Testimonianza dalla caserma di polizia di Drapetsona

 

Ecco la testimonianza scioccante che ci ha inviato l’amico del “Kiriakatiko Scholìo Metanastòn” [Scuola Domenicale per Migranti, n.d.t.] Ghiorgos Karistinòs su ciò che ha vissuto ieri insieme a quanti si trovavano con lui alla caserma di polizia di Drapetsona.
 
Mi sento obbligato a parlare di quello che ho visto ieri alla caserma di polizia di Drapetsona, al Pireo. Non so come altro aiutare quelle persone e spero che contribuiate tutti a farlo condividendo la seguente testimonianza.
Ieri 27 marzo 2013 io e un gruppo di cittadini del Pireo abbiamo manifestato la nostra solidarietà ai detenuti vittime del pestaggio subito in caserma in seguito allo sciopero della fame da loro intrapreso, come da loro stessi denunciato, e dopo il tentato suicido del ventottenne rifugiato palestinese Ibrahim Faraz. Arrivati davanti alla caserma della polizia presidiata dalla celere già schierata, il dirigente ci ha informato che avrebbe permesso ad un gruppo di 5 persone di entrare e parlare con i detenuti.
Ciò che ho visto mi ha scioccato: cento persone ammassate in settanta metri quadri, detenute da oltre nove mesi – dall’inizio dell’operazione Zeus “Ospitale”, senza il diritto di uscire in cortile (non c’è lo spazio, stiamo parlando delle celle di una caserma di polizia), senza igiene, con malattie dermatologiche e di altro genere insorte a causa delle condizioni di detenzione, disperate, ai limiti del suicidio. Non ci terresti nemmeno i topi in condizioni del genere, ti farebbero pena. La scena è indescrivibile. Immaginate la peggiore galera vista in un film, moltiplicatela con l’infinito e ancora non avrete la giusta idea. Nessuno potrebbe rimanere là dentro non dico per nove mesi, ma neanche per nove ore. Mi vergogno e odio il mio paese. Mi vergogno e odio quei poliziotti che li picchiano, come ci hanno detto i detenuti, ovviamente smentiti dal dirigente della caserma.
Ho sopportato quello che mi dicevano i loro occhi tristi e disperati, ho sopportato la discussione con il dirigente che cercava di giustificarsi, dicendo che cerca di trovare un equilibrio tra la sua umanità e gli ordini del ministro, il signor Dendias, che è l’unico responsabile – secondo lui – della situazione della caserma di polizia di Drapetsona e di tutte le caserme del paese. Ma sono crollato quando ho visto davanti ai miei occhi una persona tagliarsi la carne e coprirsi di sangue da capo a piedi: l’unica soluzione che gli è venuta in mente, appena ci ha visti, per uscire dall’inferno in cui è rinchiuso e torturato da nove mesi.
Ho pianto, e per non farmi vedere dai detenuti (questi non sono detenuti; se esiste l’inferno, queste persone stanno soffrendo da vivi le sue pene) sono uscito dalla celle per non contagiarli anche con la mia tristezza e ho cominciato a urlare contro i poliziotti e gli psicologi inviati dal ministero a causa della nostra mobilitazione.
Voi non siete esseri umani, ho urlato. Qui vengono calpestati tutti i Diritti Umani e voi ci parlate della burocrazia che vi impedisce di riparare i bagni (due per cento persone) e del vostro tentativo di trovare un equilibrio tra la vostra “Umanità” e gli ordini che vi danno. Quale tentativo – ho detto – se foste Uomini, se aveste un po’ di sensibilità, avreste parlato voi di quello che sta succedendo qua dentro, se foste Uomini con la U maiuscola vi sareste dimessi e avreste contribuito a fermare questo crimine. Ho perso il mio autocontrollo e sono uscito dalla caserma.
Se ci sono poliziotti, personale amministrativo, psicologi ed altri impiegati che hanno un po’ di giudizio e umanità e leggono ciò che sto scrivendo, considerino le loro responsabilità. Reagiscano. Lo Stato siamo noi. Siamo noi, non quelli che danno gli ordini. Ma se lo Stato è crudele, lo è perchè noi che ne facciamo parte siamo disumani.
Il dirigente della caserma ha annunciato al detenuto che si era ferito che sarà rimesso in libertà, com’è successo anche al Palestinese che ha tentato il suicido. Il messaggio che ha fatto passare? D’ora in poi uscirete solo se proverete a suicidarvi e avrete la fortuna di essere curati in ospedale…
Ghiorgos Karistinòs
Tradotto da Atene Calling

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