"Schiaffi": giornalisti, media e il caso dei ragazzi torturati

E così, individui auto-definitisi giornalisti ci dicono che sono giusti gli“schiaffi” […ai giovani arrestati e torturati nella caserma GADA, n.d.r.]. Giornalisti proni di fronte a tutti gli elementi del tradizionalismo greco, ma per il resto sempre pronti a deridere la situazione del paese con falsi argomenti quali il nepotismo, la mancanza di meritocrazia e di controllo da parte dello stato. Ci dicono che chi viene arrestato non dovrà aspettare il processo, visto che l’unico ed irripetibile verdetto sarà annunciato al TG delle 20:00 dal ministro dell’ordine pubblico, dall’anchorman e dal responsabile per il reportage poliziesco. Ci dicono che di fronte alla rapina di una banca o di fronte a qualche prima pagina sulla guerra contro il terrorismo, si perde ogni diritto dell’imputato, che così può attendersi la sua personale Guantanamo.
Adesso, ci dicono con trasporto che uno dei quattro arrestati era amico di Alexandros Grigoropoulos [ragazzo assassinato dalla polizia ad Exarchìa nel 2008, n.d.r.]. Lo affermano, lo sottolineano, ne mostrano una foto e lasciano intendere quello che ognuno vorrà intendere. 

Era – il rapinatore, il terrorista – amico di Grigoropoulos. Cosa vorrà mai dire questo? Qualcosa per larrestato o qualcosa per il mortoForse per entrambiCi dicono che era amico del ragazzo che è stato assassinato. Come se fosse mai possibile che l’amico di quel ragazzo passasse i suoi giorni nella grande hall di qualche albergo.

Adesso, ci dicono, ci informano dai microfoni (che per il resto parlano attraverso la musica di Hadjidakis, di Theodarakis o qualche volta del jazz) che ci sono dei ritardi. Ci dicono che c’è un ostacolo sui binari ed il treno non può andare avanti. Un po’ di pazienza, ci dicono, e arriverete al bar di vostra scelta, berrete il vostro bicchiere, andrete nei negozi, tornerete finalmente nelle vostre case. Un poco di pazienza, rimuoveremo l’ostacolo, ci dicono, e verrà quel momento nel quale rientrerete nei vostri appartamenti, guarderete quel film, la soap turca, i TG di vostra preferenza. Dai microfoni ci dicono che c’è un ritardo, piccolo ritardo. Un ostacolo sui binari.

Non ci dicono che uno degli albadorati feriti durante il tentato attacco [contro lo spazio autogestito di Villa Zografou, n.d.r.], alla fine, è stato ricoverato nell’ospedale 401 [un ospedale militare, n.d.r.] e che era anche lui un poliziotto. Non ci dicono cosa hanno risposto al Commissario Europeo Nils Muižnieks, che sostiene che ha materiale in grado di provare la collaborazione tra la polizia e i fascisti. Non ci dicono nient’altro ormai, elencano solamente ostacoli.
Non ci dicono di essere preparati, di trattenere il fiato nel caso vedessimo quel video in cui trasferiscono gli arrestati con i segni lampanti delle torture subite (anche questi sono dei ragazzi, è bene farlo notare) mentre urlano qualcosa. Non ci dicono che quella strofa dalla canzone di Ioannìdis “ti chiederò scusa per averti cresciuto qua”, è e rimarrà incassata nel nostro stomaco. Non ci dicono che è ormai arrivato il momento in cui ci sentiamo pochi, minimi, incapaci di difendere l’essenziale. Non ci dicono che è arrivato il giorno per cui i vecchi torturatori [della dittatura, n.d.r.] sono giustificati in continuazione, legittimati nel loro nefasto operare dalle prime pagine dei giornali e dai loro apologetici allievi del presente.

Quello che non sanno è che colore che rifiutano di affondare nella barbarie, non importa quanto pochi siano in questo posto di merda, non smetteranno di urlare. I nodi non smetteranno di formarsi nel loro stomaco. Non smetteranno di piangere e di disperarsi. Non dimenticheranno alcun ostacolo per strada. Si ricorderanno dei nomi, e non degli ostacoli, e se li ricorderanno bene, sia i nomi dei morti del Senegal, sia i nomi dei ragazzi (che abbiano rapinato o meno) che sono stati torturati. E non smetteranno di camminare da una sconfitta all’altra, fino al giorno in cui le persone non cadranno più sui binari, fino al giorno in cui si smetterà di sparare ai 16enni [come Alexis, n.d.r.] e fino al giorno in cui sparirà la mano che tortura. E che i TG dicano quello che vogliono, e che i comunicati stampa continuino a dimostrare la loro vergogna. Quelli, quanti che siano, pochi o molti, non smetteranno.

E fino ad allora continuerà a farsi notte…

da To Vytio 

traduzione di AteneCalling

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