suicidano per disperazione in qualche luogo di detenzione, che affogano nelle acque ghiacciate dell’Egeo per colpa della guardia costiera, che si spaccano le ossa nei meccanismi produttivi delle multinazionali in qualche paese del terzo mondo, che muoiono schiacciati sotto le macerie delle loro case bombardate dalle forze dell’impero capitalista.

Di conseguenza, tutti i discorsi che si fanno circa il valore della vita umana sono radicalmente ipocriti e profondamente offensivi.

Noi, da parte nostra, abbiamo una concezione completamente differente di cosa sia naturale e del valore della vita umana rispetto a come questi concetti vengono determinati dalle norme egemoniche.

Non consideriamo naturale che gli occidentali mangino il loro cibo apaticamente davanti alla televisione guardando le immagini di aerei militari che bombardano fino alle fondamenta i territori del terzo mondo. Al contrario, troviamo naturale che la guerra venga portata dentro i centri cittadini causando un danno politico alle operazioni assassine delle superpotenze egemoniche.

Non consideriamo naturale che vengano bombardati civili come strategia di guerra degli stati al fine di schiacciare il morale dei popoli che resistono, come avviene in Palestina. Al contrario, invece, troviamo naturale che vengano colpiti in qualunque modo quegli ufficiali di alto e di basso grado che promuovono azioni militari contro i civili.

Non consideriamo naturale che tutto questo ci venga presentato come “interventi umanitari” delle superpotenze egemoniche per la salvaguardia della pace. Non consideriamo naturale che tutto il mondo civilizzato pianga lacrime da coccodrillo per i morti in Francia, mentre gli stati e i loro servizi segreti che intervengono soffocando nel sangue intere popolazioni, come è noto, addestrano, armano e finanziano il mostro dell’islamofascismo per i loro interessi; un mostro che, come si è visto, una volta acquisita forza, prende anche autonomia e si rivolta contro chi l’ha creato.

Non consideriamo naturale che i corvi delle lobby economiche saccheggino le risorse dei paesi destabilizzati nel nome della pace e dello sviluppo.

Consideriamo invece naturale attaccare con ogni mezzo i padroni, i pubblici ufficiali, i banchieri, coloro che detengono posizioni di potere politico ed economico, coloro che difendono con le armi la pace sociale assassina, i rappresentanti della legge, i manager delle multinazionali, tutte quelle personalità e quelle infrastrutture che mantengono e replicano un sistema colpevole di tutte le brutture esistenti su questo pianeta.

Queste sono diversità che rimarranno per sempre inconciliabili e che potranno solamente portare allo scontro; è lo sviluppo della rivolta e della controrivolta e la dialettica propulsiva che si espande in ogni campo.

Per quanto riguarda la nostra parte, è in questo modo che si è aperto un varco tra i campi dove si organizza il controllo sociale e fioriscono i fiori sanguinanti dell’apatia, un varco pericoloso che si pone l’obiettivo di distruggere l’oppressione organizzata e la violenza dello stato, il fattore imprevisto, l’errore statistico nei diagrammi dei tecnocrati, l’invitato inaspettato che ha la forma del nemico interno che si organizza, che si arma e colpisce i nemici della libertà.

Questa è la rivolta anarchica permanente e questa la sua filosofia, che contagia la rete del potere, diffondendo l’anarchia nelle metropoli del capitalismo. E non capitola né indietreggia, ma semplicemente ripiega per poi riattaccare ancora e ancora. Perché «tutto per tutto» non è una frase innocente scritta su un muro, ma il senso che ha riempito le vite dei compagni di questa e di altre epoche e che sono caduti combattendo il nemico. Per questo la rivolta anarchica permanente continuerà ad assillare l’egemonia, finché l’ultimo potente non verrà impiccato con le budella dell’ultimo burocrate.

Ci troviamo dunque ancora una volta al punto in cui le marginalità in lotta ribaltano la produzione di massa dei nessi di causa ed effetto, lì dove tutto è possibile, dove gli attacchi a sorpresa colpiscono nei territori occupati dal potere la sua predominanza militare e politica.

Perché non si può neppure iniziare a parlare di anarchia se non ci si assicura la sua sopravvivenza attraverso le pratiche contro lo stato, contro il capitale, contro la società con la sua cultura, perché l’anarchia sarà sempre una guerra senza limiti contro “gli esperti”.

Questo è sempre stato per me l’aspetto interessante del conflitto, questa era, è e sarà sempre la sola base analitica costante sulla questione.

Alèxandros quindi è parte integrante di questa storia; non saprei dire cosa sarebbe successo se le cose fossero andate in un altro modo. Però posso dire chi era Alèxandros fino a quando non è caduto morto sotto i colpi dello sbirro. Nella sua breve ma movimentata vita ha vissuto in modo autentico, era un giovane ribelle affascinato dall’idea dell’anarchia come quelli che ora occupano le strade della città e tirano molotov agli sbirri e bruciano le volanti della polizia, era ribelle e testardo, era una persona sincera con un’anima nobile e altruista. Era una persona che viveva intensamente passioni e delusioni.

Ha amato ed è stato amato da molti compagni e sarà sempre un punto di riferimento per molte persone, la maggior parte delle quali ora è prigioniera nelle carceri della democrazia. E non è più vicino a noi, ma so che continua a preparare piccole e grandi rivolte con i nostri morti, Maurizio, Carlo, Sebastian, Michalis, Lambros, Christos e altre decine di persone eccezionali che se ne sono andate senza raggiungere i loro sogni.

Alla ragionevole domanda sul perché queste cose vadano dette ora, la risposta è semplice.

Nell’ambiente contemporaneo, in cui la velocità del tempo storico è uscita dai binari, in cui gli eventi si collegano facilmente alle circostanze che li hanno generati, in cui la realtà viene stravolta dalle lenti distorsive dei giornalisti di ogni colore, in cui la quotidianità prende una forma analoga all’immagine che cade dal mondo digitale sulla testa delle persone, è necessario tenere viva la memoria rivoluzionaria, farne conoscere tutti gli aspetti senza dimenticare nulla, per evitare che essa venga travisata.

Mentre nuovi cicli di esperienze radicali vengono aperti non c’è modo migliore per inaugurare di nuovo la rivolta anarchica collegandola al punto della rinascita. Perché è opinione comune che un pezzo della generazione di anarchici, con i suoi piccoli e grandi disaccordi, che si è armata dopo la rivolta del dicembre 2008 e che ora trovate chiusa nelle celle delle carceri greche, aveva come punto di partenza le notti in cui i rivoltosi si trovavano dietro le barricate e l’anarchia si respirava viva tra i simboli distrutti del potere.

Mentre le nostre esperienze sovversive si allontanano dal piano del nostro vissuto quotidiano nella cattività in cui viviamo, cerchiamo di creare un punto di contatto e contemporaneamente un nuovo punto di partenza. Un punto di collegamento con le nostre origini storiche e politiche, un nuovo punto di partenza che costituirà il punto di incontro dei rivoltosi che non scenderanno in strada occasionalmente, ma che contribuiranno alla creazione di una piattaforma atipica di coordinamento e azione dell’anarchia, lì dove la strategia impone la stabilizzazione della rabbia, lì dove la dialettica rivoluzionaria impone la dedizione completa alla lotta per la liberazione.

Perché il Dicembre Nero non è la ripetizione della sceneggiatura delle precedenti rivolte, ma è un ciclo di lotta che collega il passato al presente, cercando un futuro in cui la nostra quotidianità sarà invasa da azioni di attacco e guerriglia contro il potere.

Perché se i nostri corpi sono chiusi tra quattro mura e sbarre di ferro, le nostre anime si trovano in ogni punto del pianeta in cui le bandiere della resistenza sventolano per un mondo di libertà. Perché i nostri cuori continuano testardamente a battere al ritmo della pura libertà, accanto ai compagni del movimento anarchico in Brasile che hanno dato alle fiamme alcune banche chiamando anche loro a un Dicembre Nero, accanto ai nuclei della FAI e ai compagni che passano all’attacco, accanto ai combattenti per la libertà che combattono gli islamofascisti nei territori del Rojava, accanto ai compagni anarchici che con abnegazione aiutano a ricostruire Kobane, accanto ai facinorosi della Gran Bretagna che esprimono la loro rabbia violentemente rompendo l’asfissiante controllo sociale, accanto agli anarchici in Spagna che vengono picchiati dalle operazioni anti anarchiche dello stato spagnolo, per le strade del Cile dove i rivoltosi si scontrano con gli sbirri e fanno saltare caserme della polizia, nelle piazze della Turchia dove i nostri compagni hanno pagato con la vita la loro opposizione allo stato mafioso di Erdogan, accanto ai compagni che hanno acceso il fuoco della distruzione per le strade di Bruxelles. Nonostante le distanze la nostra è una lotta comune e condividiamo la stessa gioia e gli stessi dolori con tutte queste persone che iniettano il veleno della libertà nella rete sociale del potere.

Qui concludo il mio racconto.

Questo era Alèxandros e questo sono io. Non mi pento di nulla e continuo a credere che l’unica scelta dignitosa ai nostri giorni sia quella della multiforme lotta insurrezionalista per l’anarchia. Per tutti i motivi del mondo, il confronto tra il mondo della libertà e il mondo della schiavitù continuerà fino all’ultimo.

Onore a tutti i morti nella lotta per la liberazione!

Per un Dicembre Nero!

Per il contrattacco anarchico al mondo del potere!

Forza e solidarietà a tutti i prigionieri anarchici!

Viva l’Anarchia!

Nikos Romanòs

P.S. Per concludere la farsa degli ultimi giorni sull’emendamento della banda di clown di Syriza per i permessi di studio, deve essere chiaro che in questi tre anni in cui sono stato in carcere non ho mai messo piede fuori, né è prevista una cosa del genere al momento, visto che è evidente che non c’è possibilità che mi venga dato il permesso da qualsiasi magistrato, si chiami Nikòpoulos o Perimeni. Dunque i trucchi di comunicazione di Syriza sono solo mosse in malafede per coltivare impressioni positive negli elettori di sinistra che gli sono rimasti; tra un mese in ogni caso finirà il processo in cui sono imputato e mi è stato detto chiaramente dal servizio della prigione che se continuerò a scrivere testi e a “dare fastidio” in carcere, cosa che continuerò a fare perché non voglio fare nessuno sconto, il risultato sarà sempre negativo.

Fonte: hitandrun.gr

Traduzione di AteneCalling.org

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