Tacete, e ascoltate la musica degli sconfitti che sono tornati a riprendersi tutto

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Per quarant’anni siete sempre riusciti a trovare il modo. Con i consensi, con la tolleranza, con la prepotenza. Ci avete tenuto sotto perché eravamo deboli e voi conoscevate i trucchi. Anche noi abbiamo commesso i nostri errori. Una volta ingoiavamo la pappardella della pacificazione nazionale, e voi ci prestavate il vostro piano di sviluppo che, però, noi chiamavamo sviluppo delle forze produttive, perché non vi sembrasse di conoscere i trucchi per farci rimanere all’angolo, quando in alcuni momenti provavamo a diventare pericolosi.

Noi avevamo i nostri difetti. Parlavamo spesso del popolo, ma ci sembrava in qualche modo diverso da noi, estraneo. Vi abbiamo ceduto per anni il diritto di parlare in suo nome. E voi giustamente lo facevate. Otto su dieci vi votavano quando dovevano. Noi avevamo firmato una pace silenziosa con un mostro che ritenevamo invincibile. Voi.

Tutti voi, che avete visto la crisi come un’occasione per mettervi alla prova. Per fare ancora più soldi, per creare un abisso ancora più profondo tra i ricchi e i poveri. Lo avete fatto avendo fiducia nelle vostre forze. Sapevate che ci sarebbero state alcune perdite controllate, ma non avreste mai creduto di avere un avversario di fronte. Sinistra, popolo, movimento. Can che abbaia non morde. Ma, a un certo punto, il cane ha iniziato a mordere.

Arriviamo al 2015. La «parentesi di sinistra» non durerà neanche sei mesi, poi si chiuderà, avete pensato. Gli addosserete la responsabilità di ciò che voi avete fatto, e la vita continuerà. Arriva il momento. Domenica si vota. Quarant’anni di potere dovevano concentrarsi nella strategia di una settimana. Lunedì se ne andranno, scrivevate qua e là. Avete scaricato tutte le vostre armi, vecchie e nuove, lucidate e arrugginite, contro un avversario sconfinato, un po’ insolente ma stordito, pronto a essere inghiottito in un boccone. Questa battaglia non ha avuto regole, rispetto, misure. D’altronde, chi siete voi per giocare con le regole? Quando mai lo avete fatto, per poterlo fare anche ora?

Il giorno del giudizio è arrivato. Non avete notato i segni. Siete rimasti vittime di quel racconto sulla situazione del Paese che voi stessi  avevate costruito. Avete notato i bancomat ma non avete notato la calma della gente mentre aspettava in fila. Diffondevate notizie sulla stampa online ma non facevate caso ai commenti di protesta delle persone. Facevate raduni tra di voi, ma non vedevate cosa succedeva a 500 metri dal Kallimàrmaro. Ascoltavate Juncker, Schäuble, Merkel, Dijsselbloem, ma non sentivate le maledizioni ogni volta che le loro facce entravano nelle case dei poveri. Dormivate sonni tranquilli quando i lavoratori sopportavano stoicamente e in silenzio le vostre minacce e i vostri ricatti, ma vi siete dimenticati che a Syntagma e nelle urne voi non avreste potuto stargli con il fiato sul collo. Avete pensato che i giovani avrebbero abboccato al vostro amo, perché avevate la vetrina dello star system greco dello schermo e delle discoteche dalla vostra parte, ma non vi è passato per la testa che se si svuotano le discoteche, si riempiono i luoghi per concerti, e nessuno vi ha detto che anziché pupazzi come Seferlìs (comico greco, n.d.t.), noi per divertirci abbiamo luben.tv, «to Koulouri» (rivista satirica, n.d.t.) e il resto. Eravate sicuri del vostro trionfo, perché alla fine la paura della dracma, dell’isolamento, della catastrofe ci avrebbe sopraffatto. Non avreste mai preso sul serio il fatto che noi la paura ce l’abbiamo scritta lì dove l’inchiostro non prende.

Avete perso. Avete perso perché siete una banda di canaglie, arroganti, gangster, yuppie, oscurantisti e zombie politici che credono di poter vendere e comprare un popolo come vogliono. Avete perso perché i poveri sono una minaccia enorme per i ricchi, che passano la loro vita in un acquario e hanno imparato a vedere tutti come dei sudditi. Avete perso perché avete creduto che il principio secondo cui «il denaro viene prima della democrazia e della dignità» valesse tanto ad Ekali (quartiere borghese, n.d.t) quanto a Komaterò (quartiere popolare, n.d.t.).

Avete perso e ora vi preparate a divoravi, o a leccare la mano che ha sancito il 62 a 38. Fateci il favore, tacete, semplicemente. Lasciateci ballare un po’ sopra le macerie della Grecia che vi ha mantenuto. Noi costruiremo il nuovo mondo con la nostra fatica, con le nostre forze, e con altri materiali. Non è importante dirvi quali. Non capireste mai. Tacete, e ascoltate la musica degli sconfitti che sono tornati a riprendersi tutto.

di Dimitris Karamanis

Fonte: barikat.gr

Traduzione di AteneCalling.org

1 comment for “Tacete, e ascoltate la musica degli sconfitti che sono tornati a riprendersi tutto

  1. federica
    luglio 8, 2015 at 3:10 pm

    Davvero bellissimo!

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