Un dolore che non può essere dimenticato

Una testimonianza agghiacciante, dall’inferno di Mati, Attica orientale.

C. racconta la sua esperienza diretta degli incendi di ieri.

incendiogrecia

C’era molto fumo e non si riusciva a capire che il fuoco fosse così vicino; il fumo entrava in casa e ce ne siamo andati, non tanto perchè abbiamo pensato che il fuoco avrebbe potuto raggiungerci, ma perchè la bambina tossiva. Abbiamo deciso di andare verso il mare. Dopo appena 10 minuti, giusto il tempo di vestirla, mettere due frutti nel suo zaino, se n’è andata l’elettricità. Siamo scesi in strada, i nostri vicini bagnavano coi tubi di gomma, altri correvano e Dina, la nostra dirimpettaia, cercava suo figlio. Le persone salivano in macchina, ma poi smontavano, perchè le strade erano chiuse e così tutti ci siamo diretti verso la spiaggia. 

Cinquanta metri dopo, ci ha raggiunti il fuoco. Urla, pigne infuocate, la gente che chiamava il nome del figlio di Dina, andavamo tutti nella stessa direzione. La bambina piangeva mentre la tenevo in braccio, dicendole che ci saremmo salvati, “ci salveremo”. Di fronte, tutto bruciato, di fianco le fiamme…mia madre camminava davanti, come se volesse farmi strada. Ha visto qualcosa che le è parso un tronco: era un uomo. Un uomo bruciato. Un pezzo di carbone dalla forma umana. Lo abbiamo messo a lato della strada, per non passarci sopra. Siamo arrivati in spiaggia, pensavamo che ci saremmo fermati là, ma la sabbia stava letteralmente bruciando. Da una taverna che non era ancora bruciata, siamo entrati in mare.

Camminando nell’acqua, siamo arrivati in un albergo ed è da lì che siamo stati raccolti dalle barche. Non so quanti fossimo…cinquecento? Forse ancor di più. Non sentivo più le urla. Dicevo solo alla bimba: “ci salveremo, ci salveremo”. Le barche ci hanno fatti salire a bordo. Prima le persone ferite e poi i bambini, ci hanno detto. Dicevo solo alla bimba: “ci salveremo, ci salveremo”. In assoluto silenzio, siamo arrivati al porto di Rafina. Non ho parlato con nessuno, nessuno parlava.

Appena scesi dalla barca, hanno preso mia figlia, l’hanno avvolta in una coperta e ci hanno detto che dovevamo andare all’ospedale, per precauzione. Degli sconosciuti mi mostravano delle foto dai cellulari, mi chiedevano se avessi visto qualcuno. Credevo di averli visti tutti e nessuno, non ho risposto. Cosa potevo mai dire. 

Non ho più una casa, non ho più una macchina, ho solo i vestiti che avevo addosso e il cellulare che tenevo in bocca quando ero in acqua, per poter comunicare. Però non mi importa. 

Ho mia figlia e mia madre. Sono viva. Non tutti ce l’hanno fatta. Non si può sopportare. E’ un dolore che non passa. Non può essere dimenticato.

1 comment for “Un dolore che non può essere dimenticato

  1. Giulia
    luglio 25, 2018 at 8:08 pm

    Comprendo il vostro dolore per le vittime e lo sgomento che provate per vivere, dopo aver perso i vostri beni materiali.
    Non trovo altre parole per esprimervi la mia vicinanza.

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