Università: lo sciopero del personale amministrativo

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All’inizio abbiamo detto soltanto: almeno fino a quando non ci porteranno via con la testa in giù. E all’improvviso, nell’indignazione muta della nostra prima assemblea, abbiamo sentito che la questione superava di molto il nostro atteggiamento individuale, la fortuna o la paura. Abbiamo sentito così violentemente l’attacco, che ci siamo sforzati di vedere il pericolo in tutto il suo spettro, di capire il contorno di una minaccia che non mira solo alla vita di ognuno di noi. Ci siamo presto resi conto della correlazione, abbiamo parlato dei primi giorni del nostro lavoro proiettandoli sullo sfondo dell’università pubblica e, all’inverso, abbiamo parlato dell’università pubblica in relazione del diritto al lavoro di tutti noi. Toccando in continuazione i limiti e le nostre resistenze, ponendo ancora e ancora delle domande difficili, ridefinendo le risposte. Così siamo arrivati qua. E ogni giorno è stato un giorno vinto.

In queste undici settimane abbiamo sentito e imparato molto. Abbiamo costruito dei collettivi inauditi e teneri, dove ciascuno ha trovato il proprio posto e dove c’era un posto per tutti. Abbiamo vissuto, dopo molti anni, lo spazio del nostro lavoro in modo diverso: nello stesso momento in cui pensavamo con orrore come sarebbe stato raccogliere la tua roba per l’ultima volta portandola via da quel luogo, ci siamo tornati per abitarlo davvero, ci siamo rifugiati in esso, l’abbiamo protetto e ci ha protetto. Abbiamo vissuto lo spazio pubblico in modo diverso: siamo andati alle manifestazioni sapendo che i nostri amici saranno là, abbiamo sentito le musiche e i versi nelle ore in cui la città dorme, abbiamo riempito con la nostra voce i corsi che in passato attraversavamo silenziosi, frettolosi, assorbiti.

Lo sciopero ci ha fatto capire che ci sono molti altri come noi, ha risvegliato delle sensibilità nascoste, ci ha insegnato ad essere vigili. Una vigilanza politica, sentimentale. Abbiamo vissuto pesantemente il lutto per colui che è stato assassinato nella notte, per l’altro che ha trovato la morte nella caserma della polizia o nel campo di concentramento per i migranti. Ci siamo rallegrati per ogni vittoria, ci siamo arrabbiati per ogni attacco, eravamo testardi nelle sconfitte di tutti noi. Abbiamo condiviso la nostra anima con persone che avevamo appena conosciuto perché ci siamo sentiti bene a stare insieme, abbiamo vissuto la solidarietà, la tenerezza vera per la quotidianità dei nostri vicini e degli altri, che non saranno più stranieri. Abbiamo imparato come decidere tutti insieme e non nel nome di un’unanimità costruita o di una falsa certezza, e certamente non senza fatica. Ci siamo ricordati il valore della partecipazione: nella nostra piccola scala abbiamo respirato un po’ di democrazia diretta e questo era tanto attraente quanto si sente.

Ci hanno voluti in mobilità, consumabili, perseguitati, aboliti. Invisibili. Nutrono l’automatismo sociale, cercano la fascistizzazione delle coscienze. Noi, però, adesso sappiamo di avere dei compagni. Nelle scuole, sulle strade, nella Larko [società metallurgica e mineraria, ndt], tra i licenziati della Sprider [società di abbigliamento, ndt], tra gli scioperanti della Coca Cola, negli ospedali, a Skaramagka [cantiere navale, ndt], nelle università. Sul fiume Alfios, in Skouries. Nella ERT del nostro cuore.

Stiamo in piedi tutti insieme, di fronte a coloro che cercano di attaccare ogni bene pubblico, che cercano di abolire anche le ultime tracce di stato sociale, che vogliono imporci di dimenticare cosa vuol dire diritto e senso comune, che ignorano apertamente le istituzioni e le conquiste sociali. Hanno voluto calunniarci e diffamarci. E noi abbiamo imparato che è fattibile resistere ad un potere che osa basarsi – e si basa soltanto – su un consenso fittizio. Hanno seguito i soliti scenari di autoritarismo, intimidazione e violenza, cercando di dividerci e di isolarci. Invece, ci hanno portato involontariamente a trovare luoghi comuni, a progettare nuove alleanze, a mettere in evidenza e a goderci delle affinità elettive che con tanto orgoglio e commozione stiamo scoprendo in questo ultimo periodo. Hanno cercato di trasformare le nostre rivendicazioni collettive in dilemmi personali tra i più duri, credendo che finalmente avremmo ricorso alla sicurezza delle soluzioni individuali. Rispondiamo che l’obbedienza, l’intorpidimento, il silenzio non hanno un senso unico. Che i nostri sogni per il futuro non sono morti nella nostra mente. E che noi, sin dall’inizio, non parliamo solo di noi stessi. Parliamo di tutti noi, perché tutti noi abbiamo bisogno della vittoria. La prima.

di Eleutheria Varouchaki

(Eleutheria Varouchaki fa parte del personale amministrativo della Facoltà di Archittetura dell’Università Metsovio di Atene)

Fonte: enthemata

Traduzione di AteneCalling.org

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