Una testimonianza dall’inferno del quartier generale della polizia di Atene / A testimony from the hellhole at Police Headquarters in Athens [ITA-ENG]


Il testo che segue contiene estratti registrati di una conversazione con uno dei compagni arrestati alla manifestazione antifascista in moto che si è tenuta il 30 settembre 2012. Una pausa deliberata sulle torture subite dentro la stazione di polizia, che lo Stato ha tentato in tutti i modi di nascondere, fino agli estremi più assurdi. Sappiamo molto bene che ciò che è successo non costituisce una devianza. Questa rivelazione ha l’obiettivo di diffondere l’esperienza dei compagni rompendo il silenzio che ne permette la ripetizione. Tutto quello che è successo è diventato un motivo per rivelare l’ovvio, anche se sistematicamente passato sotto silenzio: che i pogrom fascisti non possono continuare senza l’aiuto della polizia, che incita a sua volta all’assalto verso chi nella società erige barriere contro le attività naziste. Che lo stato non è “neutrale” verso i “gruppi di estremisti”, come sono sovente chiamati dalla propaganda, comparando persone che combattono la brutalità del capitalismo a banditi fascisti che servono i loro capi, assaltando gli attivisti e i gruppi sociali e di classe più vulnerabili. D’altro canto, le armi del terrore e della repressione, utilizzate nello scontro da un sistema politico ormai marcio, non sono abbastanza appuntite per sopprimere la dignità, la resistenza e la solidarietà. Perché lo svelamento di questa brutalità non è una ragione a favore della subordinazione, ma un’occasione di risveglio e di ripresa di coscienza.

D: Potresti iniziare descrivendo gli eventi della marcia in motocicletta?

R: La domenica del 30 settembre c’è stata la terza antifascista marcia in motocicletta. Ve ne erano state altre due in settembre. La prima a Metaxouryio, Ayio Pavlo e Omonia [quartieri di Atene], e la seconda a Monastiraki, Ermou e Thisìo. Quella notte siamo partiti da Exarchìa intorno alle 8 di sera, guidando verso Piazza Amerikis e le strade intorno. L’obiettivo del corteo era di portare sostegno ai migranti alcuni giorni dopo i pogrom razzisti. C’era un’emozione ed un’eccitazione incredibile tra la gente del quartiere. Alzavano i pugni, applaudendo, facendo il segno della vittoria, dicevano “grazie”. Questo fino a qualche minuto prima di essere attaccati. E’ l’ultima immagine che ho prima dell’attacco della polizia.

D: In quel momento c’erano circa 80 motociclette?

R: Sì, due persone su quasi tutte le moto, intorno alle 150 persone in tutto.

D: E la polizia?

R: Non potevamo vedere molto bene, perché era notte e le luci delle loro moto erano puntate su di noi. Quando siamo arrivati nella zona dove il pogrom fascista aveva devastato i negozi dei migranti c’erano un sacco di poliziotti della Delta. Abbiamo fatto una tappa a Filis e urlato qualche slogan. Non so esattamente come tutto sia iniziato, perché il volume del corteo era molto alto e la strada piccola, le moto sparse lungo tutta la via. Dal fondo della manifestazione ho sentito dei “bang-bang” e dei lampi di armi che sparavano una dopo l’altra. La polizia seguiva la marcia, ed era posizionata in coda rispetto ad essa. Ed è lì che è iniziato l’attacco. Ha prevalso il caos. Il fumo che usciva dai loro proiettili era ovunque, non riuscivamo a vederci l’un l’altro. La polizia picchiava i manifestanti con i bastoni. Le macchine erano parcheggiate ai nostri lati, molte moto erano bloccate, altre non riuscivano a proseguire a causa della grandezza del corteo. Tutto ciò è durato diversi minuti. In qualche modo siamo riusciti a procedere evitando ulteriori feriti. Io sono stata fermata, insieme al guidatore della moto su cui stavamo viaggiando, da una volante poco più in giù sulla strada. Siamo stati tradotti alla caserma della polizia. Al nostro arrivo ho visto altre 13 persone, tutte vittime di pestaggio, in gravi condizioni fisiche. Alcuni sanguinavano dalla testa, altri dalle braccia o dalle gambe. C’era un sacco di sangue. Alcuni non riuscivano a camminare.

D: Dove sei stata portata, esattamente?

R: Eravamo al 6* piano, nel corridoio fuori dagli uffici. C’erano due panchine. Alcuni erano stati ammanettati e stavano sanguinando. Abbiamo chiesto dei fazzoletti, per interrompere le perdite di sangue, ma non ci hanno dato nulla. Per caso ne avevo un pacchetto con me e ho cercato di aiutare, cioè di pulire un poco il sangue. Ma il pacchetto non era abbastanza, non c’era solo un ferito ma molti. Quando gli abbiamo chiesto della carta, la polizia ha risposto: “voi non avrete niente, resterete come state!”. Altri poliziotti della Delta arrivavano man mano che il tempo passava. C’era un piccolo tavolo all’altro capo di una delle panchine dov’erano riuniti. Ci chiamarono per nome segnando su un foglio che vestiti portavamo e una descrizione sommaria di ognuno. E’ così che si sono svolte le cosiddette “identificazioni”, per dargli il tempo di preparare le loro dichiarazioni su luogo e circostanze degli arresti. Capimmo tutto ciò solo un poco dopo, una volta viste le accuse a nostro carico. Sono delle bugie colossali. A parte i luoghi degli arresti sbagliati, hanno persino toppato sulle descrizioni. Neanche quello sono stati capaci di fare!

D: Ok, è ovvio che le accuse sono ingiustificate. Hanno ricevuto l’ordine di abbattere la manifestazione e arrestare chiunque potessero mentre la gente scappava, anche a grande distanza. Il “crimine” è essenzialmente quello di aver partecipato ad una marcia anarchica antifascista.

R: Quello era il loro obiettivo: fermare il corteo, in particolare nel luogo dove prima si era svolto il pogrom. Le accuse che si sono inventati, assieme a tutta una serie di crimini, non possono rimanere in piedi. Al contrario, tutti quanti erano feriti piuttosto seriamente su diverse parti del corpo, come per esempio nel caso di un giovane che è stato aggredito con un taser. Glielo hanno messo nella schiena durante il suo arresto. Ci ha detto che in quel momento si è sentito completamente paralizzato ed è crollato a terra. L’abbiamo poi visto alla caserma di polizia, adesso ha un buco nella schiena, una profonda ferita da taser. In ogni caso, abbiamo passato un sacco di tempo ad aspettare su quelle panchine. Non avevamo acqua. Non avevamo niente, ci avevano preso tutti gli oggetti personali. Ci hanno negato persino l’acqua. Nella spazzatura avevamo trovato una bottiglietta, e un’altra sotto la panchina. Le riempivamo quando uno di noi riusciva ad ottenere di andare al bagno, ossia quando un poliziotto accettava di accompagnarci – perché, con un insieme di scuse, riuscivano a rifiutarci pure quello. Bevevamo così, un sorso a testa tra 15 ogni 2-3 ore. C’era una porta a fianco in cui entravano quelli della Delta, uno alla volta, per depositare la propria testimonianza. Erano circa una trentina, seduti attorno al tavolino di cui dicevo prima, dall’altro lato rispetto a noi. Ce ne dicevano di tutti i colori. E’ difficile da ricordare. Minacce come “vedrete contro chi vi siete messi” e “lo vedrete, se mai farete un’altra manifestazione antifascista”, “vi siete messi contro Alba d’Oro e vedrete. Noi pure siamo di Alba d’Oro”, “morirete come i vostri nonni a Grammo e Vitsi [eccidi di partigiani della guerra civile greca nel 1949]”. Facevano commenti sessisti verso di noi, le ragazze, con un linguaggio estremamente volgare, cose che non senti da nessuna parte, neanche per strada.

D: In quante ragazze eravate?

R: Eravamo in due. Hanno puntato la loro furia su di noi. Si sono occupati solo di noi per diverse ore, insultando e minacciando. In seguito avrebbero fatto riferimento a combattenti morti come Lambros Fountas, Alexandros  Grigoropoulos, Christoforos Marinos, dicendo che il resto di noi li avrebbe presto raggiunti. Nel mezzo di tutto ciò c’era uno della Delta, uno alto, che teneva il suo braccio sinistro ben alzato. Potevamo distinguere quelli della Delta dalle uniformi. Quello veniva in mezzo a noi, pestandoci i piedi con gli stivali, fumando e tirandoci addosso la cenere della sigaretta. Poi ha preso il telefono cominciando a filmarci. Ha scattato delle foto di noi dicendo che “noi abbiamo i vostri indirizzi, i vostri nomi, le vostre facce, ora Alba d’Oro avrà tutto”. Se una di noi cercava di resistere anche solo verbalmente, quello interveniva picchiando con calci e pugni.

D: Questo poliziotto in particolare?

R: Principalmente era lui a picchiare, e gli altri lo accompagnavano. Insultavano, vagando sulle nostre teste, prendendole a pugni o sbattendole contro il muro. La tortura non sono solo le botte, ci sono pure le minacce, i tentativi di umiliazione. Sono tutte forme di torture. Ma c’erano anche gli assalti fisici. Non riuscivo a guardare mentre coloro che già sanguinavano subivano altri pestaggi. Il più grave era uno a cui avevano sbattuto la testa e che perdeva sangue da diverse ore. Era continuamente dolorante, chiamava un dottore e appena ricominciava a parlare ricominciavano a picchiarlo. Quando chiedeva qualcosa lo aggredivano con schiaffi e pugni. Per di più, visto che erano passate diverse ore – eravamo riusciti a salvaguardare un orologio per tenere il tempo – cercavamo di chiudere gli occhi e riposare per qualche minuto. Eravamo esausti, specialmente quelli di noi feriti. Ad un certo punto, il giovane che sanguinava dalla testa ha chiuso gli occhi sdraiandosi. Non glielo hanno lasciato fare. Urlavano “alzati, non dormire, alzati”. Un altro che era stato picchiato in faccia sanguinava dal naso e dal braccio. Altri ancora erano stati menati nella schiena coi bastoni, di cui portavano gli sfregi. Durante l’arresto erano stati buttati per terra e immobilizzati, poi pestati. E mentre stavano per terra la polizia cercava di rimuovere furiosamente i caschetti da motociclista, col rischio di soffocarli, strappando la cinghia che lega l’elmetto al collo. C’erano ferite da manganello su tutte le parti del corpo: schiena, pancia, gambe, braccia. Per via dell’orientamento della panchina tenevo le gambe piegate e la testa piegata, in modo da evitare che mi fotografassero con i telefoni. Quel poliziotto della Delta è venuto a tirarmi i capelli per alzarmi la faccia e farmi una foto. La prima volta che è successo uno degli arrestati seduto al mio fianco ha protestato. E’ stato aggredito per questo. La seconda volta ho protestato io, e sono stata colpita. Siccome avevo messo le braccia davanti alla faccia e tenevo i gomiti alti, mi ha colpita sul collo. Mi picchiava tirandomi i capelli, prendendomi a schiaffi.

D: Quel poliziotto in particolare? Lo stesso che diceva di prendere fotografie da mandare ad Alba d’Oro?

R: Sì, me lo ricordo perché aveva il braccio legato. Poi hanno iniziato a registrare un video. La terza volta che è venuto verso di me, minacciandomi che ormai conosceva casa mia e il posto dove vivevo. Siccome ancora non alzavo la testa, ha ricominciato a picchiarmi. E’ stato a quel punto che sono esplosa. L’ho spinto via e ho cominciato ad urlare di lasciarci stare, che eravamo stati arrestati e non aveva alcun diritto di farci questo. Durante tutto questo caos non riesco a ricordare cosa ho detto esattamente, ma urlavo molto forte. A causa delle mie urla qualcuno in borghese è comparso nel corridoio, forse l’ufficiale di servizio, che teneva a distanza il poliziotto della Delta, impedendogli di aggredirmi ancora, e dicendo a quelli della Delta che avevano già depositato la loro testimonianza che dovevano andare via. La maggior parte di loro aveva testimoniato ore prima. Questo significa che erano rimasti solo per continuare a fare tutto questo. In quel momento anche quello che mi aveva picchiata se ne è andato. Ho dimenticato di menzionare che non era l’unico a fare foto e video. Aveva la presa migliore perché camminava in mezzo a noi, mentre i colleghi seduti al banco lo riprendevano. Le aggressioni si fermarono, ma tutto il resto continuò imperterrito. Avevano un laser a raggio rosso che ci puntavano negli occhi non appena li chiudevamo per riposarci un poco. Ogni tanto spegnevano la luce nel corridoio, accendevano una torcia elettrica e ce la puntavano dicendo: “questo è il modo in cui si porta avanti un interrogatorio”, oppure “adesso ti faccio vedere come si fa”. E nuovamente uno di loro veniva verso di noi con la pila mentre le luci erano spente. Giocavano anche con l’aria condizionata, facendoci gelare dal freddo o morire dal caldo. Smisi di chiedere di andare al bagno perché ogni volta che passavo in quel tratto di corridoio i poliziotti in borghese e quelli della Delta si profondevano in commenti orribili. Esternazioni sessiste, insulti, minacce, tutto. E c’era sempre qualcuno pronto a fotografarmi col telefono mentre passavo.

D: Quando è finito tutto ciò?

R: Intorno alle 7 del mattino, quando quelli Delta se ne sono andati. Eravamo stati arrestati intorno alle 9 della sera prima. Per tutto questo tempo non abbiamo avuto alcun contatto con un avvocato. I primi di loro sono arrivati solamente dopo le 3 del pomeriggio di lunedì. Erano circa 19 ore che stavamo al sesto piano della caserma. Il compagno ferito è stato portato all’ospedale il lunedì mattina. Aveva dei punti sulla testa e una fasciatura, e un braccio rotto. Il resto dei feriti non è stato visitato da alcun dottore. Martedì sono stati portati direttamente dal medico legale. Dimenticavo: mentre eravamo al sesto piano, ci è stato chiesto di entrare in un ufficio uno per volta, per essere perquisiti. Cioè, di subire una perquisizione corporale, di spogliarci. Una perquisizione di tal fatta era già stata fatta la notte di domenica (la notte dell’arresto). Poi siamo stati portati negli uffici del Procuratore. Lui ci ha detto che saremmo stati trattenuti sino a martedì. Quando siamo ritornati in caserma, ci hanno portati al settimo piano, dove stanno le celle. Ci hanno chiamato di nuovo uno per volta, per le perquisizioni. Io protestai dicendo che non c’era alcuna motivazione per un’ulteriore perquisizione visto che venivamo accompagnati continuamente dalla polizia. La donna poliziotto disse che questi erano i regolamenti, portandomi in un ufficio adiacente alle celle, una stanza simile ad un piccolo magazzino. Entro, aspettando che la porta si chiuda. Lei si volta e mi dice che quella porta non si chiude, e che mi avrebbe perquisito così, con la porta aperta. Io dico: “ma di che stai parlando? Mi perquisisci con la porta aperta?” Esattamente dall’altro lato c’era un tavolino con un poliziotto che vi stava lavorando, ed altri andavano e venivano tra gli uffici e le celle. Esattamente dall’altro lato, non c’era alcuna divisione, ero davanti ad una porta aperta.

D:Rracconti molto simili sono stati fatti da coloro che sono stati trattenuti e arrestati lunedì, durante l’attacco della polizia antisommossa ad un raduno di solidarietà dentro a Evelpidon.

R: Sì, 25 persone sono state trattenute e quattro arrestate. Una era una giovane donna che hanno portato nelle celle insieme a noi. Vorrei dire qualcosa che per noi è molto importante, cioè che sin dal primo giorno in cui ci hanno portati dal Procuratore, martedì e venerdì – dopo 20 ore di corte finalmente siamo stati liberati su cauzione e sotto misure cautelative -, in tutti questi giorni la solidarietà che abbiamo ricevuto dalle persone ci ha dato una forza incredibile. Guadagnavamo forze vedendo i nostri compagni intonare cori per noi. Senza solidarietà, davvero non saprei se avremmo potuto continuare ad essere così forti come siamo ora. Per ultimo, vorrei far notare che non è per renderci vittime che denunciamo le torture della polizia. Lo stato ha sempre cercato di terrorizzare, in tutti i modi e con ogni mezzo disponibile. La nostra prospettiva è di evidenziare gli eventi, è attraverso ciò che diventiamo più coscienti e accorti, più forti nella lotta contro la brutalità che ci stanno imponendo.

*Nota: il 27 ottobre, una quarta marcia antifascista in motocicletta ha attraversato le strade centrali di Atene con bandiere rosse e nere e intonando slogan. 

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A testimony from the hellhole at Police Headquarters in Athens

The text below contains excerpts of recorded transcripts of a conversation with one of the comrades arrested at the anti-fascist motorcade on September 30th. A deliberate pause on the torture that took place inside the police station – which the state tried fiercely to conceal, surpassing absurd extremes. We are well aware that what happened does not constitute a deviation. This disclosure is intended to convey the experiences of comrades and to break the silence that allows for its recurrence. All that has happened has become a motive to reveal the obvious, but has been systematically silenced: That fascist pogroms could not continue without the help of the police, that hastens to assault those in society who erect barriers against Nazi gang activity. That the state is not “neutral” towards “extremists groups” as is often claimed by propaganda, by equating those people struggling against state and capitalist brutality to fascist thugs who serve their bosses, assaulting activists and the most vulnerable social and class groups. And on the other hand, the only weapons of terror and suppression, used for confrontation by a rotten political system, are not enough to suppress dignity, resistence and solidarity. Because this disclosure of brutality is not a reason for subordination, but a reason for awakening and for an uprising of awareness.

Q: Would you like to begin by describing the events of the motorcade?

A: On Sunday, September 30, a third antifascist motorcade took place. There had been another two previously in September. The first one in the Metaxouryio, Ayio Pavlo and Omonia neighbourhoods and the second at Monastiraki, Ermou and Thisio. That night we began from Exarhia around 8 in the evening and rode towards Amerikis Square and the surrounding streets. The purpose of the procession was to strengthen immigrants a few days after the racist pogrom. It’s true that when passing through these neighbourhoods, there was incredible excitement from immigrants. They raised their fists, they clapped, they made the sign for victory, they said “thank you”. This was a few minutes before we were attacked. It is the last image I have before the police attacked.

Q: At that time were there about 80 motorbikes?

A: Yes, two riders on almost all the bikes, about 150 people.

Q: And the police?

A: We couldn’t see well because it was night and their motorbike lights were on us. There were many policemen from the Delta force, upon our arrival to the zone where the fascist pogrom had smashed immigrants’ shops. We made a stop at Filis Street and yelled slogans. I don’t know how it all began exactly because the volume of the procession was large and the street narrow, the bikes were spread lengthwise down the street. From the back of the procession I heard bang-bang and flashes from weapons being fired continuously one after the other. The police had been following the protest, so they were located at its end. So the attack took place from there. Chaos prevailed. Smoke from what they were hurling at us was everywhere, we couldn’t see each other clearly. The flash weapons were exploding beside us, on us, everywhere. The police were beating the protesters with batons. Cars were parked on the right and left. Many motorbikes were immobilized and couldn’t proceed due to the volume of the procession. This lasted quite a few minutes. We somehow tried to proceed to avoid any more being injured. I was stopped, together with the driver of the motorbike we were riding were stopped by a patrol car, a little further down. And we were led to police headquarters. Upon arriving to police headquarters I saw another 13 people, who were in critical condition, having been badly beaten. Some were bleeding from the head, others from the arms and legs. There was a lot of blood. Some couldn’t walk.

Q: Where were you taken exactly?

A: We were on the 6th floor, outside the offices, in the hallway. There were two benches. Some had been handcuffed and bleeding. We requested tissue to stop the bleeding but were not given any at all. I happened to have a packet of tissues with me and tried to help, that is, to try to blot the blood a bit. But the packet wasn’t enough because it wasn’t just one injured, there were many who were bleeding. When we asked for paper, the police answered, “you won’t have anything, you’ll stay as you are”. As time went by, more policemen from the Delta force arrived. There was a small desk at the other end of one of the benches where they were all gathered. They called our names out and wrote on a paper what clothes we wore, our general description. This is how our supposed identifications took place to give them the time “to cook” their statements of where our arrests took place and under which circumstances. We understood all this a little later, once we saw the charges brought against us. They are all total lies, ie apart from errors they made about the place of arrest, they have even made mistakes in descriptions. They couldn’t even do that right!

Q: Okay, it’s obvious that the accusations are unjustified. They just had an order to knock the procession down and arrested anyone they could as it was dissipating, even from a long distance away. The “crime” is essentially participating in an anti-fascist anarchic march.

A: That was their aim: to knock over the procession, especially at that site where the pogrom had previously taken place. So, the made-up charges, together with a pile of other crimes, cannot hold. On the contrary, everyone was very seriously injured on all parts of their bodies. As was in the case of one young man who was attacked with a taser. During the time of his arrest, he was attacked in the back by a taser gun. He told us that at that time, his whole body became paralyzed and he fell down. We also saw him at headquarters later, he has a hole in his back, a deap wound from the taser. Anyway, many hours went by while we waited there on the benches. Also, we had no water. We had nothing, they had taken all our personal items. They denied our request for water. In the garbage we found a small bottle and a second one under the bench. We had those two small plastic bottles which we filled only when one of us asked to go to the toilet and a policeman decided to accompany one of us. Because, using a number of different excuses, they would deny even that. We drank water in this manner, one gulp between each 15 of us, every 2-3 hours. There was a door adjacent which the delta police entered one at a time to give their testimonies. There were about 30 of them, most of them sat around the small desk that I mentioned, across from us and the rest, along the wall of the corridor. We were told a lot there. It’s hard to remember. Threats like “You’ll see who you’ve gone against” and “you’ll see if you’ll ever make an anti-fascist (demonstration) again”, “you went against Golden Dawn and you’ll see. We are Golden Dawn also”, “you’ll die like your grandfathers at Grammo and Vitsi”. They made sexist comments for us girls, very vulgar language, things that you never hear anywhere or from anybody out on the street.

Q: How many girls were you?

A: We were two girls. They had focused their wrath against us, they were engaged with only us for many hours, cursing and threatening us. Afterwards, they would refer to dead fighters, Lambros Fountas, Alexandros Grigoropoulos, Christoforos Marinos, saying that the rest of us will go find them soon. In the middle of all this, there was a tall Delta police who had his left arm bound up. We could tell who were Delta from their uniforms. He would come in between us, stepping on our feet with his boots, smoking and throwing the ashes on us. He later took his mobile out and started filming us. He took our pictures saying “we have your addresses, we have your names and now we have your faces and now Golden Dawn will have everything”. If one of us tried to resist, meaning verbal complaints, he would punch and kick that person.

Q: This person specifically?

A: He beat us mostly and the others would accompany him. They cursed, loomed over our heads and punched us or banged our heads against the wall. The level of torture isn’t just the beating, there are also the threats, attempts at humiliation. They are also forms of torture. But there were also physical assaults. I couldn’t take seeing those who were bleeding, were being beaten even more. The most injured was one who’s head had been bashed and had been bleeding for hours, he was in constant pain and calling for a doctor and whenever he spoke, he would get beaten. Whenever he asked for something, they would assault him with slaps and punches. Also, because many hours had passed – we had managed to hold onto a watch and could tell the time – we would try to close our eyes to rest for a couple minutes. We were exhausted, especially those injured. At some point, the young man who was bleeding from his head, closed his eyes and laid down. They wouldn’t let him, they screamed “Get up, you won’t sleep, get up”. Another one beaten in the face, was bleeding from above his nose and from his arm. Others had been beaten in their backs, they had baton scars. During their arrests, they had been thrown to the ground and were beaten while immobilized. And while thrown to the ground, the police tried to remove the bikers’ safety helmets with fury and in danger of choking them since the helmet are tied at the neck. Baton injuries were on all parts of their bodies: back, belly, legs, arms. Because of the direction of the bench, I kept my legs tucked and my head stooped to avoid them photographing my face with mobiles. That specific Delta policeman came over to me and started pulling my hair to lift my head to take my picture. The first time that happened, one of those arrested sitting next to me, protested. He was assaulted because of his protests. The second time I protested when the Delta police came, and I was hit. Because I had my arms in front of my face, keeping my elbows high, I was punched in the neck. Wherever he succeeded in punching me beause he couldn’t get to my face. He would pull my hair and while slapping and punching me.
Q: That specific one? The same one who said that he’s taking pictures to send to Golden Dawn?
A: Yes, and I remember him because his arm was bound. Then he started shooting a video. The third time he came over to me, threatening that he knows my home and where I live, I still didn’t lift my head and he started beating me again. That’s when I broke into an outburst. I pushed him away from me and started to yell and scream to leave us alone, that we have been arrested and has no right to do this. During all this chaos I can’t recall what I said exactly, but I was shouting very loudly. So, because of my screams, someone wearing civilian clothes came into the hallway, maybe it was the Duty Officer, who held him back from assaulting me anymore and told those Delta policemen who had testified already, to leave. Which means that most of them had already testified hours before and just stayed there to continue all this. And from that moment on, he left. I forgot to mention that he wasn’t the only one videoing and taking pictures. He had the closest shot because he would walk about among us. The others sitting at the desk would video their colleague doing those things to us. The assaults stopped but everything else continued. They had a lazer with a red beam which they would aim at our eyes whenever we would close them to rest a bit. Then they would close the hallway lights and lit a torch on us saying “this is how an interrogation is done” and “now I’ll show you how it’s done”. And again one of them would come towards us with the torch while the lights were out. They would also play with the air-conditioner, resulting in our freezing or over-heating. I stopped asking to go to the bathroom because whenever I was taken passed the under-cover and Delta policemen in the hallway, they made most horrible remarks. Sexist, cursing, threatening, everything. And there were some with their mobiles ready to photograph me as I continued on.

Q: When did this stop?

A: Around 7 in the morning, when all the Delta police left. We had been arrested a little past 9 at night. All these hours we didn’t have any contact with a lawyer. The lawyers arrived a little after 3 on Monday afternoon. We had been on the sixth floor of Police Headquarters for approximately 19 hours. The injured comrade was taken to hospital on Monday morning. He had stitches to his head, was bandaged up and had a broken arm. The rest of the injured were not seen by doctors. They went directly to the Forensic Surgeon on Tuesday. I forgot to mention that: When we were on the sixth floor, we were asked to enter an office to be searched one at a time. That is, to have a body search, to strip. A body search had already been done on Sunday night. We were then taken to the Prosecutor’s offices. The Prosecutor told us that we would be held till Thursday. When we returned to headquarters, we were taken to the seventh floor where the cells are located. They called us again, one at a time, for body searches. I protested and said that there’s no sense for a second check since I’ve been accompanied by police continuously. The policewoman said that these are the regulations, she led me to a place – before the holding cells there are offices and on the right there is a small room like a storage room. I entered and waited for the door to close. She tells me that this door doesn’t close and she will search me this way. I say, “what are you talking about? You are going to search me with the door open?” Exactly across there was a desk with a policeman working there and other policemen coming and going to the offices and to the cells. We were directly across, there was no partition, I was in front of an open door.

Q: Similar reports were made by those detained and arrested on Monday, during the attack of riot police at a solidarity gathering inside the Evelpidon Courts.

A: Yes, 25 people were detained and four arrested. One was a young lady, they brought her later into the cells together with us.
I would like to say something very important to us that even from the first day that we were led to the Prosecutor’s office and on Thursday and Friday – after 20 hours in court and finally set free on bail and restricting conditions – all these days, the solidarity we received from people gave us incredible strength. We gained strength seeing our comrades shouting slogans. Without solidarity I really don’t know if we could stand as strong as we are now.
Lastly, I would like to note that the reason we are stating and reporting the torture from police, is not for reasons of victimizing ourselves. The state has always tried to continue in it’s attempt to terrorize in any way and with any means available. Our proportion is to highlight the events and through this we become more aware, stronger in the fight against the brutality imposed upon us.

* Note: On October 27th, a fourth antifascist motorcade took place shouting slogans and crossed central streets of Athens with red and black flags.

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